Le leggi vigenti rendono difficile formulare contratti per partite iva e a progetto che siano pienamente legittimi. Anzi, per dire meglio, l'area dei rapporti di lavoro che fino alle nuove norme veniva coperta dai contratti a partita iva e a progetto, in modo spesse volte non del tutto legittimo, ora, con le nuove norme, è rimasta scoperta. Per ora non sappiamo in che modo i datori di lavoro stiano regolarizzando questi rapporti di lavoro.
Qual è il problema? i rapporti a tempo indeterminato sono ritenuti rigidi all'uscita e costosi sul piano fiscale e contributivo. I contratto atipici, con l'eccezione dei contratti a tempo determinato, dopo la stretta della legge Fornero, lasciano troppo scoperto il fianco alle vertenze. Questo implica una ulteriore difficoltà, dei disoccupati, per l'entrata nel mondo del lavoro. Soprattutto in questa fase di rapida trasformazione dell'economia, una incertezza che ostacoli di fatto le assunzioni sarebbe da evitare.
Il nuovo governo, quale che sia, dovrà mettere urgentemente le mani sulle leggi che regolano i rapporti di lavoro. La ricetta è sempre la stessa: eliminazione della burocrazia, semplificazione del quadro normativo, riduzione del cuneo fiscale. La riduzione del cuneo fiscale, per tutti i rapporti in corso, al fine di dare più risorse ai lavoratori e ridurre i costi per le imprese, penso che potrà essere impiegato nella misura in cui il governo saprà reperire risorse e dovrà reperirle se vuole salvare il sistema industriale italiano. La riduzione del cuneo fiscale per le nuove assunzioni invece dovrà essere adottato, tenuto conto che si parla di nuove assunzioni e dunque dei casi di aumento degli occupati, prescindendo dal reperimento di nuove risorse, perché nella mia definizione si tratta di nuovi occupati che dunque aggiungono risorse fiscali, anche se ridotte.
Un'idea per semplificare il quadro normativo potrebbe essere quella di un unico contratto di inserimento. Applicabile rigidamente solo per le assunzioni che amplino il numero degli occupati del datore di lavoro che intende adottarlo. Questa norma dovrebbe avere efficacia per un solo anno, salvo il rinnovo in caso di positiva riuscita. Con ciò non intendo che i contratti di inserimento dopo un anno cesserebbero, ma solo che i contratti di inserimento sarebbe possibile stipularli solo per un anno, scaduta la legge il legislatore deciderebbe se prorogarla o no ma i contratti stipulati continuerebbero ad avere effetto fino al loro termine naturale.
Come dovrebbe essere strutturato il contratto di inserimento? (è bene precisare che il mio è un esempio che vale solo come concetto, i parametri da applicare dovrebbero essere decisi con molta attenzione dagli organi competenti) ripeto, solo per le assunzioni che aumentano, impresa per impresa il numero degli occupati tenendo conto di ogni tipo di lavoratore impiegato, il contratto potrebbe avere una durata di cinque anni: per il primo anno, cuneo fiscale ridotto, per esempio, all'ottanta percento, e possibilità di licenziare con otto settimane di preavviso; per il secondo anno, cuneo fiscale ridotto al settanta percento e licenziamento con sette settimane di preavviso; per il terzo anno, cuneo fiscale al sessanta percento e sei settimane di preavviso; per il quarto anno, cuneo al cinquanta percento e cinque settimane di preavviso; per il quinto anno, cuneo al quaranta percento e quattro settimane di preavviso; e a questo punto il contratto di inserimento sarebbe concluso ma, in caso di sua prosecuzione, allineamento alle norme generali salvo che per il cuneo fiscale che dovrebbe continuare a scendere per altri tre anni almeno, e cioè trenta percento per il primo anno, venti percento per il secondo, zero per il terzo, dieci percento per il quarto, venti percento per il quinto (dopo i primi cinque anni dei contratti di solidarietà) e così via, fino a riallinearsi con quella che sarà la normativa di quell'epoca.