Dopo poco più di sei mesi, è tempo di tirare le prime somme sugli effetti determinati da uno dei provvedimenti più discussi e controversi del governo di Mario Monti.
La legge n. 92/2012, conosciuta come “riforma del lavoro”, così come formulata dal ministro del Welfare, Elsa Fornero, è stata caratterizzata, ancora prima della sua entrata in vigore, da perplessità e da polemiche, che, a tutt’oggi, non sembrano attenuarsi.
Ciò che in particolare va evidenziato, a mio modesto parere, è che tale legge ha ostacolato l’avvio di nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato, determinando un aumento allarmante della disoccupazione, soprattutto giovanile, e del precariato.
Ma andiamo per ordine.
Uno dei principali obiettivi che la riforma ha inteso attuare è quello contenuto nell’art. 1, ovvero “realizzare un mercato del lavoro inclusivo e dinamico, in grado di contribuire alla creazione di occupazione” favorendo “l’instaurazione di rapporti di lavoro più stabili e ribadendo il rilievo prioritario del lavoro subordinato a tempo indeterminato”, che torna a rappresentare il “contratto dominante” in materia di lavoro. Per chiarire ulteriormente questo principio l’articolo afferma la necessità di contrastare “l’uso improprio e strumentale degli elementi di flessibilità progressivamente introdotti nell’ordinamento con riguardo alle tipologie contrattuali”.
A prima vista sembrerebbe che l’intento della riforma sia quello di ridurre drasticamente l’uso e l’abuso dei contratti atipici e temporanei (contratti a tempo determinato, apprendistato, contratto interinale, co.co.co, co.co.pro., occasionali ecc.), rendendo il ricorso a tali tipologie contrattuali più costoso e oneroso, e favorire così il lavoro subordinato a tempo indeterminato.
Tuttavia, dopo una lettura più attenta della normativa, si scopre che, introducendo la possibilità di stipulare il primo contratto a termine (di durata non superiore a dodici mesi), con un lavoratore senza la necessità di specificare le “ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo” dell’apposizione del termine, viene spianata la strada a un utilizzo incontrollato e pericoloso dei contratti a tempo determinato, privi di causale, con un aumento massiccio del lavoro precario a discapito del lavoro stabile e qualificato.
Ciò che risulta paradossale è come la riforma del mercato del lavoro, ideata per portare un cambiamento significativo alla attuale situazione lavorativa italiana, attraverso la realizzazione di un “mercato del lavoro inclusivo e dinamico” in grado di creare occupazione, abbia, piuttosto, incrementato il numero dei precari e dei disoccupati penalizzando, in modo particolare, i giovani.
Al fine di circoscrivere il fenomeno dilagante della disoccupazione e del precariato sarebbe necessario, innanzitutto, incentivare l’assunzione di lavoratori giovani, con misure di detassazione, favorendo e incoraggiando così le imprese ad assumere con contratti a tempo indeterminato.
I giovani, allo stato attuale, non hanno alcuna prospettiva lavorativa; troppo spesso sono costretti ad accontentarsi di una assunzione a breve termine, cucendosi addosso lo status di precario.
Infine, come non accennare alla correlazione tra disoccupazione giovanile e riforma delle pensioni.
Con l’allungamento dell’età pensionabile, è stato inesorabilmente bloccato ai giovani l’ingresso in azienda, questo perché (e ciò è facilmente intuibile) i lavoratori assunti sono costretti a rimanere in azienda per raggiungere i requisiti richiesti per il pensionamento.
E’ innegabile, dunque, che, stando così le cose, la riforma Fornero, così come è stata congegnata, non ha contribuito né, a mio avviso, contribuirà ad una effettiva ricrescita del mercato del lavoro.
E’ necessario un cambiamento, una modifica, una “riforma” della riforma Fornero, che porti alla concreta realizzazione e creazione di posti di lavoro e ad una, conseguente, sicurezza nel futuro.
Michela Mantarro