12 febbraio 2013

Benedetto XVI

Le dimissioni del Santo Padre hanno suscitato un dibattito mondiale sulla decisione del Pontefice.
Le analisi dei laici, in questo caso, non sono applicabili.
Il Papa, per i credenti, è l'uomo più vicino a Dio. Dio per definizione è anche infallibile. Le azioni umane, incluse a fortiori quelle papali, data la perfezione divina, non possono prescindere o trascendere la infallibilità e la completezza divine. Sicché l'atto del Pontefice non può che essere conforme al volere divino, e ogni commento al riguardo mi pare ridondante.
L'aspetto secolare della missione papale presenta profili inediti, che dovranno essere affrontati a mano a mano che i problemi mondani si presenteranno, ma non mi pare che ciò sia così rilevante. In altri termini, le questioni politiche, finanziarie, organizzative, legate al pontificato, non hanno nulla di divino o trascendente, dunque possono essere affrontate con competenza, trasparenza e onestà, come qualunque attività umana.

7 febbraio 2013

Lavoro e tecnologia

Dai tempi della rivoluzione industriale a oggi, in più di due secoli, il mondo del lavoro è cambiato radicalmente. In quell'epoca lavoravano anche i bambini, le ore lavorative oscillavano tra le dodici e le sedici ore, e il salario serviva a mala pena a mettere assieme il pranzo con la cena, non c'era la settimana corta, i luoghi di lavoro erano insalubri, insomma era un vero inferno.
Nel mondo occidentale, gradualmente, sono cambiate molte cose. L'orario di lavoro previsto dalle leggi si aggira intorno alle otto ore giornaliere, si lavora cinque giorni a settimana, i salari consentono un minimo di potere d'acquisto, la sicurezza sul posto di lavoro, dove più dove meno, in genere è considerata un valore, e così via.
Lo sviluppo di internet e dei mezzi di trasporto ha rimpicciolito il mondo, lo sviluppo del commercio mondiale, in cui sono ormai protagoniste indiscusse nazioni (Cina, Brasile, India) che, nel pur recente passato avevano economie meno sviluppate, ha consentito a questi paesi di imboccare la via dello sviluppo economico.
Le radicali differenze legislative, sindacali, sociali, politiche, ecologiche, economiche, democratiche, tra l'occidente e le nuove, potenti, economie fanno sì che un radicale miglioramento delle condizioni economiche delle nuove economie corrisponda a crescenti tensioni, nei vecchi paesi dell'occidente, su occupazione, sviluppo economico e sistemi politici.
Con queste brevi premesse ho voluto delineare un quadro che mi consentirà di formulare alcune osservazioni da un particolare punto di vista, con la consapevolezza che le questioni in campo sono innumerevoli e che l'approccio usato in questo scritto è limitato appunto a uno solo dei possibili punti di vista.
L'evoluzione tecnologica, che negli ultimi decenni ha progressivamente aumentato i suoi ritmi di crescita progressiva in tutti gli ambiti umani, ha fatto sì, come ho osservato sopra, che nel mondo occidentale le condizioni di lavoro migliorassero in modo molto significativo. Grazie alla tecnologia, è aumentata la sicurezza nei luoghi di lavoro, sono aumentati i salari medi, sono diminuite le ore di lavoro in correlazione con il maggiore aumento della produttività e così via. Tuttavia, l'accelerazione dello sviluppo tecnologico, negli ultimi decenni, cioè da quando le economie emergenti si sono inserite stabilmente nel commercio mondiale, non ha prodotto un miglioramento delle condizioni macro e micro economiche. Infatti, è aumentata la disoccupazione, le economie hanno rallentato il loro tasso di sviluppo, i salari crescono con molta fatica; insomma l'occidente vive un momento di forte disagio che attribuisce a cause identificate con gli eventi che di volta in volta si affacciano sulla scena mondiale, l'ultimo per fare un esempio è la crisi finanziaria nata negli USA e poi esportata in tutti il mondo. Cause queste che pure sussistono ma che in realtà sono secondarie rispetto ai veri motivi della situazione in cui versa l'occidente.
Se l'evoluzione tecnologica ha fatto sì che gradualmente si passasse dalle condizioni di lavoro bestiali dell'inizio alle condizioni attuali, viene lecito chiedersi perché l'impetuosa evoluzione tecnologica degli ultimi decenni non ha portato a un corrispondente miglioramento delle condizioni del lavoro. La risposta è che sulla terra ci sono luoghi dove l'etica del lavoro non è attuale e che, per il momento, con la concorrenza planetaria, tengono al palo diritti, lavoro e salari dei lavoratori occidentali.
I tempi ridottissimi di diffusione delle informazioni, il mutamento di prospettiva del capitalismo mondiale che deve fare i conti con temi come la sostenibilità ambientale e l'impetuoso sviluppo economico dei paesi emergenti, la difficoltà di alcune democrazie con in testa quella italiana di adeguarsi al rapido cambiamento degli scenari economici e tecnologici mondiali, per ora stanno tenendo in scacco l'occidente, ma è inevitabile che nel medio-lungo termine la pur difficile situazione attuale non ostacoli il miglioramento delle condizioni di lavoro in correlazione diretta con l'avanzata tecnologica. Che beninteso non è il bene assoluto, ma questo è un altro discorso.

Riforma Fornero e precariato


Dopo poco più di sei mesi, è tempo di tirare le prime somme sugli effetti determinati da uno dei provvedimenti più discussi e controversi del governo di Mario Monti.
La legge n. 92/2012, conosciuta come “riforma del lavoro”, così come formulata dal ministro del Welfare, Elsa Fornero, è stata caratterizzata, ancora prima della sua entrata in vigore, da perplessità e da polemiche, che, a tutt’oggi, non sembrano attenuarsi.
Ciò che in particolare va evidenziato, a mio modesto parere, è che tale legge ha ostacolato l’avvio di nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato, determinando un aumento allarmante della disoccupazione, soprattutto giovanile, e del precariato.
Ma andiamo per ordine.
Uno dei principali obiettivi che la riforma ha inteso attuare è quello contenuto nell’art. 1, ovvero “realizzare un mercato del lavoro inclusivo e dinamico, in grado di  contribuire alla creazione di occupazione” favorendo “l’instaurazione di rapporti di lavoro più stabili e ribadendo il rilievo prioritario del lavoro subordinato a tempo indeterminato”, che torna a rappresentare il “contratto dominante” in materia di lavoro. Per chiarire ulteriormente questo principio l’articolo afferma la necessità di contrastare “l’uso improprio e strumentale degli elementi di flessibilità progressivamente introdotti nell’ordinamento con riguardo alle tipologie contrattuali”.
A prima vista sembrerebbe che l’intento della riforma sia quello di ridurre drasticamente l’uso e l’abuso dei contratti atipici e temporanei (contratti a tempo determinato, apprendistato, contratto interinale, co.co.co, co.co.pro., occasionali ecc.), rendendo il ricorso a tali tipologie contrattuali più costoso e oneroso, e favorire così il lavoro subordinato a tempo indeterminato.
Tuttavia, dopo una lettura più attenta della normativa, si scopre che, introducendo la possibilità di stipulare il primo contratto a termine (di durata non superiore a dodici mesi), con un lavoratore senza la necessità di specificare le “ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo” dell’apposizione del termine, viene spianata la strada a un utilizzo incontrollato e pericoloso dei contratti a tempo determinato, privi di causale, con un aumento massiccio del lavoro precario a discapito del lavoro  stabile e qualificato.
Ciò che risulta paradossale è come la riforma del mercato del lavoro, ideata per portare un cambiamento significativo alla attuale situazione lavorativa italiana, attraverso la realizzazione di un “mercato del lavoro inclusivo e dinamico” in grado di creare occupazione, abbia, piuttosto, incrementato il numero dei precari e dei disoccupati penalizzando, in modo particolare, i giovani.
Al fine di circoscrivere il fenomeno dilagante della disoccupazione e del precariato sarebbe necessario, innanzitutto, incentivare l’assunzione di lavoratori giovani, con misure di detassazione, favorendo e incoraggiando così le imprese ad assumere con contratti a tempo indeterminato.
I giovani, allo stato attuale, non hanno alcuna prospettiva lavorativa; troppo spesso sono costretti ad accontentarsi di una assunzione a breve termine, cucendosi addosso lo status di precario.
Infine, come non accennare alla correlazione tra disoccupazione giovanile e riforma delle pensioni.
Con l’allungamento dell’età pensionabile, è stato inesorabilmente bloccato ai giovani l’ingresso in azienda, questo perché (e ciò è facilmente intuibile) i lavoratori assunti sono costretti a rimanere in azienda per raggiungere i requisiti  richiesti per il pensionamento.
E’ innegabile, dunque, che, stando così le cose, la riforma Fornero, così come è stata congegnata, non ha contribuito né, a mio avviso, contribuirà ad una effettiva ricrescita del mercato del lavoro.
E’ necessario un cambiamento, una modifica, una “riforma” della riforma Fornero, che porti alla concreta realizzazione e creazione di posti di lavoro e ad una, conseguente, sicurezza nel futuro.

Michela Mantarro

3 febbraio 2013

Contratto di inserimento

Le leggi vigenti rendono difficile formulare contratti per partite iva e a progetto che siano pienamente legittimi. Anzi, per dire meglio, l'area dei rapporti di lavoro che fino alle nuove norme veniva coperta dai contratti a partita iva e a progetto, in modo spesse volte non del tutto legittimo, ora, con le nuove norme, è rimasta scoperta. Per ora non sappiamo in che modo i datori di lavoro stiano regolarizzando questi rapporti di lavoro.
Qual è il problema? i rapporti a tempo indeterminato sono ritenuti rigidi all'uscita e costosi sul piano fiscale e contributivo. I contratto atipici, con l'eccezione dei contratti a tempo determinato, dopo la stretta della legge Fornero, lasciano troppo scoperto il fianco alle vertenze. Questo implica una ulteriore difficoltà, dei disoccupati, per l'entrata nel mondo del lavoro. Soprattutto in questa fase di rapida trasformazione dell'economia, una incertezza che ostacoli di fatto le assunzioni sarebbe da evitare.
Il nuovo governo, quale che sia, dovrà mettere urgentemente le mani sulle leggi che regolano i rapporti di lavoro. La ricetta è sempre la stessa: eliminazione della burocrazia, semplificazione del quadro normativo, riduzione del cuneo fiscale. La riduzione del cuneo fiscale, per tutti i rapporti in corso, al fine di dare più risorse ai lavoratori e ridurre i costi per le imprese, penso che potrà essere impiegato nella misura in cui il governo saprà reperire risorse e dovrà reperirle se vuole salvare il sistema industriale italiano. La riduzione del cuneo fiscale per le nuove assunzioni invece dovrà essere adottato, tenuto conto che si parla di nuove assunzioni e dunque dei casi di aumento degli occupati, prescindendo dal reperimento di nuove risorse, perché nella mia definizione si tratta di nuovi occupati che dunque aggiungono risorse fiscali, anche se ridotte.
Un'idea per semplificare il quadro normativo potrebbe essere quella di un unico contratto di inserimento. Applicabile rigidamente solo per le assunzioni che amplino il numero degli occupati del datore di lavoro che intende adottarlo. Questa norma dovrebbe avere efficacia per un solo anno, salvo il rinnovo in caso di positiva riuscita. Con ciò non intendo che i contratti di inserimento dopo un anno cesserebbero, ma solo che i contratti di inserimento sarebbe possibile stipularli solo per un anno, scaduta la legge il legislatore deciderebbe se prorogarla o no ma i contratti stipulati continuerebbero ad avere effetto fino al loro termine naturale.
Come dovrebbe essere strutturato il contratto di inserimento? (è bene precisare che il mio è un esempio che vale solo come concetto, i parametri da applicare dovrebbero essere decisi con molta attenzione dagli organi competenti) ripeto, solo per le assunzioni che aumentano, impresa per impresa il numero degli occupati tenendo conto di ogni tipo di lavoratore impiegato, il contratto potrebbe avere una durata di cinque anni: per il primo anno, cuneo fiscale ridotto, per esempio, all'ottanta percento, e possibilità di licenziare con otto settimane di preavviso; per il secondo anno, cuneo fiscale ridotto al settanta percento e licenziamento con sette settimane di preavviso; per il terzo anno, cuneo fiscale al sessanta percento e sei settimane di preavviso; per il quarto anno, cuneo al cinquanta percento e cinque settimane di preavviso; per il quinto anno, cuneo al quaranta percento e quattro settimane di preavviso; e a questo punto il contratto di inserimento sarebbe concluso ma, in caso di sua prosecuzione, allineamento alle norme generali salvo che per il cuneo fiscale che dovrebbe continuare a scendere per altri tre anni almeno, e cioè trenta percento per il primo anno, venti percento per il secondo, zero per il terzo, dieci percento per il quarto, venti percento per il quinto (dopo i primi cinque anni dei contratti di solidarietà) e così via, fino a riallinearsi con quella che sarà la normativa di quell'epoca. 

31 gennaio 2013

Economia e politica

Il nostro è un tempo in cui le distanze sono praticamente state azzerate. La rete fa girare notizie e opinioni in tempo reale in tutto il globo. I mezzi di trasporto, ormai, finalmente, alla portata di tutti, consentono spostamenti rapidi da un punto all'altro del nostro pianeta.
I governi e i parlamenti hanno una sovranità limitata al proprio territorio, mentre gli organismi multinazionali, profit e no profit, di fatto si muovono liberamente su quasi tutta la terra. Questo fa sì che, di fatto, gli organismi multinazionali abbiano spazi di manovra, per i loro interessi, economici, politici, culturali, eccetera, di gran lunga maggiori di quelli dei governi e dei parlamenti nazionali.
Questo stato di cose, è sotto gli occhi di tutti noi, ha portato a una accelerazione del mutamento di tutti gli scenari. Questo vuol dire che quello che va bene oggi potrebbe non andare bene domani quindi, per restare in equilibrio rispetto al resto del mondo, e mantenere le proprie posizioni, è necessario adeguarsi ai mutamenti alla stessa velocità con cui avvengono. In caso contrario, si perdono posizioni e il recupero, in questo caso, sarà molto, molto difficile.
Per fare un esempio di ciò che intendo, alcuni giorni fa il Ministero dell'istruzione ha consentito ai cittadini di iscrivere on line i propri figli a scuola, subito dopo si è avuta notizia di una adesione di massa dei genitori a questa iniziativa, di un ingorgo informatico che ha frustrato le aspettative delle moltitudini che avrebbero voluto utilizzare quel servizio e, dopo qualche giorno, abbiamo avuto la notizia che il Ministero ha raddoppiato la capacità del sito per consentire a un maggior numero di persone di accedervi. Questa notizia è utile per aiutarmi a esprimere quello che voglio dire. Il governo attiva un servizio on line ma lo fa in misura insufficiente, questo che cosa significa? che il numero dei genitori si è improvvisamente decuplicato o che la stima del governo sulla domanda di quel servizio era inadeguata? la risposta è la seconda, il governo non ha stimato correttamente il grado di diffusione della tecnologia e dunque ha attivato strumenti inadeguati, correndo subito dopo ai ripari con il raddoppio della capacità di ricezione dei server del Ministero. La risposta dell'autorità politica è stata dunque più lenta di quella dei cittadini italiani e ciò ha comportato perdite di tempo e denaro, per i privati e per la pubblica amministrazione.
Quello che è accaduto nell'esempio che ho fatto, se riferito a tutte le attività pubbliche, dà una idea del disallineamento tra necessità, e oggettiva capacità di stare al passo con i tempi, della nazione e capacità della pubblica amministrazione di offrire quanto viene richiesto dagli italiani, il che, ovviamente, porta l'Italia a rallentare il proprio passo in tutti i settori a vantaggio esclusivo di tutti i competitori stranieri.
Le energie italiane, culturali, sociali, economiche, creative, finanziarie devono così passare attraverso l'imbuto di una pubblica amministrazione che è sprecona e disorganizzata, e aggiunge al proprio costo diretto, che è assolutamente rilevante, i danni che produce all'economia nazionale rallentandone lo sviluppo con la burocrazia, gli sprechi e le proprie inefficienze sistematiche.

29 gennaio 2013

Partite iva, contratti a progetto e a termine

La riforma Fornero è intervenuta su questi contratti e ha introdotto una serie di norme che, nelle intenzioni, dovrebbero renderne molto più difficile l'utilizzo illegittimo.
I contratti che prevedono l'emissione di fattura e i contratti a progetto, se non passano il vaglio delle caratteristiche che la riforma li obbliga ad avere, possono essere facilmente contestati in giudizio, per questo i datori di lavoro non li stanno rinnovando e in ogni caso li stanno valutando con estrema attenzione.
I contratti a termine invece, la prima volta e per massimo un anno, non hanno più bisogno di motivi e possono essere conclusi con maggiore facilità.
Le rigidità e l'aumento dei costi fiscali dei contratti che prevedono l'emissione di fattura e a progetto hanno ridotto drasticamente il numero di questi contratti. Ora, ci si chiede in che modo i datori di lavoro stanno inquadrando i rapporti di lavoro che prima della riforma venivano regolarizzati con le partite iva e con i contratti a progetto. Certamente questi rapporti non stanno confluendo tra i rapporti subordinati a tempo indeterminato. E, allora, che via stanno imboccando questi rapporti? le indagini che stiamo avviando dovrebbero darci qualche risposta. Nel frattempo mi chiedo perché non venga incentivata la conclusione di rapporti a tempo indeterminato con la previsione, solo per i nuovi rapporti, di riduzioni degli oneri fiscali. Incentivi che potrebbero interessare sia i rapporti precedentemente regolati dai contratti a partita iva e a progetto sia i contratti a termine, anche quelli semplificati previsti dalla legge Fornero.
Mi spiego meglio. Se al termine del rapporto a termine si incentivasse, con interventi sul lato degli oneri fiscali e contributivi, la stipula di un contratto a tempo indeterminato, perché i datori di lavoro non dovrebbero approfittare di questa possibilità? Sull'occupazione norme di questo tipo avrebbero un impatto positivo, ma lo avrebbero anche sulla situazione dei lavoratori precari e sulla efficienza delle imprese. Il lavoratore precario uscirebbe da questa situazione di incertezza continua, che è stata aggravata dalla previsione dei nuovi contratti a termine (che si applicano solo al primo rapporto e massimo per un anno), con una riduzione di fatto della speranza di durata del rapporto dai trentasei mesi (sempre vigenti ma disincentivati dal contratto a termine semplificato che ripeto si può stipulare solo una volta e massimo per un anno); il datore di lavoro non sarebbe costretto a rinunciare a tutti vantaggi che sono dati dall'avere a propria disposizione lavoratori già formati e con un anno di esperienza, solo per cercare di avere rapporti di lavoro più elastici.
Al mio discorso si può obiettare che i datori di lavoro non è detto che, anche se incentivati da una riduzione dei carichi fiscali, concludano nuovi contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato, ma questa è una obiezione cui è facile rispondere. Data la situazione economica, una riduzione dei costi per i nuovi posti di lavoro non può non avere effetto, bisogna solo trovare la giusta misura della riduzione dei costi correlati alla gestione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.