La tecnologia e la finanza sono i due valori orientativi del terzo millennio.
A prima vista, sembra che questo orientamento corrisponda alla via migliore per l'uomo: senza la tecnologia, il mondo attuale morirebbe di fame; senza il denaro, l'economia mondiale rallenterebbe enormemente il suo dinamismo, con conseguenze complicate; ma questo non significa affatto che tecnologia e finanza siano il bene.
Le risorse attuali, se le Nazioni avessero come obiettivo l'eliminazione della fame dal mondo, consentirebbero tale eliminazione. Se ciò non avviene è perché questa comunione d'intenti non c'è. Del resto, la leva principale del capitalismo, sulla quale ideologia si fondano le economie planetarie, anche quelle post-comuniste, la leva principale del capitalismo, dicevo, è il bisogno. Senza il bisogno, finisce il capitalismo. Con una iperbole espressiva che non tradisce però il senso del concetto espresso si potrebbe dire che la medaglia del capitalismo ha due facce: la ricchezza e la fame.
Restringendo il campo, una classe dirigente ha il dovere di cercare una via per ottenere l'eliminazione del bisogno e la riduzione delle differenze sociali (dico riduzione, e non eliminazione, perché è nello stato delle cose una diversa percezione della realtà, con conseguenti, inevitabili, "diversissimi esiti dei destini individuali").
Ho parlato di classe dirigente, quindi parlavo di classe politica, chi se non la classe politica ha il potere/dovere di guidare la società? solo la classe politica ha il potere di guidare efficacemente il cammino di una società. (Mi riservo di sviluppare in un post futuro l'argomento dei rapporti di forza tra la politica dei singoli Stati e la "politica" dei capitali planetari, governati questi ultimi da organismi direttivi che decidono in sede mondiale). Quanto affermo, ovviamente, postula che la classe politica sia selezionata tra i cittadini più preparati e onesti, perché se invece la selezione è errata gli esiti saranno catastrofici: l'interesse pubblico, se la classe dirigente è inadeguata, viene snaturato e le conseguenze ricadono proprio su quei cittadini che non hanno saputo o potuto selezionare la loro classe dirigente.
Si dice comunemente (ma già Aristotele) che un popolo ha i governanti che si merita e sembra davvero che sia così, ma mi sia consentito di non essere d'accordo. I pericoli di una democrazia solo formale furono già paventati ai tempi dell'Atene di Pericle, ed esattamente quando fu introdotto, per la prima volta nella storia della democrazia, il compenso, prima inesistente, per coloro che ricoprivano incarichi pubblici.
Nei paesi democratici, i cittadini scelgono i loro rappresentanti con il voto. I voti determinano coloro che devono dirigere lo Stato e governare la cosa pubblica. Tuttavia, se le regole che presiedono il corretto raccordo tra voto ed eletti non sono ben concepite si verificano delle distorsioni, e cioè i cittadini esprimono un voto perché connettono una certa idea di governo a quel voto, ma l'idea di governo espressa dai cittadini viene tradita dal concreto effetto del voto, che produce un governo che fa cose diversissime da quello che desideravano gli elettori. In altre parole, se fallisce un governo concretamente espresso dai cittadini, cioè corrispondente alla loro volontà, allora è corretto applicare la massima di Aristotele, il popolo ha il governo che si merita; ma se al contrario la classe dirigente è frutto dell'applicazione di regole deformanti della volontà popolare, allora il fallimento di quel governo non può essere imputato alla insipienza dei cittadini, ma alla pessima qualità delle leggi che presiedono alla connessione tra voto e classe dirigente.
Le leggi le fa il legislatore, sicché se il legislatore ha interesse a che le regole, pur distorcenti la volontà popolare, restino in vigore, si verifica un circolo vizioso: voto-istituzioni difformi dalla volontà popolare-interesse a non modificare lo statu quo-conservazione dell'esistente-voto ...