22 febbraio 2013

Oscar Pistorius

Prima degli ultimi fatti di cronaca, avevo associato Oscar Pistorius a una idea di uomo straordinario che, pur non avendo le gambe, è un campione paralimpico. Un uomo che fa camminare una contraddizione apparente, dico apparente perché è chiaro che quest'uomo corre perché usa delle protesi sofisticate che sostituiscono le gambe.
Dopo che è accaduto ciò che tutti sappiamo, cioè è morta uccisa la povera Reeva Steenkamp, prima ancora che si sappia con certezza come sono andati i fatti, l'atleta paralimpico ha perso l'immagine che si era conquistato negli ultimi anni.
Oscar Pistorius è stato arrestato e dopo pochi giorni, quest'oggi, è stato scarcerato su cauzione. Ho letto alcuni tweet di persone che biasimano il rilascio di Pistorius e affermano che chi ha i soldi può anche uccidere, ma hanno torto, la vicenda processuale di Oscar Pistorius, almeno finora, va letta in modo diverso.
Per prima cosa, quello che è accaduto nella sua casa, al momento, non lo sa nessuno e, sul piano della realtà storica, non lo saprà mai nessuno. Al termine del processo cui, salvo colpi di scena, Pistorius sarà sottoposto, conosceremo la verità processuale, il che è già qualcosa.
Cercherò di spiegarmi meglio. Nella casa del delitto pare che ci fossero solo l'atleta e la sua fidanzata, che purtroppo è morta, quindi l'unico che potrebbe raccontare quello che è accaduto è la stessa persona che è accusata di omicidio. Il fatto che sia accusato di omicidio lascia aperti alcuni possibili sviluppi: primo. Pistorius ha ucciso volontariamente Reeva Steenkamp e sta tentando di far passare l'accaduto per un banale quanto tragico incidente: in questo caso probabilmente non racconterà mai come si sono svolti i fatti. La dinamica potrà essere ricostruita dai giudici nel processo sulla base degli elementi di accusa e di difesa raccolti dagli investigatori e dagli avvocati dell'imputato; secondo. Pistorius, come dichiara da qualche giorno, ha ucciso la sia fidanzata per un tragico incidente. Anche in questo caso, la dinamica dei fatti potrà essere ricostruita nel processo, nel contraddittorio tra accusa e difesa. Se la tesi difensiva di Pistorius è fondata, anche in questo caso il giudizio non potrà fondarsi sulle sue dichiarazioni, che dovranno essere verificate attimo per attimo dal giudice incaricato di giudicarlo. Che egli sia dunque colpevole o innocente dovrà deciderlo un giudice che non può in nessun modo conoscere la verità reale ma solo quella processuale, non vi è via d'uscita.
Da quello che ho scritto sopra si evince che anche dopo la sentenza la verità accertata sarà solo una verità processuale, quella reale, realmente accaduta, potrebbe raccontarla l'imputato che però, proprio per questa sua veste non è credibile. Anche una confessione di Pistorius, non solo la sua dichiarazione di innocenza, dovrebbe essere sottoposta alla verifica processuale.
Oscar Pistorius, dunque, finché non sarà condannato o assolto, rimane potenzialmente innocente o colpevole. Qui interviene la libertà su cauzione che, lungi dall'essere un privilegio per i ricchi, è invece un importantissimo istituto che si rifà a uno dei principi fondamentali del diritto, l'habeas corpus. L'Habeas corpus è concettualmente il diritto dell'imputato di arrivare libero al processo, al fine di difendersi nel migliore dei modi. Infatti, prima che sia concluso il processo, quali che siano gli indizi, le confessioni, gli elementi tutti dell'accusa e della difesa, l'imputato può essere colpevole o innocente.
Con ciò non voglio dire che chiunque riesca a difendersi adeguatamente in un processo, è evidente che chi dispone dei mezzi adeguati può permettersi i migliori tecnici e quindi ottenere la migliore difesa possibile, ma questo è un altro aspetto del problema.
Sia chiaro anche che le società moderne devono mettere a disposizione della collettività tutti i mezzi possibili, a qualunque costo, per proteggere le vittime del fenomeno che in Italia viene attualmente chiamato femminicidio. Ogni costo dev'essere sostenuto per ottenere il risultato che cessino una volta per tutte le violenze degli uomini sulle donne, meno uno, meno la giustizia sommaria. Lo Stato di diritto deve tutelare gli innocenti, sia tutte le donne che subiscono violenza, e questo ripeto è più che ovvio, sia gli innocenti che siano ingiustamente accusati di un delitto che potrebbero non aver commesso. Uno Stato che indulgesse alla giustizia sommaria diverrebbe egli stesso un bruto.

14 febbraio 2013

San Valentino

Devo essere sincero, quando sento parlare le coppie, i concetti che vengono espressi sono sempre legati al possesso. Lui che vuole da lei, lei che vuole da lui: un comportamento, una scelta, una rinuncia, una attenzione, un sì, un no, insomma chi ama vuole qualcosa.
"Sì lei è la mia fidanzata, la mia donna, ma vorrei che non lavorasse, che lavorasse, che non avesse figli, che avesse figli, che vestisse così, che non vestisse così". "Sì lui è il mio uomo, ma vorrei che amasse il calcio, che non amasse il calcio, che vestisse elegantemente, che vestisse casual, che mi portasse al cinema, che la finisse di portarmi al cinema".
E' tutto un volere qualcosa dall'amato. Amiamo una persona ma la vorremmo diversa, vorremmo che si adeguasse ai nostri desideri, che somigliasse a una idea che abbiamo dentro di noi: vorremmo che l'amato non fosse chi è ma fosse un altro, un'altra; che non fosse chi è ma fosse qualcuno che non esiste.
Dietro il mio discorso c'è un fondamento filosofico forte, ma quello che affermo, perché sia compreso, non ha bisogno di un approfondimento, il mio discorso è comprensibile nella sua semplicità, senza ulteriori indagini che comunque sono possibili ma, ripeto, non sono necessarie: l'amore vero è evidente da sé, naturalmente la fondatezza di quello che dico non la esprime quest'ultima frase che si presterebbe da sola a qualunque travisamento, anzi forse sono proprio frasi come questa che lasciano circolare pensieri errati sull'amore.
L'amato dev'essere voluto esattamente come egli è, con tutti i suoi pregi, i suoi difetti, le sue eleganze, le sue ineleganze. L'amato dev'essere voluto così com'è soprattutto quando la sua scelta non coincide con i nostri desideri e le nostre speranze. Si ama soprattutto quando l'amato sceglie un altro, un'altra, infatti solo in questo caso l'amante dà la massima prova d'amore. Amare vuol dire amare l'amato così com'è e accettare i suoi desideri soprattutto quando sono opposti ai desideri dell'amante.

13 febbraio 2013

Gli interessi che interessano

Se è vero che le banche italiane hanno in portafoglio circa 400 miliardi del debito pubblico italiano, cioè circa il 20 percento del totale. Se è vero che la maggior parte di questi titoli di Stato è stata acquistata con il prestito ricevuto dalle banche italiane dalla BCE al tasso d'interesse dell'1 percento. Proviamo a fare due conti.
Il debito pubblico italiano costa, a noi contribuenti, circa ottanta miliardi di euro ogni anno. Il venti per cento di ottanta è uguale a 16 miliardi di euro. L'uno percento di 400 miliardi è uguale a 4 miliardi. Per sapere quanto vale la differenza tra gli interessi pagati dai contribuenti italiani sul debito acquistato dalle banche con il prestito della BCE, e gli interessi pagati dalle banche alla BCE per il denaro usato per comprare debito pubblico italiano, basta fare una sottrazione: 16 - 4 = 12. Ecco, questa sarebbe la quota di interessi pagati dai contribuenti italiani sul debito pubblico italiano che sarebbe guadagnata dalle banche con gli euro ricevuti in prestito dalla BCE.

12 febbraio 2013

Benedetto XVI

Le dimissioni del Santo Padre hanno suscitato un dibattito mondiale sulla decisione del Pontefice.
Le analisi dei laici, in questo caso, non sono applicabili.
Il Papa, per i credenti, è l'uomo più vicino a Dio. Dio per definizione è anche infallibile. Le azioni umane, incluse a fortiori quelle papali, data la perfezione divina, non possono prescindere o trascendere la infallibilità e la completezza divine. Sicché l'atto del Pontefice non può che essere conforme al volere divino, e ogni commento al riguardo mi pare ridondante.
L'aspetto secolare della missione papale presenta profili inediti, che dovranno essere affrontati a mano a mano che i problemi mondani si presenteranno, ma non mi pare che ciò sia così rilevante. In altri termini, le questioni politiche, finanziarie, organizzative, legate al pontificato, non hanno nulla di divino o trascendente, dunque possono essere affrontate con competenza, trasparenza e onestà, come qualunque attività umana.

7 febbraio 2013

Lavoro e tecnologia

Dai tempi della rivoluzione industriale a oggi, in più di due secoli, il mondo del lavoro è cambiato radicalmente. In quell'epoca lavoravano anche i bambini, le ore lavorative oscillavano tra le dodici e le sedici ore, e il salario serviva a mala pena a mettere assieme il pranzo con la cena, non c'era la settimana corta, i luoghi di lavoro erano insalubri, insomma era un vero inferno.
Nel mondo occidentale, gradualmente, sono cambiate molte cose. L'orario di lavoro previsto dalle leggi si aggira intorno alle otto ore giornaliere, si lavora cinque giorni a settimana, i salari consentono un minimo di potere d'acquisto, la sicurezza sul posto di lavoro, dove più dove meno, in genere è considerata un valore, e così via.
Lo sviluppo di internet e dei mezzi di trasporto ha rimpicciolito il mondo, lo sviluppo del commercio mondiale, in cui sono ormai protagoniste indiscusse nazioni (Cina, Brasile, India) che, nel pur recente passato avevano economie meno sviluppate, ha consentito a questi paesi di imboccare la via dello sviluppo economico.
Le radicali differenze legislative, sindacali, sociali, politiche, ecologiche, economiche, democratiche, tra l'occidente e le nuove, potenti, economie fanno sì che un radicale miglioramento delle condizioni economiche delle nuove economie corrisponda a crescenti tensioni, nei vecchi paesi dell'occidente, su occupazione, sviluppo economico e sistemi politici.
Con queste brevi premesse ho voluto delineare un quadro che mi consentirà di formulare alcune osservazioni da un particolare punto di vista, con la consapevolezza che le questioni in campo sono innumerevoli e che l'approccio usato in questo scritto è limitato appunto a uno solo dei possibili punti di vista.
L'evoluzione tecnologica, che negli ultimi decenni ha progressivamente aumentato i suoi ritmi di crescita progressiva in tutti gli ambiti umani, ha fatto sì, come ho osservato sopra, che nel mondo occidentale le condizioni di lavoro migliorassero in modo molto significativo. Grazie alla tecnologia, è aumentata la sicurezza nei luoghi di lavoro, sono aumentati i salari medi, sono diminuite le ore di lavoro in correlazione con il maggiore aumento della produttività e così via. Tuttavia, l'accelerazione dello sviluppo tecnologico, negli ultimi decenni, cioè da quando le economie emergenti si sono inserite stabilmente nel commercio mondiale, non ha prodotto un miglioramento delle condizioni macro e micro economiche. Infatti, è aumentata la disoccupazione, le economie hanno rallentato il loro tasso di sviluppo, i salari crescono con molta fatica; insomma l'occidente vive un momento di forte disagio che attribuisce a cause identificate con gli eventi che di volta in volta si affacciano sulla scena mondiale, l'ultimo per fare un esempio è la crisi finanziaria nata negli USA e poi esportata in tutti il mondo. Cause queste che pure sussistono ma che in realtà sono secondarie rispetto ai veri motivi della situazione in cui versa l'occidente.
Se l'evoluzione tecnologica ha fatto sì che gradualmente si passasse dalle condizioni di lavoro bestiali dell'inizio alle condizioni attuali, viene lecito chiedersi perché l'impetuosa evoluzione tecnologica degli ultimi decenni non ha portato a un corrispondente miglioramento delle condizioni del lavoro. La risposta è che sulla terra ci sono luoghi dove l'etica del lavoro non è attuale e che, per il momento, con la concorrenza planetaria, tengono al palo diritti, lavoro e salari dei lavoratori occidentali.
I tempi ridottissimi di diffusione delle informazioni, il mutamento di prospettiva del capitalismo mondiale che deve fare i conti con temi come la sostenibilità ambientale e l'impetuoso sviluppo economico dei paesi emergenti, la difficoltà di alcune democrazie con in testa quella italiana di adeguarsi al rapido cambiamento degli scenari economici e tecnologici mondiali, per ora stanno tenendo in scacco l'occidente, ma è inevitabile che nel medio-lungo termine la pur difficile situazione attuale non ostacoli il miglioramento delle condizioni di lavoro in correlazione diretta con l'avanzata tecnologica. Che beninteso non è il bene assoluto, ma questo è un altro discorso.

Riforma Fornero e precariato


Dopo poco più di sei mesi, è tempo di tirare le prime somme sugli effetti determinati da uno dei provvedimenti più discussi e controversi del governo di Mario Monti.
La legge n. 92/2012, conosciuta come “riforma del lavoro”, così come formulata dal ministro del Welfare, Elsa Fornero, è stata caratterizzata, ancora prima della sua entrata in vigore, da perplessità e da polemiche, che, a tutt’oggi, non sembrano attenuarsi.
Ciò che in particolare va evidenziato, a mio modesto parere, è che tale legge ha ostacolato l’avvio di nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato, determinando un aumento allarmante della disoccupazione, soprattutto giovanile, e del precariato.
Ma andiamo per ordine.
Uno dei principali obiettivi che la riforma ha inteso attuare è quello contenuto nell’art. 1, ovvero “realizzare un mercato del lavoro inclusivo e dinamico, in grado di  contribuire alla creazione di occupazione” favorendo “l’instaurazione di rapporti di lavoro più stabili e ribadendo il rilievo prioritario del lavoro subordinato a tempo indeterminato”, che torna a rappresentare il “contratto dominante” in materia di lavoro. Per chiarire ulteriormente questo principio l’articolo afferma la necessità di contrastare “l’uso improprio e strumentale degli elementi di flessibilità progressivamente introdotti nell’ordinamento con riguardo alle tipologie contrattuali”.
A prima vista sembrerebbe che l’intento della riforma sia quello di ridurre drasticamente l’uso e l’abuso dei contratti atipici e temporanei (contratti a tempo determinato, apprendistato, contratto interinale, co.co.co, co.co.pro., occasionali ecc.), rendendo il ricorso a tali tipologie contrattuali più costoso e oneroso, e favorire così il lavoro subordinato a tempo indeterminato.
Tuttavia, dopo una lettura più attenta della normativa, si scopre che, introducendo la possibilità di stipulare il primo contratto a termine (di durata non superiore a dodici mesi), con un lavoratore senza la necessità di specificare le “ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo” dell’apposizione del termine, viene spianata la strada a un utilizzo incontrollato e pericoloso dei contratti a tempo determinato, privi di causale, con un aumento massiccio del lavoro precario a discapito del lavoro  stabile e qualificato.
Ciò che risulta paradossale è come la riforma del mercato del lavoro, ideata per portare un cambiamento significativo alla attuale situazione lavorativa italiana, attraverso la realizzazione di un “mercato del lavoro inclusivo e dinamico” in grado di creare occupazione, abbia, piuttosto, incrementato il numero dei precari e dei disoccupati penalizzando, in modo particolare, i giovani.
Al fine di circoscrivere il fenomeno dilagante della disoccupazione e del precariato sarebbe necessario, innanzitutto, incentivare l’assunzione di lavoratori giovani, con misure di detassazione, favorendo e incoraggiando così le imprese ad assumere con contratti a tempo indeterminato.
I giovani, allo stato attuale, non hanno alcuna prospettiva lavorativa; troppo spesso sono costretti ad accontentarsi di una assunzione a breve termine, cucendosi addosso lo status di precario.
Infine, come non accennare alla correlazione tra disoccupazione giovanile e riforma delle pensioni.
Con l’allungamento dell’età pensionabile, è stato inesorabilmente bloccato ai giovani l’ingresso in azienda, questo perché (e ciò è facilmente intuibile) i lavoratori assunti sono costretti a rimanere in azienda per raggiungere i requisiti  richiesti per il pensionamento.
E’ innegabile, dunque, che, stando così le cose, la riforma Fornero, così come è stata congegnata, non ha contribuito né, a mio avviso, contribuirà ad una effettiva ricrescita del mercato del lavoro.
E’ necessario un cambiamento, una modifica, una “riforma” della riforma Fornero, che porti alla concreta realizzazione e creazione di posti di lavoro e ad una, conseguente, sicurezza nel futuro.

Michela Mantarro

3 febbraio 2013

Contratto di inserimento

Le leggi vigenti rendono difficile formulare contratti per partite iva e a progetto che siano pienamente legittimi. Anzi, per dire meglio, l'area dei rapporti di lavoro che fino alle nuove norme veniva coperta dai contratti a partita iva e a progetto, in modo spesse volte non del tutto legittimo, ora, con le nuove norme, è rimasta scoperta. Per ora non sappiamo in che modo i datori di lavoro stiano regolarizzando questi rapporti di lavoro.
Qual è il problema? i rapporti a tempo indeterminato sono ritenuti rigidi all'uscita e costosi sul piano fiscale e contributivo. I contratto atipici, con l'eccezione dei contratti a tempo determinato, dopo la stretta della legge Fornero, lasciano troppo scoperto il fianco alle vertenze. Questo implica una ulteriore difficoltà, dei disoccupati, per l'entrata nel mondo del lavoro. Soprattutto in questa fase di rapida trasformazione dell'economia, una incertezza che ostacoli di fatto le assunzioni sarebbe da evitare.
Il nuovo governo, quale che sia, dovrà mettere urgentemente le mani sulle leggi che regolano i rapporti di lavoro. La ricetta è sempre la stessa: eliminazione della burocrazia, semplificazione del quadro normativo, riduzione del cuneo fiscale. La riduzione del cuneo fiscale, per tutti i rapporti in corso, al fine di dare più risorse ai lavoratori e ridurre i costi per le imprese, penso che potrà essere impiegato nella misura in cui il governo saprà reperire risorse e dovrà reperirle se vuole salvare il sistema industriale italiano. La riduzione del cuneo fiscale per le nuove assunzioni invece dovrà essere adottato, tenuto conto che si parla di nuove assunzioni e dunque dei casi di aumento degli occupati, prescindendo dal reperimento di nuove risorse, perché nella mia definizione si tratta di nuovi occupati che dunque aggiungono risorse fiscali, anche se ridotte.
Un'idea per semplificare il quadro normativo potrebbe essere quella di un unico contratto di inserimento. Applicabile rigidamente solo per le assunzioni che amplino il numero degli occupati del datore di lavoro che intende adottarlo. Questa norma dovrebbe avere efficacia per un solo anno, salvo il rinnovo in caso di positiva riuscita. Con ciò non intendo che i contratti di inserimento dopo un anno cesserebbero, ma solo che i contratti di inserimento sarebbe possibile stipularli solo per un anno, scaduta la legge il legislatore deciderebbe se prorogarla o no ma i contratti stipulati continuerebbero ad avere effetto fino al loro termine naturale.
Come dovrebbe essere strutturato il contratto di inserimento? (è bene precisare che il mio è un esempio che vale solo come concetto, i parametri da applicare dovrebbero essere decisi con molta attenzione dagli organi competenti) ripeto, solo per le assunzioni che aumentano, impresa per impresa il numero degli occupati tenendo conto di ogni tipo di lavoratore impiegato, il contratto potrebbe avere una durata di cinque anni: per il primo anno, cuneo fiscale ridotto, per esempio, all'ottanta percento, e possibilità di licenziare con otto settimane di preavviso; per il secondo anno, cuneo fiscale ridotto al settanta percento e licenziamento con sette settimane di preavviso; per il terzo anno, cuneo fiscale al sessanta percento e sei settimane di preavviso; per il quarto anno, cuneo al cinquanta percento e cinque settimane di preavviso; per il quinto anno, cuneo al quaranta percento e quattro settimane di preavviso; e a questo punto il contratto di inserimento sarebbe concluso ma, in caso di sua prosecuzione, allineamento alle norme generali salvo che per il cuneo fiscale che dovrebbe continuare a scendere per altri tre anni almeno, e cioè trenta percento per il primo anno, venti percento per il secondo, zero per il terzo, dieci percento per il quarto, venti percento per il quinto (dopo i primi cinque anni dei contratti di solidarietà) e così via, fino a riallinearsi con quella che sarà la normativa di quell'epoca. 

31 gennaio 2013

Economia e politica

Il nostro è un tempo in cui le distanze sono praticamente state azzerate. La rete fa girare notizie e opinioni in tempo reale in tutto il globo. I mezzi di trasporto, ormai, finalmente, alla portata di tutti, consentono spostamenti rapidi da un punto all'altro del nostro pianeta.
I governi e i parlamenti hanno una sovranità limitata al proprio territorio, mentre gli organismi multinazionali, profit e no profit, di fatto si muovono liberamente su quasi tutta la terra. Questo fa sì che, di fatto, gli organismi multinazionali abbiano spazi di manovra, per i loro interessi, economici, politici, culturali, eccetera, di gran lunga maggiori di quelli dei governi e dei parlamenti nazionali.
Questo stato di cose, è sotto gli occhi di tutti noi, ha portato a una accelerazione del mutamento di tutti gli scenari. Questo vuol dire che quello che va bene oggi potrebbe non andare bene domani quindi, per restare in equilibrio rispetto al resto del mondo, e mantenere le proprie posizioni, è necessario adeguarsi ai mutamenti alla stessa velocità con cui avvengono. In caso contrario, si perdono posizioni e il recupero, in questo caso, sarà molto, molto difficile.
Per fare un esempio di ciò che intendo, alcuni giorni fa il Ministero dell'istruzione ha consentito ai cittadini di iscrivere on line i propri figli a scuola, subito dopo si è avuta notizia di una adesione di massa dei genitori a questa iniziativa, di un ingorgo informatico che ha frustrato le aspettative delle moltitudini che avrebbero voluto utilizzare quel servizio e, dopo qualche giorno, abbiamo avuto la notizia che il Ministero ha raddoppiato la capacità del sito per consentire a un maggior numero di persone di accedervi. Questa notizia è utile per aiutarmi a esprimere quello che voglio dire. Il governo attiva un servizio on line ma lo fa in misura insufficiente, questo che cosa significa? che il numero dei genitori si è improvvisamente decuplicato o che la stima del governo sulla domanda di quel servizio era inadeguata? la risposta è la seconda, il governo non ha stimato correttamente il grado di diffusione della tecnologia e dunque ha attivato strumenti inadeguati, correndo subito dopo ai ripari con il raddoppio della capacità di ricezione dei server del Ministero. La risposta dell'autorità politica è stata dunque più lenta di quella dei cittadini italiani e ciò ha comportato perdite di tempo e denaro, per i privati e per la pubblica amministrazione.
Quello che è accaduto nell'esempio che ho fatto, se riferito a tutte le attività pubbliche, dà una idea del disallineamento tra necessità, e oggettiva capacità di stare al passo con i tempi, della nazione e capacità della pubblica amministrazione di offrire quanto viene richiesto dagli italiani, il che, ovviamente, porta l'Italia a rallentare il proprio passo in tutti i settori a vantaggio esclusivo di tutti i competitori stranieri.
Le energie italiane, culturali, sociali, economiche, creative, finanziarie devono così passare attraverso l'imbuto di una pubblica amministrazione che è sprecona e disorganizzata, e aggiunge al proprio costo diretto, che è assolutamente rilevante, i danni che produce all'economia nazionale rallentandone lo sviluppo con la burocrazia, gli sprechi e le proprie inefficienze sistematiche.

29 gennaio 2013

Partite iva, contratti a progetto e a termine

La riforma Fornero è intervenuta su questi contratti e ha introdotto una serie di norme che, nelle intenzioni, dovrebbero renderne molto più difficile l'utilizzo illegittimo.
I contratti che prevedono l'emissione di fattura e i contratti a progetto, se non passano il vaglio delle caratteristiche che la riforma li obbliga ad avere, possono essere facilmente contestati in giudizio, per questo i datori di lavoro non li stanno rinnovando e in ogni caso li stanno valutando con estrema attenzione.
I contratti a termine invece, la prima volta e per massimo un anno, non hanno più bisogno di motivi e possono essere conclusi con maggiore facilità.
Le rigidità e l'aumento dei costi fiscali dei contratti che prevedono l'emissione di fattura e a progetto hanno ridotto drasticamente il numero di questi contratti. Ora, ci si chiede in che modo i datori di lavoro stanno inquadrando i rapporti di lavoro che prima della riforma venivano regolarizzati con le partite iva e con i contratti a progetto. Certamente questi rapporti non stanno confluendo tra i rapporti subordinati a tempo indeterminato. E, allora, che via stanno imboccando questi rapporti? le indagini che stiamo avviando dovrebbero darci qualche risposta. Nel frattempo mi chiedo perché non venga incentivata la conclusione di rapporti a tempo indeterminato con la previsione, solo per i nuovi rapporti, di riduzioni degli oneri fiscali. Incentivi che potrebbero interessare sia i rapporti precedentemente regolati dai contratti a partita iva e a progetto sia i contratti a termine, anche quelli semplificati previsti dalla legge Fornero.
Mi spiego meglio. Se al termine del rapporto a termine si incentivasse, con interventi sul lato degli oneri fiscali e contributivi, la stipula di un contratto a tempo indeterminato, perché i datori di lavoro non dovrebbero approfittare di questa possibilità? Sull'occupazione norme di questo tipo avrebbero un impatto positivo, ma lo avrebbero anche sulla situazione dei lavoratori precari e sulla efficienza delle imprese. Il lavoratore precario uscirebbe da questa situazione di incertezza continua, che è stata aggravata dalla previsione dei nuovi contratti a termine (che si applicano solo al primo rapporto e massimo per un anno), con una riduzione di fatto della speranza di durata del rapporto dai trentasei mesi (sempre vigenti ma disincentivati dal contratto a termine semplificato che ripeto si può stipulare solo una volta e massimo per un anno); il datore di lavoro non sarebbe costretto a rinunciare a tutti vantaggi che sono dati dall'avere a propria disposizione lavoratori già formati e con un anno di esperienza, solo per cercare di avere rapporti di lavoro più elastici.
Al mio discorso si può obiettare che i datori di lavoro non è detto che, anche se incentivati da una riduzione dei carichi fiscali, concludano nuovi contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato, ma questa è una obiezione cui è facile rispondere. Data la situazione economica, una riduzione dei costi per i nuovi posti di lavoro non può non avere effetto, bisogna solo trovare la giusta misura della riduzione dei costi correlati alla gestione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.

21 gennaio 2013

Riflessioni: Luci e ombre della legge Fornero

Riflessioni: Luci e ombre della legge Fornero: L'intenzione è buona ma i risultati sono pessimi. Dal punto di vista economico, l'elasticità in uscita è aumentata notevolmente, infatti ...

Luci e ombre della legge Fornero

L'intenzione è buona ma i risultati sono pessimi.
Dal punto di vista economico, l'elasticità in uscita è aumentata notevolmente, infatti la reintegrazione nel posto di lavoro è rimasta per pochissimi casi, ma la tutela giudiziaria è divenuta più complessa, e questo in realtà si traduce in un aumento dei costi di giudizio. Una vertenza di lavoro, conseguente a una impugnazione di licenziamento, può richiedere fino a tre cause per giungere a un risultato, positivo o negativo che sia, che prima richiedeva una sola causa. Questo, a sommesso parere di chi scrive, comporta maggiori costi per le parti e maggior lavoro per la magistratura. Non voglio credere che il governo Monti abbia voluto rendere ancora più elastica l'uscita dei lavoratori con l'introduzione di qualche complicanza procedurale, mi piace pensare che l'attuale situazione sia dovuta a una svista. Svista che il prossimo governo, di qualunque colore esso sia, potrà mettere a fuoco e correggere.
Quanto ai giovani, la legge Fornero è stata molto miope. Da un lato ha irrigidito le regole per la stipula  dei contratti a progetto e di collaborazione con emissione di fattura, ma dall'altro non ha creato un percorso virtuoso in cui far confluire i rapporti di lavoro precedentemente regolati da contratti a progetto, o con emissione di fattura, illegittimi. E' ovviamente giusto che non si stipulino contratti illegittimi, ma i rapporti che avevano preso quella strada (quella dei contratti atipici illegittimi)  e che dunque avevano una loro collocazione del sistema economico, oggi che strada possono prendere? Credere che irrigidendo la normativa i contratti atipici illegittimi divengano contratti subordinati a tempo indeterminato forse è un po' ingenuo.
Sul fronte del contratto a termine, invece, la semplificazione adottata, consistente nella eliminazione dei motivi di ricorso al contratto a tempo determinato, mi pare efficace e dovrebbe azzerare il contenzioso. Peccato però che questi contratti, che possono essere stipulati solo una volta e per un massimo di un anno, in concreto renderanno più precario il già precario rapporto di lavoro dei giovani, e dei meno giovani, in cerca di lavoro. Non è difficile pensare che, stando così le cose, il datore di lavoro, scaduto il contratto che non richiede motivi, per non perdere la facoltà che la legge gli consente, ne stipuli un altro con un nuovo giovane lavoratore precario. Questo metodo, di fatto suggerito dalla legge vigente, danneggia il lavoratore precario  perché riduce la durata del suo lavoro a massimo un anno con lo stesso datore di lavoro, danneggia il datore di lavoro perché il patrimonio di conoscenza che acquisisce un lavoratore in un anno di lavoro e che va a vantaggio dell'imprenditore viene così irrimediabilmente perduto.

8 gennaio 2013

Prospettive elettorali

Monti ha pubblicato la sua agenda, Berlusconi ha stipulato un nuovo accordo con la Lega, Bersani ha chiesto e ottenuto la collaborazione di Renzi, cosa dobbiamo aspettarci da tutto ciò?
L'entrata nella contesa elettorale di Monti, lo rende inutilizzabile con funzioni analoghe a quelle da lui svolte nel governo che tuttora presiede. Se per una qualunque ragione non fosse possibile formare un governo politico che rispecchi il risultato elettorale, in questo caso Monti non sarebbe più utilizzabile perché egli è divenuto attore politico e dunque non può più svolgere funzioni super partes.
Berlusconi è riuscito a concludere un nuovo accordo con la Lega con scopi evidentemente elettoralistici. Viene perciò spontaneo chiedersi, quale linea programmatica avrebbe un ipotetico, molto ipotetico, governo Berlusconi/Lega? assisteremmo a una riedizione dei governi Berlusconi? nei quali la linea politica era solo quella di stare al governo per il governo? e nei quali le richieste degli alleati venivano assunte per appunto conservare la linea politica: il potere per il potere, e che tutto il resto "vada al diavolo"?
Bersani ha incontrato Renzi e a quanto pare lo ha coinvolto nella campagna elettorale del PD, questa mi pare un'ottima mossa. Renzi potrà rappresentare quella parte di elettorato che non accetta di sostenere chi cerca il potere per il potere e che vorrebbe un'azione di governo concentrata su eliminazione degli sprechi, istruzione, ricerca, trasparenza.

22 dicembre 2012

Elezioni in Italia

Se il centro sinistra, come purtroppo è probabile, non avrà la maggioranza nei due rami del parlamento, sarà necessario allargare la maggioranza a un altro partito.
Se però, per qualunque ragione, ciò non fosse possibile, e non fosse possibile tornare subito al voto, un Monti non di parte potrebbe essere molto utile. Ma se invece, nelle prossime elezioni, Monti entrasse, in qualunque modo, in un soggetto politico, non sarebbe più terzo e quindi non più utilizzabile come tecnico.

15 settembre 2012

La riforma del mercato del lavoro del governo Monti

La semplificazione dei contratti a tempo determinato ha il pregio che, almeno in teoria (in pratica vedremo), azzererà il contenzioso giudiziario, cioè non si faranno più cause di lavoro con riferimento al primo anno di lavoro a termine. Ma il rovescio della medaglia è che i datori di lavoro, da questa legge, sono praticamente incentivati a cercare rapporti di lavoro della durata massima di un anno, perché appunto in questi limiti di tempo i contratti a tempo determinato possono essere stipulati indiscriminatamente. Questo, in pratica, riduce la speranza di durata del rapporto di lavoro dei giovani da trentasei mesi a dodici mesi.
Un altro aspetto negativo di questa legge è che tendenzialmente aumenterà il contenzioso conseguente ai licenziamenti illegittimi. Prima della riforma, infatti, per il datore di lavoro era sufficiente scrivere una lettera, che successivamente il lavoratore poteva impugnare incardinando una sola vertenza, dopo la riforma il quadro è necessariamente il seguente:
1) procedimento davanti alla Direzione Territoriale del Lavoro, a cura del datore di lavoro;
2) ricorso per impugnazione del licenziamento;
3) reclamo dell'ordinanza che decide il ricorso per impugnazione del licenziamento;
4) ulteriore ricorso nel caso che le ulteriori pretese del lavoratore non siano tra quelle che la nuova legge consente di abbinare all'impugnazione del licenziamento.
Dunque da un primo grado che si svolgeva in un'unica fase si è passati a un primo grado che si svolgerà in tre/quattro fasi.
A chi ha giovato tutto questo non si sa.

Monti II


Un secondo governo Monti sarebbe cosa del tutto diversa dal primo governo Monti. In questo il Presidente del Consiglio ha potuto esprimere una "forza" politica fondata sul sostegno dei due principali partiti. L'azione del governo, pure molto imperfetta e poco equa, si è vista e sentita. L'azione di un eventuale Monti II sarebbe di natura diversa e priva della "forza" di cui sta godendo nella sua prima esperienza. L'ipotetico Monti II sarebbe sostenuto dalla coalizione vincente alle elezioni, e dunque sarebbe uno dei soliti governi italiani, pur contraddistinto dalla fama e dalla serietà dell'attuale Presidente del Consiglio; e come tale sottoposto alla farraginosa dialettica istituzionale italiana che tanti danni ha provocato con la prima e la seconda repubblica.
Le inquietudini, nazionali e internazionali, sull'annacquamento dell'azione di governo italiano, per effetto della normale dilettica istituzionale italiana, dopo le prossime elezioni politiche, non vengono eliminate dalla prospettiva, da qualcuno avanzata, di un Monti II.

20 giugno 2012

Sprechi italiani

Per ora mi pare che questo governo non abbia provato di essere capace di invertire la tendenza ad allargarsi della spesa pubblica italiana.
Il governo Monti ha salvato l'Italia dal baratro finanziario, bene. Ma ora urge un intervento selettivo sulla spesa pubblica, sugli sprechi, sulla corruzione.
Se il governo italiano non riuscirà a mettere il guinzaglio a tutte le spese cattive, il resto sarà stato fatto invano.
Per esempio, i parlamentari dovrebbero essere ridotti di numero. Circa mille parlamentari, anche grazie al confronto con le democrazie più avanzate dell'occidente, è intuitivo che sono troppi. Eliminando il bicameralismo perfetto, cioè la necessità che le leggi siano approvate dalla Camera dei deputati e dal Senato, si dimezzerebbe il lavoro e si velocizzerebbe l'iter di approvazione delle leggi. Una riduzione del dieci, quindici per cento mi sembra però un contentino per l'opinione pubblica non una misura efficace. Lo so che quello che si risparmierebbe riducendo il numero dei parlamentari non cambierebbe di molto la situazione economico-finanziaria italiana, ma da qualche parte si deve pur cominciare.
Anche un risparmio sulla spesa pubblica di quattro, cinque miliardi, se rapportato al totale della spesa pubblica italiana in un anno, cioè 800/900 miliardi di euro mi pare più un contentino che una misura economica efficace.
Se la maggioranza che sostiene il governo frena, allora mi pare opportuno che la maggioranza sia messa di fronte alla propria responsabilità. Le intelligenze al governo non devono accettare la museruola dai partiti che sostengono il governo.
Sono stati chiesti forti sacrifici agli italiani, che li hanno responsabilmente accettati senza battere ciglio, ora è il turno della moralizzazione della spesa pubblica, di tutta la spesa pubblica. Il danaro pubblico, proprio perché è di tutti non dev'essere speso come se non fosse di nessuno, come invece avviene.
Gli sprechi vanno tagliati ovunque siano ma, salvo gli sprechi appunto, gli investimenti per la ricerca e l'istruzione, per gli studenti e non per gli apparati, devono essere salvaguardati; su tutto il resto bisogna revisionare e tagliare tutto ciò che non è necessario. Da un lato si deve avere il coraggio di adottare provvedimenti dall'altro bisogna usare le risorse così recuperate per investimenti, non spesa ma investimenti, per stimolare la crescita dell'economia.

4 luglio 2011

Caramelle al miele.

Il principio di non contraddizione è il fondamento della logica, quindi è fondamentale per ragionare in qualunque ambito umanistico e scientifico. Le religioni si fondano sulla fede, sicché non si fondano sul principio di non contraddizione. Ma, sia detto incidentalmente, se una fede religiosa affermasse di essere fondata dalla logica, dalla conoscenza razionale, allora anche quella fede dovrebbe sottostare al principio di n. c. Se invece una fede religiosa asserisse di prevalere sul principio di n. c. essa si porrebbe apertamente fuori della razionalità, perché sarebbe fondata su sé stessa, dunque non su ciò che è razionalmente vero ma su ciò che è tenuto per vero, fuori cioè della razionalità.
Una caramella non è nulla, è una caramella. Una buonissima caramella "al miele" non viene dal nulla, dal nulla non viene nulla. La proposizione "una caramella è una caramella" (o un treno è un treno, o un capello è un capello) esprime una identità incontrovertibile, e la sua negazione (una caramella non è una caramella) è autocontraddittoria e si elimina da sé. Ora, tra il nulla e una caramella vi è una distanza assoluta: il nulla non è, la caramella è; la caramella, ho scritto sopra, non può venire dal nulla; essa non può venire dal nulla ma nemmeno può andarci, nel nulla. Se una caramella al miele divenisse nulla violerebbe il principio di non contraddizione, dunque una caramella al miele resta una caramella al miele.

26 giugno 2011

Causalità e superstizione.

Nel suo Tractatus logico-philosophicus, Ludwig Wittgenstein scrive, cito a memoria, "La causalità è solo superstizione". Da questa affermazione del filosofo, prescindendo dal senso della sua filosofia, che non è oggetto di questo scritto, prendo spunto per fare alcune considerazioni sulla causalità.
Nel nostro tempo, nella nostra cultura occidentale, tutti i fatti sono prodotti da un antefatto che ne è la causa. Il rapporto di causa a effetto è fondamentale per tutto il nostro pensiero. Sono alla guida di un'auto, mi giro attratto da una bella ragazza per guardarla, non vedo che la macchina che mi precede si è fermata e la tampono. La bella ragazza è causa della mia distrazione, questa è causa della mancata frenata, la mancata frenata è causa del tamponamento. Dunque il danno all'incolpevole veicolo tamponato è causato dall'azione causale del veicolo che non ha frenato. In diritto, per ottenere il risarcimento di un danno, o per giungere a una condanna in ambito penale, è sempre necessario provare il nesso causale tra l'evento illecito (causa) e il danno (o violazione delle norme penali) prodotto (effetto).
L'ho vista usata anche come insegna di una gelateria: carpe diem, vivi il presente; da Orazio al gelato, che pure è adorabile, il salto è funambolesco. Questo concetto, al pari di quello della libertà, costituisce un assioma cogente, che non dev'essere provato: esiste solo il presente, il passato sopravvive solo nei ricordi il futuro non c'è ancora, dunque cogli l'attimo fuggente.
Però se confrontiamo la prima parte di queste mie considerazioni all'ultima, c'è qualcosa che non quadra: dalla potenza all'atto, dalla causa all'effetto, sono concetti che presuppongono un continuum spazio temporale nel quale la possibilità può portare all'atto, segue un percorso, la causa produce l'effetto, la causa cioè, per così dire, regge l'effetto. Ora, se esiste solo il presente, e ciò è il presupposto di tutta la nostra cultura, laica, scientifica e religiosa; e se l'effetto è retto dalla causa, posto che l'effetto, poniamo, è nel presente che esiste esclusivamente, la causa che regge l'effetto dove si trova? risposta: nel nulla. Ma se la causa è nel nulla (nel passato) come può qualcosa che è nel nulla reggere quello che è nell'essere (il presente, carpe diem).

25 giugno 2011

Siamo davvero liberi?

Nel nostro tempo, il concetto di libertà è fondamentale. Libertà di voto, di scegliere la persona amata, di scegliere il luogo dove andare in vacanza, di scegliere il lavoro, sono solo alcune delle attività per le quali si è liberi di scegliere, per le quali si è convinti di essere liberi di scegliere.
Il primo ostacolo alla libertà è l'esistenza di enormi quantità di libertà altrui; si ipotizza che tutti i nostri simili esercitino la propria libertà, con alcune riduzioni per quei popoli che vivono in stati non democratici. Se io sono libero e libero è il mio prossimo, se entrambi siamo in coda al cinema e il mio prossimo è davanti a me e al mio prossimo viene venduto l'ultimo biglietto disponibile per quella proiezione, la mia libertà, di guardare quel film in quel cinema a quell'ora, è compressa, trova un ostacolo insormontabile, un limite empirico sì ma decisamente efficace. Dovrò accontentarmi di guardare uno spettacolo successivo. Poi ci sono gli ostacoli classici: economici, sociali, politici, di istruzione.
La libertà dunque è un ideale, una aspirazione e questo è evidente anche senza spingere a fondo la nostra riflessione sul fondamento di questo concetto; i limiti comuni e empirici che fanno parte dell'esperienza di tutti i giorni già fanno vacillare la certezza di essere liberi.
Spingiamo ora la nostra analisi a un livello più radicale. Dobbiamo decidere se trascorrere un fine settimana al mare o in montagna e scegliamo "liberamente" la montagna, quindi ci rechiamo in montagna dove faremo delle bellissime passeggiate, leggeremo, giocheremo a tennis, mangeremo divinamente e riposeremo benissimo. Ecco che abbiamo esercitato la nostra libertà di scelta, il fine settimana tra il giorno x e il giorno y, visto che nessuno ha ostacolato la nostra scelta, lo avremo trascorso dove abbiamo "liberamente" scelto di recarci. Ora dirò perché ho messo tra virgolette l'avverbio liberamente.
Proviamo a ragionare un po' come ragiona la scienza ma su un esempio terra terra: se riempio una pentola d'acqua e la metto sul fornello a una certa temperatura l'acqua comincerà a evaporare, e questo si ripeterà ogniqualvolta ripeterò questa azione, il che secondo i canoni attuali conferma la fondatezza dell'assunto: a una certa temperatura l'acqua inizierà a evaporare. Nel caso della scelta della montagna per il fine settimana, come alternativa al mare, per avere la certezza di aver scelto la montagna liberamente, dovremmo verificarlo. Dovremmo cioè fornirci la prova che il fine settimana in montagna è frutto della nostra libera scelta e che il medesimo fine settimana avremmo potuto trascorrerlo al mare.
Ebbene, questa prova non è possibile, quel fine settimana lo abbiamo trascorso in montagna dopo aver "scelto" questo luogo; questo fine settimana è collocato nel tempo, per esempio dal 18 giugno 2011 al 19 giugno 2011, e nello spazio, Marilleva in Val di Sole, e, poiché non si può tornare indietro nel tempo, l'alternativa del fine settimana al mare, in quel punto nel tempo, resterà impossibile e impossibile resterà la prova che tale alternativa al mare avrebbe potuto essere.
La libertà quindi non è provata e non è possibile provarla, la libertà è una fede.

12 aprile 2011

Europa e immigrazione.

Viviamo momenti davvero difficili. A ridosso delle nostre coste meridionali c'è un gruppo di Nazioni che sognano l'Occidente e l'Europa. Queste Nazioni sono molto giovani e vogliono vivere nelle economie occidentali, ma dell'Occidente non accettano tutto, dell'Occidente vogliono il reddito, delle sue regole della sua cultura non si interessano più di tanto, anzi alle regole e alla cultura dell'Occidente preferiscono regole, cultura e religioni patrie.
I mass media e internet raccontano l'Occidente, ma il racconto non è sincero. Le televisioni e internet sono comunque descrizioni dell'Occidente, ma la realtà, naturalmente, è un'altra cosa. Uno schiaffo sul nostro viso e uno schiaffo sul viso di un personaggio visto al cinema sono enormemente diversi, il primo è reale il secondo è solo una rappresentazione. I mass media descrivono, rappresentano, la realtà, inevitabilmente la deformano. Il problema è tutto qui. La realtà è lo schiaffo sul nostro viso, con il dolore, il rimbombo e il sibilo nell'orecchio, il sangue che accorre sottopelle e arrossa il viso, la frustrazione, la rabbia che seguono, insomma la realtà ci morde la carne, i mass media fanno finta, ciò vale anche quando sono sinceri.
Certo, vivere in un regime democratico è molto diverso dal vivere in un regime dittatoriale, e certamente è molto più diverso di quanto io riesca a immaginare, posto che non ho mai vissuto in un regime dittatoriale. Ma vivere in una democrazia non vuole certo dire vivere in paradiso, né si può ridurre tutto al PIL pro capite. I numeri, letti così, non significano nulla. Dire che i libici hanno un reddito pro capite che è la metà di quello degli italiani non dice quasi nulla, perché non parla della distribuzione reale di quel reddito, il confronto tra i redditi medi è ingannevole. Nonostante i numeri dicano che i libici hanno meno reddito medio a disposizione, nella realtà quel minor reddito potrebbe essere distribuito meglio che in Italia, e dunque un numero più piccolo potrebbe esprimere male una situazione economica che appunto sfugge al numero ed è molto migliore di come viene raccontata. Inoltre, posto che i valori economici non sono assoluti, più che di confronti tra numeri estrapolati da realtà diversissime tra loro, sarebbe già un passo avanti confrontare i poteri d'acquisto reali del reddito medio pro capite. Se una cinquecento in Italia costa, per esempio, 20.000 euro e in Libia, per esempio, costasse 9.000 euro, ecco che un reddito pari al cinquanta per cento di quello italiano avrebbe un potere d'acquisto maggiore di quello italiano.
Ora vengo al punto. L'Italia è uno dei paesi fondatori dell'Europa economica, che nel suo cammino storico, almeno finora, non è mai andata oltre l'economia. Dal punto di vista economico, gli Stati Uniti d'Europa, che ovviamente non esistono, se esistessero sarebbero la prima potenza economica mondiale, e conseguentemente diventerebbero la prima potenza mondiale tout court. Questo altererebbe gli equilibri mondiali attuali e dunque creerebbe a dir poco scompiglio, perché cambierebbero i padroni del Mondo, gli attuali padroni del Mondo dovrebbero consegnare a questo luogo dell'utopia le chiavi del sistema. Insomma, gli attuali padroni non permetteranno mai che qualcun altro (l'Europa politica) li spodesti. Quindi l'Europa si rassegni e si accontenti dell'Euro che, pur tra tante critiche, infine è riuscito faticosamente a venire alla luce. Ma anche qui, uno dei paesi più significativi d'Europa, e quindi anche dell'utopia Stati Uniti d'Europa, a tutt'oggi non l'ha adottato ..., ma questa, come dicono i narratori, è un'altra storia.
La sollevazione delle masse del Maghreb è un evento gigantesco, legato ai mass media e a internet, ma porta con sé gravi e non risolti problemi. Il primo è chi reggerà quei governi dopo la cacciata dei dittatori? il secondo è chi si farà carico delle conseguenze immediate dei disordini? come quella, per esempio, della migrazione di massa.
L'Italia è un paese europeo ed è esposta in modo immediato al fenomeno della migrazione di massa. Della migrazione innanzitutto andrebbe colpita duramente la criminalità che lucra sul fenomeno; in secondo luogo bisogna affrontare il problema senza dimenticare che i migranti sono bambini, donne e uomini e non animali; in terzo luogo il problema dovrebbe affrontarlo chi ce l'ha e non chi per un fattore casuale come l'ubicazione geografica semplicemente lo subisce. Quindi, in primis i migranti sono bambini, donne e uomini, e questo non dobbiamo dimenticarlo mai. Il paese che intendono raggiungere i migranti, che ovviamente attraverso i mass media e internet non hanno informazioni corrette sulla realtà europea ma informazioni deformate dai medium, il paese che desiderano i migranti, dicevo, è l'Europa, anzi gli Stati Uniti d'Europa, che in realtà non esistono. Lo Stato più a portata di mano è l'Italia, che come sappiamo è membro dell'Unione Europea ma che i migranti credono che sia uno degli Stati Uniti d'Europa che come abbiamo visto non esistono, dunque essi giungendo a Lampedusa o in un altra porzione del territorio italiano credono di esser giunti in Europa ma nei fatti non è così.
La questione però non è di poco conto, mi chiedo con quale coerenza l'Europa dei ventisette non si occupa di un evento europeo, solo perché l'evento per ragioni casuali prende corpo in una parte del territorio europeo e non in un'altra parte? l'Europa dovrebbe, non dimenticando che parliamo di bambini, donne e uomini, affrontare il problema della migrazione e dargli una soluzione o perlomeno tentare di dargli una soluzione. In caso contrario, l'Europa emetterebbe un rumore e non un suono armonioso quale vorremmo ascoltare.