15 marzo 2013

Parmenide e Severino

Nietzsche diceva che il genio avanza come un gigante che si sposti procedendo da una vetta all'altra, Parmenide e Severino sono due vette del pensiero che, pur nella loro profonda distinzione, hanno dei punti di contatto non trascurabili.
Per Parmenide, l'essere è eterno e immutabile e, dunque, il divenire, testimoniando appunto la propria assoluta mutabilità non è essere, il divenire per Parmenide è mera parvenza, illusione.
Anche per Emanuele Severino l'essere è eterno e immutabile ma, all'opposto di Parmenide, testimonia l'essere eterno e immutabile di tutto ciò che esiste: dal granello di polvere alla più piccola particella di materia, dalla stella più grande al più insignificante dei sogni.
La cultura umana, dai Greci ai giorni nostri, scienza inclusa, pur considerando il divenire innegabile, considera la realtà un istante venuto dal nulla che subito dopo essere stato ridiventa nulla. Il postulato di ogni pensiero, poetico o scientifico che sia, è il seguente: nulla (futuro)-presente-futuro (nulla). Ora, se prendiamo a prestito una regoletta matematica come il prodotto di una moltiplicazione quale uno per zero uguale zero, avremo che nulla-futuro-zero per presente-uno per passato-zero uguale esistenza umana zero-nulla; il prodotto di questo ragionamento è dunque che la nostra esistenza è radicalmente nulla, apparente, illusoria. Il presupposto della cultura contemporanea è dunque sostanzialmente quello  cui già era pervenuto Parmenide, la realtà è illusione, ma mentre Parmenide lo affermava la cultura umana del nostro tempo non lo riconosce, si limita ad accettarlo inconsciamente, ponendolo dunque come presupposto ma rifiutandosi di ammettere che tale postulato porta alla nullità di tutto. Mentre Parmenide affermava l'assoluta necessità, eternità, immutabilità dell'essere, la filosofia contemporanea degli ultimi due secoli nega qualunque immutabile affermando così l'assoluta nullità del tutto.
Severino, con la sua testimonianza appartenente comunque alla terra isolata, dimostra che data l'innegabilità del presente, data l'impossibilità che l'essere diventi nulla, il divenire non è mutamento, ché altrimenti tutto sarebbe nulla, ma è apparire e scomparire degli eterni, che anche se usciti dall'apparire non potranno mai diventare nulla.
Del resto la cultura contemporanea non ha alcuna prova né logica né fisica del postulato nulla-essere-nulla, e gli studi più avanzati della fisica mostrano che particelle elementari scorrazzano inspiegabilmente tra passato e futuro. Il che non potrebbe essere se il postulato nulla-presente-nulla fosse fondato.

9 marzo 2013

Grillo e il sistema istituzionale italiano

E' sotto gli occhi di tutti, il sistema istituzionale italiano ha fallito in tutto: istruzione, ricerca, economia, corruzione, sprechi, sanità, tutto ha dei grossi problemi. La cosa strana è che gli attori politici che si sono presentati alle ultime elezioni, con l'eccezione dell'M5S, sono gli stessi che hanno gestito il potere negli ultimi vent'anni, e che si propongono come coloro che risolveranno i problemi italiani, ma temo che non siano più credibili per nessuno, nessun italiano è disposto veramente a fargli credito.
Mi pare che la linea politica dell'M5S sia quella di chi mette in discussione il sistema istituzionale italiano così come è stato fino a oggi, di chi vuole una democrazia diversa da quella attualmente vigente in Italia, una democrazia diretta e non rappresentativa, in cui i singoli cittadini partecipino alla gestione della cosa pubblica. Le assemblee dell'Atene di Pericle, che era comunque una piccola città, contavano migliaia di partecipanti. Questo, la democrazia diretta, è astrattamente possibile, perché i mezzi tecnologici che abbiamo consentirebbero enne votazioni al minuto da parte di ogni italiano, ma questo certamente non basta, bisogna vedere se queste enne votazioni c'è il sistema perché possano essere espresse senza che qualcuno possa manipolarle. Naturalmente la mia è una iperbole ma il senso di ciò che esprime l'M5S mi pare questo.
Il fatto che l'M5S non intenda dare la fiducia a nessun governo mi pare coerente con le dichiarazioni di Grillo e la filosofia democratica che il Movimento 5 Stelle vuole attuare. Se questo movimento condanna le istituzioni italiane così come hanno funzionato finora, per quale ragione dovrebbe entrare a farne parte come se ciò che è stato dichiarato prima delle elezioni fosse un mero esercizio retorico: se le dichiarazioni elettorali di Grillo sono vere, il M5S ha solo una strada da percorrere, quella della sua attuale posizione.
Il PD e il PDL hanno avuto più di un anno per darci una legge elettorale che consentisse di governare a chi avrebbe vinto le elezioni e non ce l'hanno data, quindi l'attuale situazione di stallo non può essere certo addebitata ai nuovi eletti o a un movimento che è entrato in Parlamento per la prima volta in questa legislatura. La situazione di stallo in cui ci troviamo, che probabilmente il Presidente della Repubblica tra qualche giorno riuscirà a superare, in ogni caso non può essere addebitata a Grillo e al suo movimento. Se Grillo votasse la fiducia al PD di fatto accetterebbe di entrare a far parte di un sistema istituzionale che invece, giustamente, ha criticato senza peli sulla lingua, sicché mi chiedo per quale ragione dovrebbe rinnegare le proprie idee? forse per togliere le castagne dal fuoco a chi non ha colpevolmente previsto e evitato quello che comunque non è un evento straordinario e imprevedibile, visto che già nella storia recente una situazione di stallo aveva condizionato il governo Prodi e poi lo aveva fatto cadere rovinosamente.
Grillo giustamente è pronto a votare per ciò che è coerente con il suo movimento, quindi suppongo una nuova legge elettorale, ma non intende affatto entrare a far parte di una classe dirigente che oggettivamente ha portato l'Italia nella sua attuale drammatica situazione.

8 marzo 2013

Trasparenza e informatica

Prendo spunto da un tema caro sia a Matteo Renzi che a Beppe Grillo: la rete.
La combinazione di informatica e rete può elevare enormemente la produttività e ridurre/azzerare molti costi sia nel privato sia nel pubblico.
La rete è nata nel 1991, cioè 22 anni fa, quasi un quarto di secolo. Perché l'Italia non ne faccia un uso massiccio non è dato sapere.
Da alcune settimane, nel nostro Paese è possibile iscrivere a scuola i proprio figli online, cioè si può fare uso della rete per compiere una operazione che finora era eseguita esattamente come si poteva fare già nel '700, con grande, grandissimo sperpero di denaro di tutti noi. Ma la decisione del Ministero dell'Istruzione non mi pare che sia stata seguita da altre pubbliche amministrazioni.
La rete potrebbe, al tempo stesso, azzerare tutti i costi legati alle vecchissime prassi cartacee e rendere trasparente l'intera azione della pubblica amministrazione. Non ho idea di cosa possa significare in termini monetari quanto ho appena affermato, ma sicuramente i volumi di risparmio, di aumento di produttività e di trasparenza, sono enormi, di certo gli importi di cui si avvantaggerebbero tutti gli italiani sono miliardari in euro.
Per essere più concreto, il bilancio dello Stato è, come tutti i bilanci, la sintesi di tutte le transazioni contabili compiute dal soggetto cui il bilancio si riferisce in un dato arco di tempo. L'informatica e la rete consentirebbero, se solo lo si volesse, di rendere pubbliche tutte le transazioni delle amministrazioni dello Stato, dallo scontrino del caffè alla fattura pagata per una macchina blu, dal contratto di appalto alle fatture emesse per il pagamento dei lavori realizzati con il contratto d'appalto medesimo. In altri termini, conti pubblicati e conti necessari per la gestione dovrebbero essere una sola cosa pubblica, le amministrazioni dovrebbero lavorare alla loro contabilità online mettendo a disposizione di tutti, urbi et orbi, perché no?, tutto ciò che avviene, di finanziario, patrimoniale ed economico, nella pubblica amministrazione.
Se quello che dico può sembrare a prima vista utopistico in realtà è molto realistico. Con la tecnologia cloud tutto questo è possibile ed economicissimo, già da lungo tempo.
La rete e l'informatica dovrebbero essere applicate anche alle proposte politiche, anzi immagino che la pubblica amministrazione già ne faccia uso, solo che non mi spiego perché le proposte fatte dai vari leader non siano seguite dalla diffusione dei dati sugli effetti economici che deriverebbero dalla attuazione delle loro idee. Mi spiego meglio. Se il leader x propone un dato aumento o riduzione d'imposta, il rimborso dell'Imu o il salario di cittadinanza, il modello matematico di cui dispone il Ministero dell'Economia sicuramente è in grado di svelarne gli effetti economico-finanziari per valutarne il reale impatto e cosa eventualmente si dovrebbe fare (utilizzando il medesimo modello matematico) per ottenere l'effetto sperato dal leader. Beninteso, ciò di cui parlo è solo una metodo di sviluppo e modifica immediata di un budget, per valutare l'impatto delle proposte che vengono poste in campo, che nulla toglie alla visione politica degli uomini che ricevono dai cittadini il difficile compito del governo di uno Stato; visione politica che ha certamente effetti che vanno al di là di un mero calcolo pur potente e immediato. Tuttavia, ferma restando la necessità della politica, intesa come visione vera e giusta di una data società in un dato tempo, informatica e rete potrebbero testare la bontà e la fattibilità delle idee e dei progetti in campo, fattibilità che varierebbe istantaneamente (indicando anche in senso economico, finanziario e patrimoniale l'effetto delle politiche adottate, adottande e da adottare), con il sopraggiungere degli effetti positivi o negativi delle visioni politiche adottate dal governante di turno.

27 febbraio 2013

Cosa ci aspetta dopo le elezioni

Cosa deciderà il Presidente della Repubblica non si sa, ma gli scenari possibili non sono poi così numerosi.
Le "larghe intese" pare che siano preferite dall'establishment del Pd, ma un accordo in questo senso, tra Pd e Pdl, sicuramente non sarebbe accettato dal Sel di Vendola e, altrettanto sicuramente, sarebbe una iattura per l'Italia. Nel Pdl non è emerso niente di nuovo, l'assetto politico è praticamente immutato, dunque se fosse determinante per il governo tenterebbe di portare avanti le politiche attuate fino alle dimissioni di Berlusconi nel 2011, vale a dire cercherebbe di far seguire al nostro Paese la via che ci ha portati malamente fin qui: nessun controllo sui conti pubblici, nessuna riduzione della burocrazia, nessuna eliminazione degli sprechi. Il Pd (che ha colpevolmente bocciato Renzi) appartiene anch'esso alla classe dirigente che ha assistito impotente e complice al declino italiano, sicché se fosse vero che la sua nomenclatura è favorevole alle "larghe intese" con il Pdl, questo non può significare altro che, insieme con il Pdl, cercherebbe di salvare il salvabile di un sistema istituzionale che negli ultimi dieci anni ha dato una pessima prova di sé.
L'Italia ha bisogno di riforme che ridisegnino tutte le istituzioni e che mirino al futuro affrancando lo Stato italiano da ogni luogo comune, nazionale e internazionale, da ogni incrostazione politica e culturale, dagli interessi dei troppi privilegiati, dai politici politicanti, dalle ingiustizie, ma anche dagli sprechi, dalla burocrazia e dalla corruzione. Il nostro Paese deve concentrarsi di più sull'istruzione, per porre al centro gli studenti e non gli addetti ai lavori, che ovviamente vanno rispettati ma senza dimenticare che l'istruzione deve avere al centro gli italiani di domani e non i professori, il personale ausiliario e quant'altro: prima gli studenti, poi tutti gli altri. L'Italia deve sviluppare la ricerca e, ripeto, non gli apparati burocratici e spreconi, le risorse devono essere destinate ai ricercatori non alle strutture che gli sono state costruite attorno per i soliti motivi nepotistici e clientelari. E' dunque evidente che un governo, cui partecipassero il centro sinistra e il Pdl, non potrebbe mai affrontare temi di questa portata e che un governo di questo tipo servirebbe solo per far passare invano il tempo a spese di tutti gli italiani.
L'altra ipotesi in circolazione, un appoggio, a un governo di centro sinistra, sui singoli provvedimenti, da parte del Movimento 5 Stelle, finalizzato ad approvare alcune leggi urgenti, con al primo posto una legge elettorale che garantisca a chi vince le elezioni di poter governare, quest'altra ipotesi mi pare quella più realistica e soprattutto disegna uno scenario che non prevede proroghe a una classe dirigente che deve cedere il passo a nuove idee e a donne e uomini nuovi in tutte le forze politiche.

22 febbraio 2013

Oscar Pistorius

Prima degli ultimi fatti di cronaca, avevo associato Oscar Pistorius a una idea di uomo straordinario che, pur non avendo le gambe, è un campione paralimpico. Un uomo che fa camminare una contraddizione apparente, dico apparente perché è chiaro che quest'uomo corre perché usa delle protesi sofisticate che sostituiscono le gambe.
Dopo che è accaduto ciò che tutti sappiamo, cioè è morta uccisa la povera Reeva Steenkamp, prima ancora che si sappia con certezza come sono andati i fatti, l'atleta paralimpico ha perso l'immagine che si era conquistato negli ultimi anni.
Oscar Pistorius è stato arrestato e dopo pochi giorni, quest'oggi, è stato scarcerato su cauzione. Ho letto alcuni tweet di persone che biasimano il rilascio di Pistorius e affermano che chi ha i soldi può anche uccidere, ma hanno torto, la vicenda processuale di Oscar Pistorius, almeno finora, va letta in modo diverso.
Per prima cosa, quello che è accaduto nella sua casa, al momento, non lo sa nessuno e, sul piano della realtà storica, non lo saprà mai nessuno. Al termine del processo cui, salvo colpi di scena, Pistorius sarà sottoposto, conosceremo la verità processuale, il che è già qualcosa.
Cercherò di spiegarmi meglio. Nella casa del delitto pare che ci fossero solo l'atleta e la sua fidanzata, che purtroppo è morta, quindi l'unico che potrebbe raccontare quello che è accaduto è la stessa persona che è accusata di omicidio. Il fatto che sia accusato di omicidio lascia aperti alcuni possibili sviluppi: primo. Pistorius ha ucciso volontariamente Reeva Steenkamp e sta tentando di far passare l'accaduto per un banale quanto tragico incidente: in questo caso probabilmente non racconterà mai come si sono svolti i fatti. La dinamica potrà essere ricostruita dai giudici nel processo sulla base degli elementi di accusa e di difesa raccolti dagli investigatori e dagli avvocati dell'imputato; secondo. Pistorius, come dichiara da qualche giorno, ha ucciso la sia fidanzata per un tragico incidente. Anche in questo caso, la dinamica dei fatti potrà essere ricostruita nel processo, nel contraddittorio tra accusa e difesa. Se la tesi difensiva di Pistorius è fondata, anche in questo caso il giudizio non potrà fondarsi sulle sue dichiarazioni, che dovranno essere verificate attimo per attimo dal giudice incaricato di giudicarlo. Che egli sia dunque colpevole o innocente dovrà deciderlo un giudice che non può in nessun modo conoscere la verità reale ma solo quella processuale, non vi è via d'uscita.
Da quello che ho scritto sopra si evince che anche dopo la sentenza la verità accertata sarà solo una verità processuale, quella reale, realmente accaduta, potrebbe raccontarla l'imputato che però, proprio per questa sua veste non è credibile. Anche una confessione di Pistorius, non solo la sua dichiarazione di innocenza, dovrebbe essere sottoposta alla verifica processuale.
Oscar Pistorius, dunque, finché non sarà condannato o assolto, rimane potenzialmente innocente o colpevole. Qui interviene la libertà su cauzione che, lungi dall'essere un privilegio per i ricchi, è invece un importantissimo istituto che si rifà a uno dei principi fondamentali del diritto, l'habeas corpus. L'Habeas corpus è concettualmente il diritto dell'imputato di arrivare libero al processo, al fine di difendersi nel migliore dei modi. Infatti, prima che sia concluso il processo, quali che siano gli indizi, le confessioni, gli elementi tutti dell'accusa e della difesa, l'imputato può essere colpevole o innocente.
Con ciò non voglio dire che chiunque riesca a difendersi adeguatamente in un processo, è evidente che chi dispone dei mezzi adeguati può permettersi i migliori tecnici e quindi ottenere la migliore difesa possibile, ma questo è un altro aspetto del problema.
Sia chiaro anche che le società moderne devono mettere a disposizione della collettività tutti i mezzi possibili, a qualunque costo, per proteggere le vittime del fenomeno che in Italia viene attualmente chiamato femminicidio. Ogni costo dev'essere sostenuto per ottenere il risultato che cessino una volta per tutte le violenze degli uomini sulle donne, meno uno, meno la giustizia sommaria. Lo Stato di diritto deve tutelare gli innocenti, sia tutte le donne che subiscono violenza, e questo ripeto è più che ovvio, sia gli innocenti che siano ingiustamente accusati di un delitto che potrebbero non aver commesso. Uno Stato che indulgesse alla giustizia sommaria diverrebbe egli stesso un bruto.

14 febbraio 2013

San Valentino

Devo essere sincero, quando sento parlare le coppie, i concetti che vengono espressi sono sempre legati al possesso. Lui che vuole da lei, lei che vuole da lui: un comportamento, una scelta, una rinuncia, una attenzione, un sì, un no, insomma chi ama vuole qualcosa.
"Sì lei è la mia fidanzata, la mia donna, ma vorrei che non lavorasse, che lavorasse, che non avesse figli, che avesse figli, che vestisse così, che non vestisse così". "Sì lui è il mio uomo, ma vorrei che amasse il calcio, che non amasse il calcio, che vestisse elegantemente, che vestisse casual, che mi portasse al cinema, che la finisse di portarmi al cinema".
E' tutto un volere qualcosa dall'amato. Amiamo una persona ma la vorremmo diversa, vorremmo che si adeguasse ai nostri desideri, che somigliasse a una idea che abbiamo dentro di noi: vorremmo che l'amato non fosse chi è ma fosse un altro, un'altra; che non fosse chi è ma fosse qualcuno che non esiste.
Dietro il mio discorso c'è un fondamento filosofico forte, ma quello che affermo, perché sia compreso, non ha bisogno di un approfondimento, il mio discorso è comprensibile nella sua semplicità, senza ulteriori indagini che comunque sono possibili ma, ripeto, non sono necessarie: l'amore vero è evidente da sé, naturalmente la fondatezza di quello che dico non la esprime quest'ultima frase che si presterebbe da sola a qualunque travisamento, anzi forse sono proprio frasi come questa che lasciano circolare pensieri errati sull'amore.
L'amato dev'essere voluto esattamente come egli è, con tutti i suoi pregi, i suoi difetti, le sue eleganze, le sue ineleganze. L'amato dev'essere voluto così com'è soprattutto quando la sua scelta non coincide con i nostri desideri e le nostre speranze. Si ama soprattutto quando l'amato sceglie un altro, un'altra, infatti solo in questo caso l'amante dà la massima prova d'amore. Amare vuol dire amare l'amato così com'è e accettare i suoi desideri soprattutto quando sono opposti ai desideri dell'amante.

13 febbraio 2013

Gli interessi che interessano

Se è vero che le banche italiane hanno in portafoglio circa 400 miliardi del debito pubblico italiano, cioè circa il 20 percento del totale. Se è vero che la maggior parte di questi titoli di Stato è stata acquistata con il prestito ricevuto dalle banche italiane dalla BCE al tasso d'interesse dell'1 percento. Proviamo a fare due conti.
Il debito pubblico italiano costa, a noi contribuenti, circa ottanta miliardi di euro ogni anno. Il venti per cento di ottanta è uguale a 16 miliardi di euro. L'uno percento di 400 miliardi è uguale a 4 miliardi. Per sapere quanto vale la differenza tra gli interessi pagati dai contribuenti italiani sul debito acquistato dalle banche con il prestito della BCE, e gli interessi pagati dalle banche alla BCE per il denaro usato per comprare debito pubblico italiano, basta fare una sottrazione: 16 - 4 = 12. Ecco, questa sarebbe la quota di interessi pagati dai contribuenti italiani sul debito pubblico italiano che sarebbe guadagnata dalle banche con gli euro ricevuti in prestito dalla BCE.

12 febbraio 2013

Benedetto XVI

Le dimissioni del Santo Padre hanno suscitato un dibattito mondiale sulla decisione del Pontefice.
Le analisi dei laici, in questo caso, non sono applicabili.
Il Papa, per i credenti, è l'uomo più vicino a Dio. Dio per definizione è anche infallibile. Le azioni umane, incluse a fortiori quelle papali, data la perfezione divina, non possono prescindere o trascendere la infallibilità e la completezza divine. Sicché l'atto del Pontefice non può che essere conforme al volere divino, e ogni commento al riguardo mi pare ridondante.
L'aspetto secolare della missione papale presenta profili inediti, che dovranno essere affrontati a mano a mano che i problemi mondani si presenteranno, ma non mi pare che ciò sia così rilevante. In altri termini, le questioni politiche, finanziarie, organizzative, legate al pontificato, non hanno nulla di divino o trascendente, dunque possono essere affrontate con competenza, trasparenza e onestà, come qualunque attività umana.

7 febbraio 2013

Lavoro e tecnologia

Dai tempi della rivoluzione industriale a oggi, in più di due secoli, il mondo del lavoro è cambiato radicalmente. In quell'epoca lavoravano anche i bambini, le ore lavorative oscillavano tra le dodici e le sedici ore, e il salario serviva a mala pena a mettere assieme il pranzo con la cena, non c'era la settimana corta, i luoghi di lavoro erano insalubri, insomma era un vero inferno.
Nel mondo occidentale, gradualmente, sono cambiate molte cose. L'orario di lavoro previsto dalle leggi si aggira intorno alle otto ore giornaliere, si lavora cinque giorni a settimana, i salari consentono un minimo di potere d'acquisto, la sicurezza sul posto di lavoro, dove più dove meno, in genere è considerata un valore, e così via.
Lo sviluppo di internet e dei mezzi di trasporto ha rimpicciolito il mondo, lo sviluppo del commercio mondiale, in cui sono ormai protagoniste indiscusse nazioni (Cina, Brasile, India) che, nel pur recente passato avevano economie meno sviluppate, ha consentito a questi paesi di imboccare la via dello sviluppo economico.
Le radicali differenze legislative, sindacali, sociali, politiche, ecologiche, economiche, democratiche, tra l'occidente e le nuove, potenti, economie fanno sì che un radicale miglioramento delle condizioni economiche delle nuove economie corrisponda a crescenti tensioni, nei vecchi paesi dell'occidente, su occupazione, sviluppo economico e sistemi politici.
Con queste brevi premesse ho voluto delineare un quadro che mi consentirà di formulare alcune osservazioni da un particolare punto di vista, con la consapevolezza che le questioni in campo sono innumerevoli e che l'approccio usato in questo scritto è limitato appunto a uno solo dei possibili punti di vista.
L'evoluzione tecnologica, che negli ultimi decenni ha progressivamente aumentato i suoi ritmi di crescita progressiva in tutti gli ambiti umani, ha fatto sì, come ho osservato sopra, che nel mondo occidentale le condizioni di lavoro migliorassero in modo molto significativo. Grazie alla tecnologia, è aumentata la sicurezza nei luoghi di lavoro, sono aumentati i salari medi, sono diminuite le ore di lavoro in correlazione con il maggiore aumento della produttività e così via. Tuttavia, l'accelerazione dello sviluppo tecnologico, negli ultimi decenni, cioè da quando le economie emergenti si sono inserite stabilmente nel commercio mondiale, non ha prodotto un miglioramento delle condizioni macro e micro economiche. Infatti, è aumentata la disoccupazione, le economie hanno rallentato il loro tasso di sviluppo, i salari crescono con molta fatica; insomma l'occidente vive un momento di forte disagio che attribuisce a cause identificate con gli eventi che di volta in volta si affacciano sulla scena mondiale, l'ultimo per fare un esempio è la crisi finanziaria nata negli USA e poi esportata in tutti il mondo. Cause queste che pure sussistono ma che in realtà sono secondarie rispetto ai veri motivi della situazione in cui versa l'occidente.
Se l'evoluzione tecnologica ha fatto sì che gradualmente si passasse dalle condizioni di lavoro bestiali dell'inizio alle condizioni attuali, viene lecito chiedersi perché l'impetuosa evoluzione tecnologica degli ultimi decenni non ha portato a un corrispondente miglioramento delle condizioni del lavoro. La risposta è che sulla terra ci sono luoghi dove l'etica del lavoro non è attuale e che, per il momento, con la concorrenza planetaria, tengono al palo diritti, lavoro e salari dei lavoratori occidentali.
I tempi ridottissimi di diffusione delle informazioni, il mutamento di prospettiva del capitalismo mondiale che deve fare i conti con temi come la sostenibilità ambientale e l'impetuoso sviluppo economico dei paesi emergenti, la difficoltà di alcune democrazie con in testa quella italiana di adeguarsi al rapido cambiamento degli scenari economici e tecnologici mondiali, per ora stanno tenendo in scacco l'occidente, ma è inevitabile che nel medio-lungo termine la pur difficile situazione attuale non ostacoli il miglioramento delle condizioni di lavoro in correlazione diretta con l'avanzata tecnologica. Che beninteso non è il bene assoluto, ma questo è un altro discorso.

Riforma Fornero e precariato


Dopo poco più di sei mesi, è tempo di tirare le prime somme sugli effetti determinati da uno dei provvedimenti più discussi e controversi del governo di Mario Monti.
La legge n. 92/2012, conosciuta come “riforma del lavoro”, così come formulata dal ministro del Welfare, Elsa Fornero, è stata caratterizzata, ancora prima della sua entrata in vigore, da perplessità e da polemiche, che, a tutt’oggi, non sembrano attenuarsi.
Ciò che in particolare va evidenziato, a mio modesto parere, è che tale legge ha ostacolato l’avvio di nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato, determinando un aumento allarmante della disoccupazione, soprattutto giovanile, e del precariato.
Ma andiamo per ordine.
Uno dei principali obiettivi che la riforma ha inteso attuare è quello contenuto nell’art. 1, ovvero “realizzare un mercato del lavoro inclusivo e dinamico, in grado di  contribuire alla creazione di occupazione” favorendo “l’instaurazione di rapporti di lavoro più stabili e ribadendo il rilievo prioritario del lavoro subordinato a tempo indeterminato”, che torna a rappresentare il “contratto dominante” in materia di lavoro. Per chiarire ulteriormente questo principio l’articolo afferma la necessità di contrastare “l’uso improprio e strumentale degli elementi di flessibilità progressivamente introdotti nell’ordinamento con riguardo alle tipologie contrattuali”.
A prima vista sembrerebbe che l’intento della riforma sia quello di ridurre drasticamente l’uso e l’abuso dei contratti atipici e temporanei (contratti a tempo determinato, apprendistato, contratto interinale, co.co.co, co.co.pro., occasionali ecc.), rendendo il ricorso a tali tipologie contrattuali più costoso e oneroso, e favorire così il lavoro subordinato a tempo indeterminato.
Tuttavia, dopo una lettura più attenta della normativa, si scopre che, introducendo la possibilità di stipulare il primo contratto a termine (di durata non superiore a dodici mesi), con un lavoratore senza la necessità di specificare le “ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo” dell’apposizione del termine, viene spianata la strada a un utilizzo incontrollato e pericoloso dei contratti a tempo determinato, privi di causale, con un aumento massiccio del lavoro precario a discapito del lavoro  stabile e qualificato.
Ciò che risulta paradossale è come la riforma del mercato del lavoro, ideata per portare un cambiamento significativo alla attuale situazione lavorativa italiana, attraverso la realizzazione di un “mercato del lavoro inclusivo e dinamico” in grado di creare occupazione, abbia, piuttosto, incrementato il numero dei precari e dei disoccupati penalizzando, in modo particolare, i giovani.
Al fine di circoscrivere il fenomeno dilagante della disoccupazione e del precariato sarebbe necessario, innanzitutto, incentivare l’assunzione di lavoratori giovani, con misure di detassazione, favorendo e incoraggiando così le imprese ad assumere con contratti a tempo indeterminato.
I giovani, allo stato attuale, non hanno alcuna prospettiva lavorativa; troppo spesso sono costretti ad accontentarsi di una assunzione a breve termine, cucendosi addosso lo status di precario.
Infine, come non accennare alla correlazione tra disoccupazione giovanile e riforma delle pensioni.
Con l’allungamento dell’età pensionabile, è stato inesorabilmente bloccato ai giovani l’ingresso in azienda, questo perché (e ciò è facilmente intuibile) i lavoratori assunti sono costretti a rimanere in azienda per raggiungere i requisiti  richiesti per il pensionamento.
E’ innegabile, dunque, che, stando così le cose, la riforma Fornero, così come è stata congegnata, non ha contribuito né, a mio avviso, contribuirà ad una effettiva ricrescita del mercato del lavoro.
E’ necessario un cambiamento, una modifica, una “riforma” della riforma Fornero, che porti alla concreta realizzazione e creazione di posti di lavoro e ad una, conseguente, sicurezza nel futuro.

Michela Mantarro

3 febbraio 2013

Contratto di inserimento

Le leggi vigenti rendono difficile formulare contratti per partite iva e a progetto che siano pienamente legittimi. Anzi, per dire meglio, l'area dei rapporti di lavoro che fino alle nuove norme veniva coperta dai contratti a partita iva e a progetto, in modo spesse volte non del tutto legittimo, ora, con le nuove norme, è rimasta scoperta. Per ora non sappiamo in che modo i datori di lavoro stiano regolarizzando questi rapporti di lavoro.
Qual è il problema? i rapporti a tempo indeterminato sono ritenuti rigidi all'uscita e costosi sul piano fiscale e contributivo. I contratto atipici, con l'eccezione dei contratti a tempo determinato, dopo la stretta della legge Fornero, lasciano troppo scoperto il fianco alle vertenze. Questo implica una ulteriore difficoltà, dei disoccupati, per l'entrata nel mondo del lavoro. Soprattutto in questa fase di rapida trasformazione dell'economia, una incertezza che ostacoli di fatto le assunzioni sarebbe da evitare.
Il nuovo governo, quale che sia, dovrà mettere urgentemente le mani sulle leggi che regolano i rapporti di lavoro. La ricetta è sempre la stessa: eliminazione della burocrazia, semplificazione del quadro normativo, riduzione del cuneo fiscale. La riduzione del cuneo fiscale, per tutti i rapporti in corso, al fine di dare più risorse ai lavoratori e ridurre i costi per le imprese, penso che potrà essere impiegato nella misura in cui il governo saprà reperire risorse e dovrà reperirle se vuole salvare il sistema industriale italiano. La riduzione del cuneo fiscale per le nuove assunzioni invece dovrà essere adottato, tenuto conto che si parla di nuove assunzioni e dunque dei casi di aumento degli occupati, prescindendo dal reperimento di nuove risorse, perché nella mia definizione si tratta di nuovi occupati che dunque aggiungono risorse fiscali, anche se ridotte.
Un'idea per semplificare il quadro normativo potrebbe essere quella di un unico contratto di inserimento. Applicabile rigidamente solo per le assunzioni che amplino il numero degli occupati del datore di lavoro che intende adottarlo. Questa norma dovrebbe avere efficacia per un solo anno, salvo il rinnovo in caso di positiva riuscita. Con ciò non intendo che i contratti di inserimento dopo un anno cesserebbero, ma solo che i contratti di inserimento sarebbe possibile stipularli solo per un anno, scaduta la legge il legislatore deciderebbe se prorogarla o no ma i contratti stipulati continuerebbero ad avere effetto fino al loro termine naturale.
Come dovrebbe essere strutturato il contratto di inserimento? (è bene precisare che il mio è un esempio che vale solo come concetto, i parametri da applicare dovrebbero essere decisi con molta attenzione dagli organi competenti) ripeto, solo per le assunzioni che aumentano, impresa per impresa il numero degli occupati tenendo conto di ogni tipo di lavoratore impiegato, il contratto potrebbe avere una durata di cinque anni: per il primo anno, cuneo fiscale ridotto, per esempio, all'ottanta percento, e possibilità di licenziare con otto settimane di preavviso; per il secondo anno, cuneo fiscale ridotto al settanta percento e licenziamento con sette settimane di preavviso; per il terzo anno, cuneo fiscale al sessanta percento e sei settimane di preavviso; per il quarto anno, cuneo al cinquanta percento e cinque settimane di preavviso; per il quinto anno, cuneo al quaranta percento e quattro settimane di preavviso; e a questo punto il contratto di inserimento sarebbe concluso ma, in caso di sua prosecuzione, allineamento alle norme generali salvo che per il cuneo fiscale che dovrebbe continuare a scendere per altri tre anni almeno, e cioè trenta percento per il primo anno, venti percento per il secondo, zero per il terzo, dieci percento per il quarto, venti percento per il quinto (dopo i primi cinque anni dei contratti di solidarietà) e così via, fino a riallinearsi con quella che sarà la normativa di quell'epoca. 

31 gennaio 2013

Economia e politica

Il nostro è un tempo in cui le distanze sono praticamente state azzerate. La rete fa girare notizie e opinioni in tempo reale in tutto il globo. I mezzi di trasporto, ormai, finalmente, alla portata di tutti, consentono spostamenti rapidi da un punto all'altro del nostro pianeta.
I governi e i parlamenti hanno una sovranità limitata al proprio territorio, mentre gli organismi multinazionali, profit e no profit, di fatto si muovono liberamente su quasi tutta la terra. Questo fa sì che, di fatto, gli organismi multinazionali abbiano spazi di manovra, per i loro interessi, economici, politici, culturali, eccetera, di gran lunga maggiori di quelli dei governi e dei parlamenti nazionali.
Questo stato di cose, è sotto gli occhi di tutti noi, ha portato a una accelerazione del mutamento di tutti gli scenari. Questo vuol dire che quello che va bene oggi potrebbe non andare bene domani quindi, per restare in equilibrio rispetto al resto del mondo, e mantenere le proprie posizioni, è necessario adeguarsi ai mutamenti alla stessa velocità con cui avvengono. In caso contrario, si perdono posizioni e il recupero, in questo caso, sarà molto, molto difficile.
Per fare un esempio di ciò che intendo, alcuni giorni fa il Ministero dell'istruzione ha consentito ai cittadini di iscrivere on line i propri figli a scuola, subito dopo si è avuta notizia di una adesione di massa dei genitori a questa iniziativa, di un ingorgo informatico che ha frustrato le aspettative delle moltitudini che avrebbero voluto utilizzare quel servizio e, dopo qualche giorno, abbiamo avuto la notizia che il Ministero ha raddoppiato la capacità del sito per consentire a un maggior numero di persone di accedervi. Questa notizia è utile per aiutarmi a esprimere quello che voglio dire. Il governo attiva un servizio on line ma lo fa in misura insufficiente, questo che cosa significa? che il numero dei genitori si è improvvisamente decuplicato o che la stima del governo sulla domanda di quel servizio era inadeguata? la risposta è la seconda, il governo non ha stimato correttamente il grado di diffusione della tecnologia e dunque ha attivato strumenti inadeguati, correndo subito dopo ai ripari con il raddoppio della capacità di ricezione dei server del Ministero. La risposta dell'autorità politica è stata dunque più lenta di quella dei cittadini italiani e ciò ha comportato perdite di tempo e denaro, per i privati e per la pubblica amministrazione.
Quello che è accaduto nell'esempio che ho fatto, se riferito a tutte le attività pubbliche, dà una idea del disallineamento tra necessità, e oggettiva capacità di stare al passo con i tempi, della nazione e capacità della pubblica amministrazione di offrire quanto viene richiesto dagli italiani, il che, ovviamente, porta l'Italia a rallentare il proprio passo in tutti i settori a vantaggio esclusivo di tutti i competitori stranieri.
Le energie italiane, culturali, sociali, economiche, creative, finanziarie devono così passare attraverso l'imbuto di una pubblica amministrazione che è sprecona e disorganizzata, e aggiunge al proprio costo diretto, che è assolutamente rilevante, i danni che produce all'economia nazionale rallentandone lo sviluppo con la burocrazia, gli sprechi e le proprie inefficienze sistematiche.

29 gennaio 2013

Partite iva, contratti a progetto e a termine

La riforma Fornero è intervenuta su questi contratti e ha introdotto una serie di norme che, nelle intenzioni, dovrebbero renderne molto più difficile l'utilizzo illegittimo.
I contratti che prevedono l'emissione di fattura e i contratti a progetto, se non passano il vaglio delle caratteristiche che la riforma li obbliga ad avere, possono essere facilmente contestati in giudizio, per questo i datori di lavoro non li stanno rinnovando e in ogni caso li stanno valutando con estrema attenzione.
I contratti a termine invece, la prima volta e per massimo un anno, non hanno più bisogno di motivi e possono essere conclusi con maggiore facilità.
Le rigidità e l'aumento dei costi fiscali dei contratti che prevedono l'emissione di fattura e a progetto hanno ridotto drasticamente il numero di questi contratti. Ora, ci si chiede in che modo i datori di lavoro stanno inquadrando i rapporti di lavoro che prima della riforma venivano regolarizzati con le partite iva e con i contratti a progetto. Certamente questi rapporti non stanno confluendo tra i rapporti subordinati a tempo indeterminato. E, allora, che via stanno imboccando questi rapporti? le indagini che stiamo avviando dovrebbero darci qualche risposta. Nel frattempo mi chiedo perché non venga incentivata la conclusione di rapporti a tempo indeterminato con la previsione, solo per i nuovi rapporti, di riduzioni degli oneri fiscali. Incentivi che potrebbero interessare sia i rapporti precedentemente regolati dai contratti a partita iva e a progetto sia i contratti a termine, anche quelli semplificati previsti dalla legge Fornero.
Mi spiego meglio. Se al termine del rapporto a termine si incentivasse, con interventi sul lato degli oneri fiscali e contributivi, la stipula di un contratto a tempo indeterminato, perché i datori di lavoro non dovrebbero approfittare di questa possibilità? Sull'occupazione norme di questo tipo avrebbero un impatto positivo, ma lo avrebbero anche sulla situazione dei lavoratori precari e sulla efficienza delle imprese. Il lavoratore precario uscirebbe da questa situazione di incertezza continua, che è stata aggravata dalla previsione dei nuovi contratti a termine (che si applicano solo al primo rapporto e massimo per un anno), con una riduzione di fatto della speranza di durata del rapporto dai trentasei mesi (sempre vigenti ma disincentivati dal contratto a termine semplificato che ripeto si può stipulare solo una volta e massimo per un anno); il datore di lavoro non sarebbe costretto a rinunciare a tutti vantaggi che sono dati dall'avere a propria disposizione lavoratori già formati e con un anno di esperienza, solo per cercare di avere rapporti di lavoro più elastici.
Al mio discorso si può obiettare che i datori di lavoro non è detto che, anche se incentivati da una riduzione dei carichi fiscali, concludano nuovi contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato, ma questa è una obiezione cui è facile rispondere. Data la situazione economica, una riduzione dei costi per i nuovi posti di lavoro non può non avere effetto, bisogna solo trovare la giusta misura della riduzione dei costi correlati alla gestione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.

21 gennaio 2013

Riflessioni: Luci e ombre della legge Fornero

Riflessioni: Luci e ombre della legge Fornero: L'intenzione è buona ma i risultati sono pessimi. Dal punto di vista economico, l'elasticità in uscita è aumentata notevolmente, infatti ...

Luci e ombre della legge Fornero

L'intenzione è buona ma i risultati sono pessimi.
Dal punto di vista economico, l'elasticità in uscita è aumentata notevolmente, infatti la reintegrazione nel posto di lavoro è rimasta per pochissimi casi, ma la tutela giudiziaria è divenuta più complessa, e questo in realtà si traduce in un aumento dei costi di giudizio. Una vertenza di lavoro, conseguente a una impugnazione di licenziamento, può richiedere fino a tre cause per giungere a un risultato, positivo o negativo che sia, che prima richiedeva una sola causa. Questo, a sommesso parere di chi scrive, comporta maggiori costi per le parti e maggior lavoro per la magistratura. Non voglio credere che il governo Monti abbia voluto rendere ancora più elastica l'uscita dei lavoratori con l'introduzione di qualche complicanza procedurale, mi piace pensare che l'attuale situazione sia dovuta a una svista. Svista che il prossimo governo, di qualunque colore esso sia, potrà mettere a fuoco e correggere.
Quanto ai giovani, la legge Fornero è stata molto miope. Da un lato ha irrigidito le regole per la stipula  dei contratti a progetto e di collaborazione con emissione di fattura, ma dall'altro non ha creato un percorso virtuoso in cui far confluire i rapporti di lavoro precedentemente regolati da contratti a progetto, o con emissione di fattura, illegittimi. E' ovviamente giusto che non si stipulino contratti illegittimi, ma i rapporti che avevano preso quella strada (quella dei contratti atipici illegittimi)  e che dunque avevano una loro collocazione del sistema economico, oggi che strada possono prendere? Credere che irrigidendo la normativa i contratti atipici illegittimi divengano contratti subordinati a tempo indeterminato forse è un po' ingenuo.
Sul fronte del contratto a termine, invece, la semplificazione adottata, consistente nella eliminazione dei motivi di ricorso al contratto a tempo determinato, mi pare efficace e dovrebbe azzerare il contenzioso. Peccato però che questi contratti, che possono essere stipulati solo una volta e per un massimo di un anno, in concreto renderanno più precario il già precario rapporto di lavoro dei giovani, e dei meno giovani, in cerca di lavoro. Non è difficile pensare che, stando così le cose, il datore di lavoro, scaduto il contratto che non richiede motivi, per non perdere la facoltà che la legge gli consente, ne stipuli un altro con un nuovo giovane lavoratore precario. Questo metodo, di fatto suggerito dalla legge vigente, danneggia il lavoratore precario  perché riduce la durata del suo lavoro a massimo un anno con lo stesso datore di lavoro, danneggia il datore di lavoro perché il patrimonio di conoscenza che acquisisce un lavoratore in un anno di lavoro e che va a vantaggio dell'imprenditore viene così irrimediabilmente perduto.

8 gennaio 2013

Prospettive elettorali

Monti ha pubblicato la sua agenda, Berlusconi ha stipulato un nuovo accordo con la Lega, Bersani ha chiesto e ottenuto la collaborazione di Renzi, cosa dobbiamo aspettarci da tutto ciò?
L'entrata nella contesa elettorale di Monti, lo rende inutilizzabile con funzioni analoghe a quelle da lui svolte nel governo che tuttora presiede. Se per una qualunque ragione non fosse possibile formare un governo politico che rispecchi il risultato elettorale, in questo caso Monti non sarebbe più utilizzabile perché egli è divenuto attore politico e dunque non può più svolgere funzioni super partes.
Berlusconi è riuscito a concludere un nuovo accordo con la Lega con scopi evidentemente elettoralistici. Viene perciò spontaneo chiedersi, quale linea programmatica avrebbe un ipotetico, molto ipotetico, governo Berlusconi/Lega? assisteremmo a una riedizione dei governi Berlusconi? nei quali la linea politica era solo quella di stare al governo per il governo? e nei quali le richieste degli alleati venivano assunte per appunto conservare la linea politica: il potere per il potere, e che tutto il resto "vada al diavolo"?
Bersani ha incontrato Renzi e a quanto pare lo ha coinvolto nella campagna elettorale del PD, questa mi pare un'ottima mossa. Renzi potrà rappresentare quella parte di elettorato che non accetta di sostenere chi cerca il potere per il potere e che vorrebbe un'azione di governo concentrata su eliminazione degli sprechi, istruzione, ricerca, trasparenza.

22 dicembre 2012

Elezioni in Italia

Se il centro sinistra, come purtroppo è probabile, non avrà la maggioranza nei due rami del parlamento, sarà necessario allargare la maggioranza a un altro partito.
Se però, per qualunque ragione, ciò non fosse possibile, e non fosse possibile tornare subito al voto, un Monti non di parte potrebbe essere molto utile. Ma se invece, nelle prossime elezioni, Monti entrasse, in qualunque modo, in un soggetto politico, non sarebbe più terzo e quindi non più utilizzabile come tecnico.

15 settembre 2012

La riforma del mercato del lavoro del governo Monti

La semplificazione dei contratti a tempo determinato ha il pregio che, almeno in teoria (in pratica vedremo), azzererà il contenzioso giudiziario, cioè non si faranno più cause di lavoro con riferimento al primo anno di lavoro a termine. Ma il rovescio della medaglia è che i datori di lavoro, da questa legge, sono praticamente incentivati a cercare rapporti di lavoro della durata massima di un anno, perché appunto in questi limiti di tempo i contratti a tempo determinato possono essere stipulati indiscriminatamente. Questo, in pratica, riduce la speranza di durata del rapporto di lavoro dei giovani da trentasei mesi a dodici mesi.
Un altro aspetto negativo di questa legge è che tendenzialmente aumenterà il contenzioso conseguente ai licenziamenti illegittimi. Prima della riforma, infatti, per il datore di lavoro era sufficiente scrivere una lettera, che successivamente il lavoratore poteva impugnare incardinando una sola vertenza, dopo la riforma il quadro è necessariamente il seguente:
1) procedimento davanti alla Direzione Territoriale del Lavoro, a cura del datore di lavoro;
2) ricorso per impugnazione del licenziamento;
3) reclamo dell'ordinanza che decide il ricorso per impugnazione del licenziamento;
4) ulteriore ricorso nel caso che le ulteriori pretese del lavoratore non siano tra quelle che la nuova legge consente di abbinare all'impugnazione del licenziamento.
Dunque da un primo grado che si svolgeva in un'unica fase si è passati a un primo grado che si svolgerà in tre/quattro fasi.
A chi ha giovato tutto questo non si sa.

Monti II


Un secondo governo Monti sarebbe cosa del tutto diversa dal primo governo Monti. In questo il Presidente del Consiglio ha potuto esprimere una "forza" politica fondata sul sostegno dei due principali partiti. L'azione del governo, pure molto imperfetta e poco equa, si è vista e sentita. L'azione di un eventuale Monti II sarebbe di natura diversa e priva della "forza" di cui sta godendo nella sua prima esperienza. L'ipotetico Monti II sarebbe sostenuto dalla coalizione vincente alle elezioni, e dunque sarebbe uno dei soliti governi italiani, pur contraddistinto dalla fama e dalla serietà dell'attuale Presidente del Consiglio; e come tale sottoposto alla farraginosa dialettica istituzionale italiana che tanti danni ha provocato con la prima e la seconda repubblica.
Le inquietudini, nazionali e internazionali, sull'annacquamento dell'azione di governo italiano, per effetto della normale dilettica istituzionale italiana, dopo le prossime elezioni politiche, non vengono eliminate dalla prospettiva, da qualcuno avanzata, di un Monti II.

20 giugno 2012

Sprechi italiani

Per ora mi pare che questo governo non abbia provato di essere capace di invertire la tendenza ad allargarsi della spesa pubblica italiana.
Il governo Monti ha salvato l'Italia dal baratro finanziario, bene. Ma ora urge un intervento selettivo sulla spesa pubblica, sugli sprechi, sulla corruzione.
Se il governo italiano non riuscirà a mettere il guinzaglio a tutte le spese cattive, il resto sarà stato fatto invano.
Per esempio, i parlamentari dovrebbero essere ridotti di numero. Circa mille parlamentari, anche grazie al confronto con le democrazie più avanzate dell'occidente, è intuitivo che sono troppi. Eliminando il bicameralismo perfetto, cioè la necessità che le leggi siano approvate dalla Camera dei deputati e dal Senato, si dimezzerebbe il lavoro e si velocizzerebbe l'iter di approvazione delle leggi. Una riduzione del dieci, quindici per cento mi sembra però un contentino per l'opinione pubblica non una misura efficace. Lo so che quello che si risparmierebbe riducendo il numero dei parlamentari non cambierebbe di molto la situazione economico-finanziaria italiana, ma da qualche parte si deve pur cominciare.
Anche un risparmio sulla spesa pubblica di quattro, cinque miliardi, se rapportato al totale della spesa pubblica italiana in un anno, cioè 800/900 miliardi di euro mi pare più un contentino che una misura economica efficace.
Se la maggioranza che sostiene il governo frena, allora mi pare opportuno che la maggioranza sia messa di fronte alla propria responsabilità. Le intelligenze al governo non devono accettare la museruola dai partiti che sostengono il governo.
Sono stati chiesti forti sacrifici agli italiani, che li hanno responsabilmente accettati senza battere ciglio, ora è il turno della moralizzazione della spesa pubblica, di tutta la spesa pubblica. Il danaro pubblico, proprio perché è di tutti non dev'essere speso come se non fosse di nessuno, come invece avviene.
Gli sprechi vanno tagliati ovunque siano ma, salvo gli sprechi appunto, gli investimenti per la ricerca e l'istruzione, per gli studenti e non per gli apparati, devono essere salvaguardati; su tutto il resto bisogna revisionare e tagliare tutto ciò che non è necessario. Da un lato si deve avere il coraggio di adottare provvedimenti dall'altro bisogna usare le risorse così recuperate per investimenti, non spesa ma investimenti, per stimolare la crescita dell'economia.