15 marzo 2014

Contratti a termine "acausali" fino a trentasei mesi

Attualmente, in estrema sintesi, la durata massima dei contratti a termine è già di trentasei mesi, ma la possibilità di stipularli senza indicare le motivazioni (c.d. acausali) sussiste solo per i contratti fino a un anno.
Perché la acausalità è importante? perché la necessità di indicare i motivi dell'assunzione a termine espone i datori di lavoro alla impugnazione del termine del contratto, con conseguenti costi giudiziari del rapporto di lavoro. I contratti acausali invece sono meno esposti alle vertenze di lavoro.
Un contratto a termine acausale per trentasei mesi consente ai datori di lavoro di stipulare contratti il cui orizzonte temporale non è infinito e ridurre i rischi delle contese giudiziarie, e ai lavoratori una maggiore probabilità di conservare il lavoro per almeno trentasei mesi.
Sarebbe a mio avviso molto utile una norma che incoraggi la prosecuzione del contratto a termine in scadenza, per esempio con incentivi fiscali e contributivi se il contratto a termine viene trasformato a tempo indeterminato e con una sorta di azzeramento di tutto il contenzioso riferito al contratto a termine che viene convertito, dal datore di lavoro, in contratto a tempo indeterminato.
Certo tutta la selva complessa e intricata dei cosiddetti contratti atipici (contratto a termine, contratto a progetto, contratto a partita iva, contratto a chiamata, eccetera) sarebbe sfoltita da un contratto di lavoro unico a garanzie crescenti che, da un lato, non imprigionerebbe il datore di lavoro in una relazione contrattuale troppo rigida e, dall'altro, offrirebbe l'opportunità al lavoratore di non avere un orizzonte temporale deciso dalla irragionevolezza di leggi che, di fatto, paradossalmente, impongono il licenziamento a una certa data.
Mi spiego meglio, attualmente i contratti a termine acausali possono essere stipulati con una durata massima di un anno. I datori di lavoro, per ragioni economiche e a mio avviso anche psicologiche ma del tutto legittime, anche quando il lavoratore è ben inserito nel ciclo produttivo, preferiscono non entrare nella fase che pure la legge prevede anche ora, durata cioè fino a tre anni. La proroga del contratto a termine dopo il primo anno, esporrebbe maggiormente i datori di lavoro a una vertenza di lavoro, perché superati i dodici mesi i contratti a termine, per essere legittimi, con la legge vigente attualmente, devono indicare i motivi per cui si stipula un contratto a termine, indicazione che comporta oneri probatori che, ripeto, espongono il datore di lavoro a rivendicazioni giudiziarie.

8 marzo 2014

Riforme

La parola riforme, così sola solina sembra una parola vuota, ma non è così.
Forse questa parola, data la situazione italiana, che mi pare piuttosto incacrenita, è in effetti un po' blanda, e ci vorrebbe un neologismo che al momento non c'è, si vedrà.
Nonostante la mancanza del neologismo e non volendo, ovviamente, usare la parola "rivoluzione" che evoca scenari, pure epocali ma certo anche terribili, nonostante ciò questa società deve riuscire a cambiare pelle, carne e ossa.
Il compromesso di riformare la legge elettorale solo per la Camera e non per il Senato è, mi pare, figlio un ricatto dei partitini che sostengono il governo. Dunque, se accadrà lo vedremo presto, la riforma si farà ma non avrà nessun effetto, al voto con una legge per la Camera e una per il Senato proprio non ci si può andare. L'esito sarebbe un disastro: cioè non si avrebbe nessun vincitore.
La legge elettorale che serve all'Italia dovrebbe garantire la rappresentanza politica delle minoranze, la vittoria di una o più forze politiche, e il governo ai vincitori. Solo così il voto degli italiani non sarebbe tradito. I rimaneggiamenti successivi alle elezioni servono solo alle lobby di ogni genere per eludere il voto popolare. Sia chiaro che con questo non intendo dire che il governo Renzi è figlio delle lobby, questo non l'ho detto né lo penso. Voglio dire che per evitare che i governi siano espressioni di forze antitetiche, come l'attuale governo, o il governo Letta, o il governo Monti, che sono tutti nati, almeno a parole, per tentare di costruire delle basi condivise per poi entrare in una fase vera di democrazia, ma finora l'intento è fallito, per far sì dicevo che ci sia un vincitore delle elezioni e che questo vincitore la stessa sera delle elezioni entri in carica, per far questo è necessaria una legge elettorale ben fatta e una riforma costituzionale coerente con gli obiettivi di democraticità e buona gestione della cosa pubblica.
In genere il denaro privato viene gestito dai suoi possessori in modo più o meno oculato, ma quando la gestione di esso non è buona le conseguenze dirette di tale mala gestione ricadono su chi ha mal gestito il suo; il denaro pubblico viene (è sotto gli occhi di tutti) "gestito" malissimo (burocrazia, corruzione, sprechi, evasione fiscale) e le conseguenze di questa mala gestio non ricade su chi l'ha compiuta bensì su tutti gli incolpevoli cittadini italiani, sicché le conseguenze della cattiva amministrazione delle risorse dello Stato si abbattono su tutti noi. Eppure in Italia continuiamo ad assistere inermi e impotenti alla distruzione di risorse da parte dello Stato che non esita, per continuare ad alimentarsi, a prelevare e a prelevare sempre di più, senza fare nulla per eliminare tutte le sue inefficienze.
Ho visto in tivvù una intervista al sindaco di Roma il quale, alla domanda se era al corrente del fatto che dei dipendenti del comune timbravano il cartellino e se ne andavano per i fatti loro, ha risposto che avrebbe fatto montare i tornelli. La risposta data è sconvolgente. Un fenomeno di spreco aperto e colpevole di danaro pubblico viene accolto non come qualcosa da perseguire ed eliminare ma quasi come una marachella cui far finta di porre rimedio (montare ridicoli tornelli spendendo  altro denaro pubblico). Non sarebbe stata forse meglio una risposta del tipo: accerteremo e prenderemo seri provvedimenti affinché ciò non possa più accadere?

25 gennaio 2014

Qui Italia, Mondo

La tecnologia e la finanza sono i due valori orientativi del terzo millennio.
A prima vista, sembra che questo orientamento corrisponda alla via migliore per l'uomo: senza la tecnologia, il mondo attuale morirebbe di fame; senza il denaro, l'economia mondiale rallenterebbe enormemente il suo dinamismo, con conseguenze complicate; ma questo non significa affatto che tecnologia e finanza siano il bene.
Le risorse attuali, se le Nazioni avessero come obiettivo l'eliminazione della fame dal mondo, consentirebbero tale eliminazione. Se ciò non avviene è perché questa comunione d'intenti non c'è. Del resto, la leva principale del capitalismo, sulla quale ideologia si fondano le economie planetarie, anche quelle post-comuniste, la leva principale del capitalismo, dicevo, è il bisogno. Senza il bisogno, finisce il capitalismo. Con una iperbole espressiva che non tradisce però il senso del concetto espresso si potrebbe dire che la medaglia del capitalismo ha due facce: la ricchezza e la fame.
Restringendo il campo, una classe dirigente ha il dovere di cercare una via per ottenere l'eliminazione del bisogno e la riduzione delle differenze sociali (dico riduzione, e non eliminazione, perché è nello stato delle cose una diversa percezione della realtà, con conseguenti, inevitabili, "diversissimi esiti dei destini individuali").
Ho parlato di classe dirigente, quindi parlavo di classe politica, chi se non la classe politica ha il potere/dovere di guidare la società? solo la classe politica ha il potere di guidare efficacemente il cammino di una società. (Mi riservo di sviluppare in un post futuro l'argomento dei rapporti di forza tra la politica dei singoli Stati e la "politica" dei capitali planetari, governati questi ultimi da organismi direttivi che decidono in sede mondiale). Quanto affermo, ovviamente, postula che la classe politica sia selezionata tra i cittadini più preparati e onesti, perché se invece la selezione è errata gli esiti saranno catastrofici: l'interesse pubblico, se la classe dirigente è inadeguata, viene snaturato e le conseguenze ricadono proprio su quei cittadini che non hanno saputo o potuto selezionare la loro classe dirigente.
Si dice comunemente (ma già Aristotele) che un popolo ha i governanti che si merita e sembra davvero che sia così, ma mi sia consentito di non essere d'accordo. I pericoli di una democrazia solo formale furono già paventati ai tempi dell'Atene di Pericle, ed esattamente quando fu introdotto, per la prima volta nella storia della democrazia, il compenso, prima inesistente, per coloro che ricoprivano incarichi pubblici.
Nei paesi democratici, i cittadini scelgono i loro rappresentanti con il voto. I voti determinano coloro che devono dirigere lo Stato e governare la cosa pubblica. Tuttavia, se le regole che presiedono il corretto raccordo tra voto ed eletti non sono ben concepite si verificano delle distorsioni, e cioè i cittadini esprimono un voto perché connettono una certa idea di governo a quel voto, ma l'idea di governo espressa dai cittadini viene tradita dal concreto effetto del voto, che produce un governo che fa cose diversissime da quello che desideravano gli elettori. In altre parole, se fallisce un governo concretamente espresso dai cittadini, cioè corrispondente alla loro volontà, allora è corretto applicare la massima di Aristotele, il popolo ha il governo che si merita; ma se al contrario la classe dirigente è frutto dell'applicazione di regole deformanti della volontà popolare, allora il fallimento di quel governo non può essere imputato alla insipienza dei cittadini, ma alla pessima qualità delle leggi che presiedono alla connessione tra voto e classe dirigente.
Le leggi le fa il legislatore, sicché se il legislatore ha interesse a che le regole, pur distorcenti la volontà popolare, restino in vigore, si verifica un circolo vizioso: voto-istituzioni difformi dalla volontà popolare-interesse a non modificare lo statu quo-conservazione dell'esistente-voto ...

5 gennaio 2014

Lavoro, debito pubblico, innovazione, sviluppo.

Per un maggiore sviluppo economico bisogna investire in tecnologia, ma la tecnologia riduce la necessità di lavoro umano.
Il debito pubblico implica che lo Stato indebitato paghi degli interessi che gravano sul suo bilancio.
"L'occupazione si riduce se il PIL non si sviluppa".
La facilità di spostamento di persone e merci e di diffusione di informazioni comportano che tutti gli operatori, economici e culturali, siano facilmente confrontabili tra loro. Questo stato di cose espone tutti a una "concorrenza" su idee, conoscenze e prodotti. La tecnologia riduce i tempi di informazione e di produzione e ne aumenta la qualità. Una tecnologia più avanzata è un fattore che aumenta i rapporti qualità/costo, qualità/prezzo. L'aumento della qualità contribuisce significativamente ai risultati di una persona, un intellettuale, una società industriale o commerciale, uno Stato, un professionista, un atleta, e così via.
Si capisce che il fattore determinante è dunque la tecnologia ma, si ripete, più è avanzata la tecnologia più si riduce il lavoro che deve svolgere necessariamente l'uomo. Negli anni settanta, le proteste contro l'automazione dei processi produttivi erano motivate dalla preoccupazione per la perdita dei posti di lavoro. Anche nel nostro tempo, molti operatori economici e politici, non quelli di successo, guardano alla tecnologia come a una sorta di mostro che sottrae il lavoro alle persone.
Ci chiediamo, ma è proprio così? la tecnologia "divora il lavoro umano"? la soluzione sarebbe interrompere lo sviluppo tecnologico? no, la soluzione non è il rifiuto della tecnologia. La tecnologia non è certamente la risposta assoluta (pensare questo è un grave errore), ma è il fattore sul quale si è evoluto l'uomo negli ultimi ventisette secoli, e che ha fatto la sua apparizione già nel neolitico, cioè diecimila anni fa.
La tecnologia "divora" il lavoro umano, sì è vero, ma questo fatto non deve preoccupare, al contrario, se correttamente interpretato, migliorerà la condizione umana. Mi spiego. Se la tecnologia si fa carico del lavoro umano, la risposta non puo' mai essere che aumenta la disoccupazione, questa semmai è la risposta sbagliata, agevolata dagli squilibri economici tra le varie aree geografiche della terra e dalla cattiva politica. Se il lavoro umano diminuisce l'unica possibile soluzione è quella di distribuirlo tra gli uomini, facendoli lavorare tutti. Qui la classe dirigente deve svolgere il suo difficile compito.
Ci sono studi, contrastati da una parte della comunità scientifica, secondo i quali un indebitamento uguale o superiore al novanta percento del PIL produce un rallentamento dello sviluppo economico dell'uno percento. Certo un indebitamento troppo alto, per i suoi costi, incide negativamente sulla gestione economica di uno Stato, ma certo questo parametro non è sufficiente a valutare lo stato di una economia e le sue potenzialità di sviluppo economico. Con certezza, se il debito pubblico è troppo alto, quale che sia la sua entità, decidere di ridurlo repentinamente, per di più nel tempo delle più grave crisi economica degli ultimi cento anni, decidere di ridurlo senza gradualità e intelligenza è certamente un errore grave e foriero di gravi conseguenze sul piano sociale ed economico.
Quanto poi alla correlazione tra sviluppo economico e occupazione, tenuto conto anche del discorso che ho abbozzato sopra sulla distribuzione del lavoro sopravvissuto alla evoluzione tecnologica, questa correlazione va interamente rivista. Come ci insegnano gli studiosi di statistica, anche quando questa scienza è usata nel migliore dei modi, non bisogna mai dimenticare che le sintesi danno pochissime informazioni che potrebbero essere fuorvianti, lo sviluppo del PIL è una sintesi estrema che va presa come tale. "... risulta che te tocca un pollo all'anno: e, se nun entra nelle spese tue, t'entra ne la statistica lo stesso perché c'è un antro che ne magna due." (Trilussa, La statistica).

14 dicembre 2013

Prospettive italiane

La tecnologia si espande progressivamente e ha già mutato tutti, o quasi tutti, i rapporti politici ed economici dell'intero pianeta.
Si sa che gli USA sono ormai tornati a crescere e che per ottenere questo risultato hanno agito in modo deciso sul piano finanziario-economico-politico.
Anche i dogmi economici vanno risistemati, a opera degli economisti, senza dogmi ma con la ricerca e il confronto. Non si può più parlare di economia senza tener conto dell'intero Pianeta e dell'attuale stato tecnologico che in mezzo secolo ha già cambiato tutto.
L'Europa, Italia in testa, ha ancora dei gravissimi problemi e nessuna seria prospettiva di miglioramento della situazione finanziario-economico-politica.
Renzi e Grillo sembrano gli unici politici che non parlano il solito politichese e che indicano con esattezza cosa vogliono fare, tutti gli altri, senza voler generalizzare ma per l'economia del  mio discorso non è necessario essere più analitici, tutti gli altri fanno discorsi più generici che attendono che qualcuno li specifichi (chi se non loro stessi?), perdendosi nella stessa chiacchiera politicante degli ultimi vent'anni.
L'Italia è costretta a gareggiare con tutti gli altri Stati e ad armi pari: ricerca, istruzione, tecnologia, servizi, industria, finanza, economia, politica sono i più importanti temi che uno Stato non anacronistico deve affrontare.
Nei confronti innanzitutto dell'Europa, l'Italia deve svolgere il suo ruolo e tutelare con la massima serietà i suoi interessi, a trecentosessanta gradi; non è ammissibile che lo Stato italiano non abbia una posizione precisa su ogni singolo tema europeo e che non faccia sentire il suo peso su ogni singola questione; finora non è stato così, l'Italia non ha fatto sentire la sua voce. Spessissimo gli uomini politici che rappresentano lo Stato italiano parlano di "compiti a casa", usando una locuzione appropriata per un giovane studente ma non per uno Stato. L'Italia in Europa deve trattare su ogni singolo tema, nessuno escluso, perché ogni singolo argomento ha degli effetti sulla vita dei cittadini italiani, per fare questo naturalmente è necessario un governo democratico, e democraticamente forte, nonché degli eletti al Parlamento europeo selezionati con grandissima attenzione. La nostra classe dirigente deve anche saperci dire, non fideisticamente ma motivatamente, se per l'Italia l'Europa è un bene o un male e perché; e se del caso l'Italia deve rimettere in discussione tutto ciò che non va, senza escludere nulla. In caso contrario, ripeto, l'Italia non è parte importante d'Europa ma parte subalterna d'Europa e in quest'ultimo caso le cose starebbero proprio male.
Nella politica interna, avremmo bisogno di un governo presente e non anacronistico, che sia in grado di comprendere e interpretare tempestivamente non gli umori degli elettori ma la realtà nazionale, europea e mondiale che lo circonda; di un governo e un parlamento che agiscano, e che ovviamente tengano conto che siamo del 2013 e non nel 1913. Finora non mi pare che sia mai accaduto nulla di tutto ciò.
Il nuovo segretario del PD è giovane e dinamico e promette un approccio adeguato, ma con tutta onestà non so fare previsioni, non so affatto se avrà la capacità e la perseveranza per vincere contro burocrazia, clientelismo, nepotismo, corruzione, eccetera, eccetera, eccetera.

22 novembre 2013

Gianni Cuperlo e Matteo Renzi

A un certo punto della puntata di ieri sera di Servizio Pubblico, Michele Santoro ha rivolto a Gianni Cuperlo una bellissima domanda, formulata peraltro in modo impeccabile: in sostanza gli ha chiesto se secondo il candidato alla segreteria del PD è opportuno sostenere un Governo che sembra non essere in grado di dare risposte tempestive ai problemi italiani, il Governo sembra non avere cioè la capacità di mantenere il ritmo rapidissimo che l'attualità richiede per lo svolgimento di qualunque attività, a maggior ragione quella di governo.
La risposta di Gianni Cuperlo è stata che se questo esecutivo dovesse cadere, data la precarietà della situazione italiana, i problemi dovuti alla mancanza di un Governo pienamente operativo sarebbero maggiori dei vantaggi che in astratto ci si potrebbe aspettare da un nuovo, ipoteticamente più efficiente, Governo.
Poi alla richiesta opinione su Matteo Renzi premier, Gianni Cuperlo ha risposto che non condivide i programmi di governo che Matteo Renzi potrebbe adottare perché la sinistra deve conservare la sua identità. Cuperlo pensa dunque che i programmi di Matteo Renzi non sono di sinistra.
La mia impressione, per dirla in modo plastico, è che Gianni Cuperlo descriva l'esistente pensando che lo stato attuale delle cose debba essere "convinto" a muoversi in una direzione conforme alla ideologia del PD. Matteo Renzi invece mi pare che, ovviamente, sia critico verso lo stato attuale delle istituzioni italiane e voglia intervenire sulle stesse per migliorarle, renderle attuali e migliorare così la condizione degli italiani, soprattutto di coloro in più grave difficoltà.
I contendenti i cui nomi ho sfruttato per il titolo di questo post sembrano davvero lontanissimi tra loro, Cuperlo esprime propositi di miglioramento della politica senza però indicare i modi concreti con cui questo proposito possa essere realizzato. Renzi dichiara di voler cambiare le cose, tutte le cose (come dargli torto), e dà una serie di indicazioni più specifiche. Certo va considerato che Renzi parla anche da aspirante premier mentre Cuperlo solo da candidato alla segreteria del PD, tuttavia la diversa visione delle cose, pur considerando i diversi scopi di questi due protagonisti della politica italiana, da parte dei due contendenti, è evidentissima.
Certo resta da vedere se, ammesso e non dato che Mattero Renzi riesca davvero a giungere a Palazzo Chigi, una volta che sia diventato premier, sia in grado di incidere sul  coacervo di interessi che rende il settore pubblico italiano praticamente tanto adamantino quanto a dir poco inefficiente. C'è da dire che perlomeno Matteo Renzi dichiara di voler migliorare la "macchina" italiana.
Il nostro tempo ormai grida che tutte le ideologie sono superate e che bisogna pensare al presente e al futuro senza dimenticare il principio di realtà. Voglio dire che non dobbiamo fantasticare e dobbiamo fare i conti con la realtà più cruda, cercando di trovare soluzioni che non si fondino in una teoria astratta ma sull'evidenza della loro bontà. Le categorie di destra e sinistra, entrambe depositarie in parte sia del bene che del male, non possono più essere contenitori cui fare riferimento per le azioni politiche. Dobbiamo pensare a nuove vie, costruendo anche ponti arditi, e che come retaggio del passato conservino soprattutto tutti gli orrori, a qualunque ideologia essi appartengano, affinché non abbiano mai a ripetersi.