27 febbraio 2013

Cosa ci aspetta dopo le elezioni

Cosa deciderà il Presidente della Repubblica non si sa, ma gli scenari possibili non sono poi così numerosi.
Le "larghe intese" pare che siano preferite dall'establishment del Pd, ma un accordo in questo senso, tra Pd e Pdl, sicuramente non sarebbe accettato dal Sel di Vendola e, altrettanto sicuramente, sarebbe una iattura per l'Italia. Nel Pdl non è emerso niente di nuovo, l'assetto politico è praticamente immutato, dunque se fosse determinante per il governo tenterebbe di portare avanti le politiche attuate fino alle dimissioni di Berlusconi nel 2011, vale a dire cercherebbe di far seguire al nostro Paese la via che ci ha portati malamente fin qui: nessun controllo sui conti pubblici, nessuna riduzione della burocrazia, nessuna eliminazione degli sprechi. Il Pd (che ha colpevolmente bocciato Renzi) appartiene anch'esso alla classe dirigente che ha assistito impotente e complice al declino italiano, sicché se fosse vero che la sua nomenclatura è favorevole alle "larghe intese" con il Pdl, questo non può significare altro che, insieme con il Pdl, cercherebbe di salvare il salvabile di un sistema istituzionale che negli ultimi dieci anni ha dato una pessima prova di sé.
L'Italia ha bisogno di riforme che ridisegnino tutte le istituzioni e che mirino al futuro affrancando lo Stato italiano da ogni luogo comune, nazionale e internazionale, da ogni incrostazione politica e culturale, dagli interessi dei troppi privilegiati, dai politici politicanti, dalle ingiustizie, ma anche dagli sprechi, dalla burocrazia e dalla corruzione. Il nostro Paese deve concentrarsi di più sull'istruzione, per porre al centro gli studenti e non gli addetti ai lavori, che ovviamente vanno rispettati ma senza dimenticare che l'istruzione deve avere al centro gli italiani di domani e non i professori, il personale ausiliario e quant'altro: prima gli studenti, poi tutti gli altri. L'Italia deve sviluppare la ricerca e, ripeto, non gli apparati burocratici e spreconi, le risorse devono essere destinate ai ricercatori non alle strutture che gli sono state costruite attorno per i soliti motivi nepotistici e clientelari. E' dunque evidente che un governo, cui partecipassero il centro sinistra e il Pdl, non potrebbe mai affrontare temi di questa portata e che un governo di questo tipo servirebbe solo per far passare invano il tempo a spese di tutti gli italiani.
L'altra ipotesi in circolazione, un appoggio, a un governo di centro sinistra, sui singoli provvedimenti, da parte del Movimento 5 Stelle, finalizzato ad approvare alcune leggi urgenti, con al primo posto una legge elettorale che garantisca a chi vince le elezioni di poter governare, quest'altra ipotesi mi pare quella più realistica e soprattutto disegna uno scenario che non prevede proroghe a una classe dirigente che deve cedere il passo a nuove idee e a donne e uomini nuovi in tutte le forze politiche.

22 febbraio 2013

Oscar Pistorius

Prima degli ultimi fatti di cronaca, avevo associato Oscar Pistorius a una idea di uomo straordinario che, pur non avendo le gambe, è un campione paralimpico. Un uomo che fa camminare una contraddizione apparente, dico apparente perché è chiaro che quest'uomo corre perché usa delle protesi sofisticate che sostituiscono le gambe.
Dopo che è accaduto ciò che tutti sappiamo, cioè è morta uccisa la povera Reeva Steenkamp, prima ancora che si sappia con certezza come sono andati i fatti, l'atleta paralimpico ha perso l'immagine che si era conquistato negli ultimi anni.
Oscar Pistorius è stato arrestato e dopo pochi giorni, quest'oggi, è stato scarcerato su cauzione. Ho letto alcuni tweet di persone che biasimano il rilascio di Pistorius e affermano che chi ha i soldi può anche uccidere, ma hanno torto, la vicenda processuale di Oscar Pistorius, almeno finora, va letta in modo diverso.
Per prima cosa, quello che è accaduto nella sua casa, al momento, non lo sa nessuno e, sul piano della realtà storica, non lo saprà mai nessuno. Al termine del processo cui, salvo colpi di scena, Pistorius sarà sottoposto, conosceremo la verità processuale, il che è già qualcosa.
Cercherò di spiegarmi meglio. Nella casa del delitto pare che ci fossero solo l'atleta e la sua fidanzata, che purtroppo è morta, quindi l'unico che potrebbe raccontare quello che è accaduto è la stessa persona che è accusata di omicidio. Il fatto che sia accusato di omicidio lascia aperti alcuni possibili sviluppi: primo. Pistorius ha ucciso volontariamente Reeva Steenkamp e sta tentando di far passare l'accaduto per un banale quanto tragico incidente: in questo caso probabilmente non racconterà mai come si sono svolti i fatti. La dinamica potrà essere ricostruita dai giudici nel processo sulla base degli elementi di accusa e di difesa raccolti dagli investigatori e dagli avvocati dell'imputato; secondo. Pistorius, come dichiara da qualche giorno, ha ucciso la sia fidanzata per un tragico incidente. Anche in questo caso, la dinamica dei fatti potrà essere ricostruita nel processo, nel contraddittorio tra accusa e difesa. Se la tesi difensiva di Pistorius è fondata, anche in questo caso il giudizio non potrà fondarsi sulle sue dichiarazioni, che dovranno essere verificate attimo per attimo dal giudice incaricato di giudicarlo. Che egli sia dunque colpevole o innocente dovrà deciderlo un giudice che non può in nessun modo conoscere la verità reale ma solo quella processuale, non vi è via d'uscita.
Da quello che ho scritto sopra si evince che anche dopo la sentenza la verità accertata sarà solo una verità processuale, quella reale, realmente accaduta, potrebbe raccontarla l'imputato che però, proprio per questa sua veste non è credibile. Anche una confessione di Pistorius, non solo la sua dichiarazione di innocenza, dovrebbe essere sottoposta alla verifica processuale.
Oscar Pistorius, dunque, finché non sarà condannato o assolto, rimane potenzialmente innocente o colpevole. Qui interviene la libertà su cauzione che, lungi dall'essere un privilegio per i ricchi, è invece un importantissimo istituto che si rifà a uno dei principi fondamentali del diritto, l'habeas corpus. L'Habeas corpus è concettualmente il diritto dell'imputato di arrivare libero al processo, al fine di difendersi nel migliore dei modi. Infatti, prima che sia concluso il processo, quali che siano gli indizi, le confessioni, gli elementi tutti dell'accusa e della difesa, l'imputato può essere colpevole o innocente.
Con ciò non voglio dire che chiunque riesca a difendersi adeguatamente in un processo, è evidente che chi dispone dei mezzi adeguati può permettersi i migliori tecnici e quindi ottenere la migliore difesa possibile, ma questo è un altro aspetto del problema.
Sia chiaro anche che le società moderne devono mettere a disposizione della collettività tutti i mezzi possibili, a qualunque costo, per proteggere le vittime del fenomeno che in Italia viene attualmente chiamato femminicidio. Ogni costo dev'essere sostenuto per ottenere il risultato che cessino una volta per tutte le violenze degli uomini sulle donne, meno uno, meno la giustizia sommaria. Lo Stato di diritto deve tutelare gli innocenti, sia tutte le donne che subiscono violenza, e questo ripeto è più che ovvio, sia gli innocenti che siano ingiustamente accusati di un delitto che potrebbero non aver commesso. Uno Stato che indulgesse alla giustizia sommaria diverrebbe egli stesso un bruto.

14 febbraio 2013

San Valentino

Devo essere sincero, quando sento parlare le coppie, i concetti che vengono espressi sono sempre legati al possesso. Lui che vuole da lei, lei che vuole da lui: un comportamento, una scelta, una rinuncia, una attenzione, un sì, un no, insomma chi ama vuole qualcosa.
"Sì lei è la mia fidanzata, la mia donna, ma vorrei che non lavorasse, che lavorasse, che non avesse figli, che avesse figli, che vestisse così, che non vestisse così". "Sì lui è il mio uomo, ma vorrei che amasse il calcio, che non amasse il calcio, che vestisse elegantemente, che vestisse casual, che mi portasse al cinema, che la finisse di portarmi al cinema".
E' tutto un volere qualcosa dall'amato. Amiamo una persona ma la vorremmo diversa, vorremmo che si adeguasse ai nostri desideri, che somigliasse a una idea che abbiamo dentro di noi: vorremmo che l'amato non fosse chi è ma fosse un altro, un'altra; che non fosse chi è ma fosse qualcuno che non esiste.
Dietro il mio discorso c'è un fondamento filosofico forte, ma quello che affermo, perché sia compreso, non ha bisogno di un approfondimento, il mio discorso è comprensibile nella sua semplicità, senza ulteriori indagini che comunque sono possibili ma, ripeto, non sono necessarie: l'amore vero è evidente da sé, naturalmente la fondatezza di quello che dico non la esprime quest'ultima frase che si presterebbe da sola a qualunque travisamento, anzi forse sono proprio frasi come questa che lasciano circolare pensieri errati sull'amore.
L'amato dev'essere voluto esattamente come egli è, con tutti i suoi pregi, i suoi difetti, le sue eleganze, le sue ineleganze. L'amato dev'essere voluto così com'è soprattutto quando la sua scelta non coincide con i nostri desideri e le nostre speranze. Si ama soprattutto quando l'amato sceglie un altro, un'altra, infatti solo in questo caso l'amante dà la massima prova d'amore. Amare vuol dire amare l'amato così com'è e accettare i suoi desideri soprattutto quando sono opposti ai desideri dell'amante.

13 febbraio 2013

Gli interessi che interessano

Se è vero che le banche italiane hanno in portafoglio circa 400 miliardi del debito pubblico italiano, cioè circa il 20 percento del totale. Se è vero che la maggior parte di questi titoli di Stato è stata acquistata con il prestito ricevuto dalle banche italiane dalla BCE al tasso d'interesse dell'1 percento. Proviamo a fare due conti.
Il debito pubblico italiano costa, a noi contribuenti, circa ottanta miliardi di euro ogni anno. Il venti per cento di ottanta è uguale a 16 miliardi di euro. L'uno percento di 400 miliardi è uguale a 4 miliardi. Per sapere quanto vale la differenza tra gli interessi pagati dai contribuenti italiani sul debito acquistato dalle banche con il prestito della BCE, e gli interessi pagati dalle banche alla BCE per il denaro usato per comprare debito pubblico italiano, basta fare una sottrazione: 16 - 4 = 12. Ecco, questa sarebbe la quota di interessi pagati dai contribuenti italiani sul debito pubblico italiano che sarebbe guadagnata dalle banche con gli euro ricevuti in prestito dalla BCE.

12 febbraio 2013

Benedetto XVI

Le dimissioni del Santo Padre hanno suscitato un dibattito mondiale sulla decisione del Pontefice.
Le analisi dei laici, in questo caso, non sono applicabili.
Il Papa, per i credenti, è l'uomo più vicino a Dio. Dio per definizione è anche infallibile. Le azioni umane, incluse a fortiori quelle papali, data la perfezione divina, non possono prescindere o trascendere la infallibilità e la completezza divine. Sicché l'atto del Pontefice non può che essere conforme al volere divino, e ogni commento al riguardo mi pare ridondante.
L'aspetto secolare della missione papale presenta profili inediti, che dovranno essere affrontati a mano a mano che i problemi mondani si presenteranno, ma non mi pare che ciò sia così rilevante. In altri termini, le questioni politiche, finanziarie, organizzative, legate al pontificato, non hanno nulla di divino o trascendente, dunque possono essere affrontate con competenza, trasparenza e onestà, come qualunque attività umana.

7 febbraio 2013

Lavoro e tecnologia

Dai tempi della rivoluzione industriale a oggi, in più di due secoli, il mondo del lavoro è cambiato radicalmente. In quell'epoca lavoravano anche i bambini, le ore lavorative oscillavano tra le dodici e le sedici ore, e il salario serviva a mala pena a mettere assieme il pranzo con la cena, non c'era la settimana corta, i luoghi di lavoro erano insalubri, insomma era un vero inferno.
Nel mondo occidentale, gradualmente, sono cambiate molte cose. L'orario di lavoro previsto dalle leggi si aggira intorno alle otto ore giornaliere, si lavora cinque giorni a settimana, i salari consentono un minimo di potere d'acquisto, la sicurezza sul posto di lavoro, dove più dove meno, in genere è considerata un valore, e così via.
Lo sviluppo di internet e dei mezzi di trasporto ha rimpicciolito il mondo, lo sviluppo del commercio mondiale, in cui sono ormai protagoniste indiscusse nazioni (Cina, Brasile, India) che, nel pur recente passato avevano economie meno sviluppate, ha consentito a questi paesi di imboccare la via dello sviluppo economico.
Le radicali differenze legislative, sindacali, sociali, politiche, ecologiche, economiche, democratiche, tra l'occidente e le nuove, potenti, economie fanno sì che un radicale miglioramento delle condizioni economiche delle nuove economie corrisponda a crescenti tensioni, nei vecchi paesi dell'occidente, su occupazione, sviluppo economico e sistemi politici.
Con queste brevi premesse ho voluto delineare un quadro che mi consentirà di formulare alcune osservazioni da un particolare punto di vista, con la consapevolezza che le questioni in campo sono innumerevoli e che l'approccio usato in questo scritto è limitato appunto a uno solo dei possibili punti di vista.
L'evoluzione tecnologica, che negli ultimi decenni ha progressivamente aumentato i suoi ritmi di crescita progressiva in tutti gli ambiti umani, ha fatto sì, come ho osservato sopra, che nel mondo occidentale le condizioni di lavoro migliorassero in modo molto significativo. Grazie alla tecnologia, è aumentata la sicurezza nei luoghi di lavoro, sono aumentati i salari medi, sono diminuite le ore di lavoro in correlazione con il maggiore aumento della produttività e così via. Tuttavia, l'accelerazione dello sviluppo tecnologico, negli ultimi decenni, cioè da quando le economie emergenti si sono inserite stabilmente nel commercio mondiale, non ha prodotto un miglioramento delle condizioni macro e micro economiche. Infatti, è aumentata la disoccupazione, le economie hanno rallentato il loro tasso di sviluppo, i salari crescono con molta fatica; insomma l'occidente vive un momento di forte disagio che attribuisce a cause identificate con gli eventi che di volta in volta si affacciano sulla scena mondiale, l'ultimo per fare un esempio è la crisi finanziaria nata negli USA e poi esportata in tutti il mondo. Cause queste che pure sussistono ma che in realtà sono secondarie rispetto ai veri motivi della situazione in cui versa l'occidente.
Se l'evoluzione tecnologica ha fatto sì che gradualmente si passasse dalle condizioni di lavoro bestiali dell'inizio alle condizioni attuali, viene lecito chiedersi perché l'impetuosa evoluzione tecnologica degli ultimi decenni non ha portato a un corrispondente miglioramento delle condizioni del lavoro. La risposta è che sulla terra ci sono luoghi dove l'etica del lavoro non è attuale e che, per il momento, con la concorrenza planetaria, tengono al palo diritti, lavoro e salari dei lavoratori occidentali.
I tempi ridottissimi di diffusione delle informazioni, il mutamento di prospettiva del capitalismo mondiale che deve fare i conti con temi come la sostenibilità ambientale e l'impetuoso sviluppo economico dei paesi emergenti, la difficoltà di alcune democrazie con in testa quella italiana di adeguarsi al rapido cambiamento degli scenari economici e tecnologici mondiali, per ora stanno tenendo in scacco l'occidente, ma è inevitabile che nel medio-lungo termine la pur difficile situazione attuale non ostacoli il miglioramento delle condizioni di lavoro in correlazione diretta con l'avanzata tecnologica. Che beninteso non è il bene assoluto, ma questo è un altro discorso.

Riforma Fornero e precariato


Dopo poco più di sei mesi, è tempo di tirare le prime somme sugli effetti determinati da uno dei provvedimenti più discussi e controversi del governo di Mario Monti.
La legge n. 92/2012, conosciuta come “riforma del lavoro”, così come formulata dal ministro del Welfare, Elsa Fornero, è stata caratterizzata, ancora prima della sua entrata in vigore, da perplessità e da polemiche, che, a tutt’oggi, non sembrano attenuarsi.
Ciò che in particolare va evidenziato, a mio modesto parere, è che tale legge ha ostacolato l’avvio di nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato, determinando un aumento allarmante della disoccupazione, soprattutto giovanile, e del precariato.
Ma andiamo per ordine.
Uno dei principali obiettivi che la riforma ha inteso attuare è quello contenuto nell’art. 1, ovvero “realizzare un mercato del lavoro inclusivo e dinamico, in grado di  contribuire alla creazione di occupazione” favorendo “l’instaurazione di rapporti di lavoro più stabili e ribadendo il rilievo prioritario del lavoro subordinato a tempo indeterminato”, che torna a rappresentare il “contratto dominante” in materia di lavoro. Per chiarire ulteriormente questo principio l’articolo afferma la necessità di contrastare “l’uso improprio e strumentale degli elementi di flessibilità progressivamente introdotti nell’ordinamento con riguardo alle tipologie contrattuali”.
A prima vista sembrerebbe che l’intento della riforma sia quello di ridurre drasticamente l’uso e l’abuso dei contratti atipici e temporanei (contratti a tempo determinato, apprendistato, contratto interinale, co.co.co, co.co.pro., occasionali ecc.), rendendo il ricorso a tali tipologie contrattuali più costoso e oneroso, e favorire così il lavoro subordinato a tempo indeterminato.
Tuttavia, dopo una lettura più attenta della normativa, si scopre che, introducendo la possibilità di stipulare il primo contratto a termine (di durata non superiore a dodici mesi), con un lavoratore senza la necessità di specificare le “ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo” dell’apposizione del termine, viene spianata la strada a un utilizzo incontrollato e pericoloso dei contratti a tempo determinato, privi di causale, con un aumento massiccio del lavoro precario a discapito del lavoro  stabile e qualificato.
Ciò che risulta paradossale è come la riforma del mercato del lavoro, ideata per portare un cambiamento significativo alla attuale situazione lavorativa italiana, attraverso la realizzazione di un “mercato del lavoro inclusivo e dinamico” in grado di creare occupazione, abbia, piuttosto, incrementato il numero dei precari e dei disoccupati penalizzando, in modo particolare, i giovani.
Al fine di circoscrivere il fenomeno dilagante della disoccupazione e del precariato sarebbe necessario, innanzitutto, incentivare l’assunzione di lavoratori giovani, con misure di detassazione, favorendo e incoraggiando così le imprese ad assumere con contratti a tempo indeterminato.
I giovani, allo stato attuale, non hanno alcuna prospettiva lavorativa; troppo spesso sono costretti ad accontentarsi di una assunzione a breve termine, cucendosi addosso lo status di precario.
Infine, come non accennare alla correlazione tra disoccupazione giovanile e riforma delle pensioni.
Con l’allungamento dell’età pensionabile, è stato inesorabilmente bloccato ai giovani l’ingresso in azienda, questo perché (e ciò è facilmente intuibile) i lavoratori assunti sono costretti a rimanere in azienda per raggiungere i requisiti  richiesti per il pensionamento.
E’ innegabile, dunque, che, stando così le cose, la riforma Fornero, così come è stata congegnata, non ha contribuito né, a mio avviso, contribuirà ad una effettiva ricrescita del mercato del lavoro.
E’ necessario un cambiamento, una modifica, una “riforma” della riforma Fornero, che porti alla concreta realizzazione e creazione di posti di lavoro e ad una, conseguente, sicurezza nel futuro.

Michela Mantarro

3 febbraio 2013

Contratto di inserimento

Le leggi vigenti rendono difficile formulare contratti per partite iva e a progetto che siano pienamente legittimi. Anzi, per dire meglio, l'area dei rapporti di lavoro che fino alle nuove norme veniva coperta dai contratti a partita iva e a progetto, in modo spesse volte non del tutto legittimo, ora, con le nuove norme, è rimasta scoperta. Per ora non sappiamo in che modo i datori di lavoro stiano regolarizzando questi rapporti di lavoro.
Qual è il problema? i rapporti a tempo indeterminato sono ritenuti rigidi all'uscita e costosi sul piano fiscale e contributivo. I contratto atipici, con l'eccezione dei contratti a tempo determinato, dopo la stretta della legge Fornero, lasciano troppo scoperto il fianco alle vertenze. Questo implica una ulteriore difficoltà, dei disoccupati, per l'entrata nel mondo del lavoro. Soprattutto in questa fase di rapida trasformazione dell'economia, una incertezza che ostacoli di fatto le assunzioni sarebbe da evitare.
Il nuovo governo, quale che sia, dovrà mettere urgentemente le mani sulle leggi che regolano i rapporti di lavoro. La ricetta è sempre la stessa: eliminazione della burocrazia, semplificazione del quadro normativo, riduzione del cuneo fiscale. La riduzione del cuneo fiscale, per tutti i rapporti in corso, al fine di dare più risorse ai lavoratori e ridurre i costi per le imprese, penso che potrà essere impiegato nella misura in cui il governo saprà reperire risorse e dovrà reperirle se vuole salvare il sistema industriale italiano. La riduzione del cuneo fiscale per le nuove assunzioni invece dovrà essere adottato, tenuto conto che si parla di nuove assunzioni e dunque dei casi di aumento degli occupati, prescindendo dal reperimento di nuove risorse, perché nella mia definizione si tratta di nuovi occupati che dunque aggiungono risorse fiscali, anche se ridotte.
Un'idea per semplificare il quadro normativo potrebbe essere quella di un unico contratto di inserimento. Applicabile rigidamente solo per le assunzioni che amplino il numero degli occupati del datore di lavoro che intende adottarlo. Questa norma dovrebbe avere efficacia per un solo anno, salvo il rinnovo in caso di positiva riuscita. Con ciò non intendo che i contratti di inserimento dopo un anno cesserebbero, ma solo che i contratti di inserimento sarebbe possibile stipularli solo per un anno, scaduta la legge il legislatore deciderebbe se prorogarla o no ma i contratti stipulati continuerebbero ad avere effetto fino al loro termine naturale.
Come dovrebbe essere strutturato il contratto di inserimento? (è bene precisare che il mio è un esempio che vale solo come concetto, i parametri da applicare dovrebbero essere decisi con molta attenzione dagli organi competenti) ripeto, solo per le assunzioni che aumentano, impresa per impresa il numero degli occupati tenendo conto di ogni tipo di lavoratore impiegato, il contratto potrebbe avere una durata di cinque anni: per il primo anno, cuneo fiscale ridotto, per esempio, all'ottanta percento, e possibilità di licenziare con otto settimane di preavviso; per il secondo anno, cuneo fiscale ridotto al settanta percento e licenziamento con sette settimane di preavviso; per il terzo anno, cuneo fiscale al sessanta percento e sei settimane di preavviso; per il quarto anno, cuneo al cinquanta percento e cinque settimane di preavviso; per il quinto anno, cuneo al quaranta percento e quattro settimane di preavviso; e a questo punto il contratto di inserimento sarebbe concluso ma, in caso di sua prosecuzione, allineamento alle norme generali salvo che per il cuneo fiscale che dovrebbe continuare a scendere per altri tre anni almeno, e cioè trenta percento per il primo anno, venti percento per il secondo, zero per il terzo, dieci percento per il quarto, venti percento per il quinto (dopo i primi cinque anni dei contratti di solidarietà) e così via, fino a riallinearsi con quella che sarà la normativa di quell'epoca.