25 gennaio 2014

Qui Italia, Mondo

La tecnologia e la finanza sono i due valori orientativi del terzo millennio.
A prima vista, sembra che questo orientamento corrisponda alla via migliore per l'uomo: senza la tecnologia, il mondo attuale morirebbe di fame; senza il denaro, l'economia mondiale rallenterebbe enormemente il suo dinamismo, con conseguenze complicate; ma questo non significa affatto che tecnologia e finanza siano il bene.
Le risorse attuali, se le Nazioni avessero come obiettivo l'eliminazione della fame dal mondo, consentirebbero tale eliminazione. Se ciò non avviene è perché questa comunione d'intenti non c'è. Del resto, la leva principale del capitalismo, sulla quale ideologia si fondano le economie planetarie, anche quelle post-comuniste, la leva principale del capitalismo, dicevo, è il bisogno. Senza il bisogno, finisce il capitalismo. Con una iperbole espressiva che non tradisce però il senso del concetto espresso si potrebbe dire che la medaglia del capitalismo ha due facce: la ricchezza e la fame.
Restringendo il campo, una classe dirigente ha il dovere di cercare una via per ottenere l'eliminazione del bisogno e la riduzione delle differenze sociali (dico riduzione, e non eliminazione, perché è nello stato delle cose una diversa percezione della realtà, con conseguenti, inevitabili, "diversissimi esiti dei destini individuali").
Ho parlato di classe dirigente, quindi parlavo di classe politica, chi se non la classe politica ha il potere/dovere di guidare la società? solo la classe politica ha il potere di guidare efficacemente il cammino di una società. (Mi riservo di sviluppare in un post futuro l'argomento dei rapporti di forza tra la politica dei singoli Stati e la "politica" dei capitali planetari, governati questi ultimi da organismi direttivi che decidono in sede mondiale). Quanto affermo, ovviamente, postula che la classe politica sia selezionata tra i cittadini più preparati e onesti, perché se invece la selezione è errata gli esiti saranno catastrofici: l'interesse pubblico, se la classe dirigente è inadeguata, viene snaturato e le conseguenze ricadono proprio su quei cittadini che non hanno saputo o potuto selezionare la loro classe dirigente.
Si dice comunemente (ma già Aristotele) che un popolo ha i governanti che si merita e sembra davvero che sia così, ma mi sia consentito di non essere d'accordo. I pericoli di una democrazia solo formale furono già paventati ai tempi dell'Atene di Pericle, ed esattamente quando fu introdotto, per la prima volta nella storia della democrazia, il compenso, prima inesistente, per coloro che ricoprivano incarichi pubblici.
Nei paesi democratici, i cittadini scelgono i loro rappresentanti con il voto. I voti determinano coloro che devono dirigere lo Stato e governare la cosa pubblica. Tuttavia, se le regole che presiedono il corretto raccordo tra voto ed eletti non sono ben concepite si verificano delle distorsioni, e cioè i cittadini esprimono un voto perché connettono una certa idea di governo a quel voto, ma l'idea di governo espressa dai cittadini viene tradita dal concreto effetto del voto, che produce un governo che fa cose diversissime da quello che desideravano gli elettori. In altre parole, se fallisce un governo concretamente espresso dai cittadini, cioè corrispondente alla loro volontà, allora è corretto applicare la massima di Aristotele, il popolo ha il governo che si merita; ma se al contrario la classe dirigente è frutto dell'applicazione di regole deformanti della volontà popolare, allora il fallimento di quel governo non può essere imputato alla insipienza dei cittadini, ma alla pessima qualità delle leggi che presiedono alla connessione tra voto e classe dirigente.
Le leggi le fa il legislatore, sicché se il legislatore ha interesse a che le regole, pur distorcenti la volontà popolare, restino in vigore, si verifica un circolo vizioso: voto-istituzioni difformi dalla volontà popolare-interesse a non modificare lo statu quo-conservazione dell'esistente-voto ...

5 gennaio 2014

Lavoro, debito pubblico, innovazione, sviluppo.

Per un maggiore sviluppo economico bisogna investire in tecnologia, ma la tecnologia riduce la necessità di lavoro umano.
Il debito pubblico implica che lo Stato indebitato paghi degli interessi che gravano sul suo bilancio.
"L'occupazione si riduce se il PIL non si sviluppa".
La facilità di spostamento di persone e merci e di diffusione di informazioni comportano che tutti gli operatori, economici e culturali, siano facilmente confrontabili tra loro. Questo stato di cose espone tutti a una "concorrenza" su idee, conoscenze e prodotti. La tecnologia riduce i tempi di informazione e di produzione e ne aumenta la qualità. Una tecnologia più avanzata è un fattore che aumenta i rapporti qualità/costo, qualità/prezzo. L'aumento della qualità contribuisce significativamente ai risultati di una persona, un intellettuale, una società industriale o commerciale, uno Stato, un professionista, un atleta, e così via.
Si capisce che il fattore determinante è dunque la tecnologia ma, si ripete, più è avanzata la tecnologia più si riduce il lavoro che deve svolgere necessariamente l'uomo. Negli anni settanta, le proteste contro l'automazione dei processi produttivi erano motivate dalla preoccupazione per la perdita dei posti di lavoro. Anche nel nostro tempo, molti operatori economici e politici, non quelli di successo, guardano alla tecnologia come a una sorta di mostro che sottrae il lavoro alle persone.
Ci chiediamo, ma è proprio così? la tecnologia "divora il lavoro umano"? la soluzione sarebbe interrompere lo sviluppo tecnologico? no, la soluzione non è il rifiuto della tecnologia. La tecnologia non è certamente la risposta assoluta (pensare questo è un grave errore), ma è il fattore sul quale si è evoluto l'uomo negli ultimi ventisette secoli, e che ha fatto la sua apparizione già nel neolitico, cioè diecimila anni fa.
La tecnologia "divora" il lavoro umano, sì è vero, ma questo fatto non deve preoccupare, al contrario, se correttamente interpretato, migliorerà la condizione umana. Mi spiego. Se la tecnologia si fa carico del lavoro umano, la risposta non puo' mai essere che aumenta la disoccupazione, questa semmai è la risposta sbagliata, agevolata dagli squilibri economici tra le varie aree geografiche della terra e dalla cattiva politica. Se il lavoro umano diminuisce l'unica possibile soluzione è quella di distribuirlo tra gli uomini, facendoli lavorare tutti. Qui la classe dirigente deve svolgere il suo difficile compito.
Ci sono studi, contrastati da una parte della comunità scientifica, secondo i quali un indebitamento uguale o superiore al novanta percento del PIL produce un rallentamento dello sviluppo economico dell'uno percento. Certo un indebitamento troppo alto, per i suoi costi, incide negativamente sulla gestione economica di uno Stato, ma certo questo parametro non è sufficiente a valutare lo stato di una economia e le sue potenzialità di sviluppo economico. Con certezza, se il debito pubblico è troppo alto, quale che sia la sua entità, decidere di ridurlo repentinamente, per di più nel tempo delle più grave crisi economica degli ultimi cento anni, decidere di ridurlo senza gradualità e intelligenza è certamente un errore grave e foriero di gravi conseguenze sul piano sociale ed economico.
Quanto poi alla correlazione tra sviluppo economico e occupazione, tenuto conto anche del discorso che ho abbozzato sopra sulla distribuzione del lavoro sopravvissuto alla evoluzione tecnologica, questa correlazione va interamente rivista. Come ci insegnano gli studiosi di statistica, anche quando questa scienza è usata nel migliore dei modi, non bisogna mai dimenticare che le sintesi danno pochissime informazioni che potrebbero essere fuorvianti, lo sviluppo del PIL è una sintesi estrema che va presa come tale. "... risulta che te tocca un pollo all'anno: e, se nun entra nelle spese tue, t'entra ne la statistica lo stesso perché c'è un antro che ne magna due." (Trilussa, La statistica).