Riflessioni: Luci e ombre della legge Fornero: L'intenzione è buona ma i risultati sono pessimi. Dal punto di vista economico, l'elasticità in uscita è aumentata notevolmente, infatti ...
21 gennaio 2013
Luci e ombre della legge Fornero
L'intenzione è buona ma i risultati sono pessimi.
Dal punto di vista economico, l'elasticità in uscita è aumentata notevolmente, infatti la reintegrazione nel posto di lavoro è rimasta per pochissimi casi, ma la tutela giudiziaria è divenuta più complessa, e questo in realtà si traduce in un aumento dei costi di giudizio. Una vertenza di lavoro, conseguente a una impugnazione di licenziamento, può richiedere fino a tre cause per giungere a un risultato, positivo o negativo che sia, che prima richiedeva una sola causa. Questo, a sommesso parere di chi scrive, comporta maggiori costi per le parti e maggior lavoro per la magistratura. Non voglio credere che il governo Monti abbia voluto rendere ancora più elastica l'uscita dei lavoratori con l'introduzione di qualche complicanza procedurale, mi piace pensare che l'attuale situazione sia dovuta a una svista. Svista che il prossimo governo, di qualunque colore esso sia, potrà mettere a fuoco e correggere.
Quanto ai giovani, la legge Fornero è stata molto miope. Da un lato ha irrigidito le regole per la stipula dei contratti a progetto e di collaborazione con emissione di fattura, ma dall'altro non ha creato un percorso virtuoso in cui far confluire i rapporti di lavoro precedentemente regolati da contratti a progetto, o con emissione di fattura, illegittimi. E' ovviamente giusto che non si stipulino contratti illegittimi, ma i rapporti che avevano preso quella strada (quella dei contratti atipici illegittimi) e che dunque avevano una loro collocazione del sistema economico, oggi che strada possono prendere? Credere che irrigidendo la normativa i contratti atipici illegittimi divengano contratti subordinati a tempo indeterminato forse è un po' ingenuo.
Sul fronte del contratto a termine, invece, la semplificazione adottata, consistente nella eliminazione dei motivi di ricorso al contratto a tempo determinato, mi pare efficace e dovrebbe azzerare il contenzioso. Peccato però che questi contratti, che possono essere stipulati solo una volta e per un massimo di un anno, in concreto renderanno più precario il già precario rapporto di lavoro dei giovani, e dei meno giovani, in cerca di lavoro. Non è difficile pensare che, stando così le cose, il datore di lavoro, scaduto il contratto che non richiede motivi, per non perdere la facoltà che la legge gli consente, ne stipuli un altro con un nuovo giovane lavoratore precario. Questo metodo, di fatto suggerito dalla legge vigente, danneggia il lavoratore precario perché riduce la durata del suo lavoro a massimo un anno con lo stesso datore di lavoro, danneggia il datore di lavoro perché il patrimonio di conoscenza che acquisisce un lavoratore in un anno di lavoro e che va a vantaggio dell'imprenditore viene così irrimediabilmente perduto.
8 gennaio 2013
Prospettive elettorali
Monti ha pubblicato la sua agenda, Berlusconi ha stipulato un nuovo accordo con la Lega, Bersani ha chiesto e ottenuto la collaborazione di Renzi, cosa dobbiamo aspettarci da tutto ciò?
L'entrata nella contesa elettorale di Monti, lo rende inutilizzabile con funzioni analoghe a quelle da lui svolte nel governo che tuttora presiede. Se per una qualunque ragione non fosse possibile formare un governo politico che rispecchi il risultato elettorale, in questo caso Monti non sarebbe più utilizzabile perché egli è divenuto attore politico e dunque non può più svolgere funzioni super partes.
Berlusconi è riuscito a concludere un nuovo accordo con la Lega con scopi evidentemente elettoralistici. Viene perciò spontaneo chiedersi, quale linea programmatica avrebbe un ipotetico, molto ipotetico, governo Berlusconi/Lega? assisteremmo a una riedizione dei governi Berlusconi? nei quali la linea politica era solo quella di stare al governo per il governo? e nei quali le richieste degli alleati venivano assunte per appunto conservare la linea politica: il potere per il potere, e che tutto il resto "vada al diavolo"?
Bersani ha incontrato Renzi e a quanto pare lo ha coinvolto nella campagna elettorale del PD, questa mi pare un'ottima mossa. Renzi potrà rappresentare quella parte di elettorato che non accetta di sostenere chi cerca il potere per il potere e che vorrebbe un'azione di governo concentrata su eliminazione degli sprechi, istruzione, ricerca, trasparenza.
L'entrata nella contesa elettorale di Monti, lo rende inutilizzabile con funzioni analoghe a quelle da lui svolte nel governo che tuttora presiede. Se per una qualunque ragione non fosse possibile formare un governo politico che rispecchi il risultato elettorale, in questo caso Monti non sarebbe più utilizzabile perché egli è divenuto attore politico e dunque non può più svolgere funzioni super partes.
Berlusconi è riuscito a concludere un nuovo accordo con la Lega con scopi evidentemente elettoralistici. Viene perciò spontaneo chiedersi, quale linea programmatica avrebbe un ipotetico, molto ipotetico, governo Berlusconi/Lega? assisteremmo a una riedizione dei governi Berlusconi? nei quali la linea politica era solo quella di stare al governo per il governo? e nei quali le richieste degli alleati venivano assunte per appunto conservare la linea politica: il potere per il potere, e che tutto il resto "vada al diavolo"?
Bersani ha incontrato Renzi e a quanto pare lo ha coinvolto nella campagna elettorale del PD, questa mi pare un'ottima mossa. Renzi potrà rappresentare quella parte di elettorato che non accetta di sostenere chi cerca il potere per il potere e che vorrebbe un'azione di governo concentrata su eliminazione degli sprechi, istruzione, ricerca, trasparenza.
22 dicembre 2012
Elezioni in Italia
Se il centro sinistra, come purtroppo è probabile, non avrà la maggioranza nei due rami del parlamento, sarà necessario allargare la maggioranza a un altro partito.
Se però, per qualunque ragione, ciò non fosse possibile, e non fosse possibile tornare subito al voto, un Monti non di parte potrebbe essere molto utile. Ma se invece, nelle prossime elezioni, Monti entrasse, in qualunque modo, in un soggetto politico, non sarebbe più terzo e quindi non più utilizzabile come tecnico.
15 settembre 2012
La riforma del mercato del lavoro del governo Monti
La semplificazione dei contratti a tempo determinato ha il pregio che, almeno in teoria (in pratica vedremo), azzererà il contenzioso giudiziario, cioè non si faranno più cause di lavoro con riferimento al primo anno di lavoro a termine. Ma il rovescio della medaglia è che i datori di lavoro, da questa legge, sono praticamente incentivati a cercare rapporti di lavoro della durata massima di un anno, perché appunto in questi limiti di tempo i contratti a tempo determinato possono essere stipulati indiscriminatamente. Questo, in pratica, riduce la speranza di durata del rapporto di lavoro dei giovani da trentasei mesi a dodici mesi.
Un altro aspetto negativo di questa legge è che tendenzialmente aumenterà il contenzioso conseguente ai licenziamenti illegittimi. Prima della riforma, infatti, per il datore di lavoro era sufficiente scrivere una lettera, che successivamente il lavoratore poteva impugnare incardinando una sola vertenza, dopo la riforma il quadro è necessariamente il seguente:
1) procedimento davanti alla Direzione Territoriale del Lavoro, a cura del datore di lavoro;
2) ricorso per impugnazione del licenziamento;
3) reclamo dell'ordinanza che decide il ricorso per impugnazione del licenziamento;
4) ulteriore ricorso nel caso che le ulteriori pretese del lavoratore non siano tra quelle che la nuova legge consente di abbinare all'impugnazione del licenziamento.
Dunque da un primo grado che si svolgeva in un'unica fase si è passati a un primo grado che si svolgerà in tre/quattro fasi.
A chi ha giovato tutto questo non si sa.
Un altro aspetto negativo di questa legge è che tendenzialmente aumenterà il contenzioso conseguente ai licenziamenti illegittimi. Prima della riforma, infatti, per il datore di lavoro era sufficiente scrivere una lettera, che successivamente il lavoratore poteva impugnare incardinando una sola vertenza, dopo la riforma il quadro è necessariamente il seguente:
1) procedimento davanti alla Direzione Territoriale del Lavoro, a cura del datore di lavoro;
2) ricorso per impugnazione del licenziamento;
3) reclamo dell'ordinanza che decide il ricorso per impugnazione del licenziamento;
4) ulteriore ricorso nel caso che le ulteriori pretese del lavoratore non siano tra quelle che la nuova legge consente di abbinare all'impugnazione del licenziamento.
Dunque da un primo grado che si svolgeva in un'unica fase si è passati a un primo grado che si svolgerà in tre/quattro fasi.
A chi ha giovato tutto questo non si sa.
Monti II
Un secondo governo Monti sarebbe cosa del tutto diversa dal primo governo Monti. In questo il Presidente del Consiglio ha potuto esprimere una "forza" politica fondata sul sostegno dei due principali partiti. L'azione del governo, pure molto imperfetta e poco equa, si è vista e sentita. L'azione di un eventuale Monti II sarebbe di natura diversa e priva della "forza" di cui sta godendo nella sua prima esperienza. L'ipotetico Monti II sarebbe sostenuto dalla coalizione vincente alle elezioni, e dunque sarebbe uno dei soliti governi italiani, pur contraddistinto dalla fama e dalla serietà dell'attuale Presidente del Consiglio; e come tale sottoposto alla farraginosa dialettica istituzionale italiana che tanti danni ha provocato con la prima e la seconda repubblica.
Le inquietudini, nazionali e internazionali, sull'annacquamento dell'azione di governo italiano, per effetto della normale dilettica istituzionale italiana, dopo le prossime elezioni politiche, non vengono eliminate dalla prospettiva, da qualcuno avanzata, di un Monti II.
20 giugno 2012
Sprechi italiani
Per ora mi pare che questo governo non abbia provato di essere capace di invertire la tendenza ad allargarsi della spesa pubblica italiana.
Il governo Monti ha salvato l'Italia dal baratro finanziario, bene. Ma ora urge un intervento selettivo sulla spesa pubblica, sugli sprechi, sulla corruzione.
Se il governo italiano non riuscirà a mettere il guinzaglio a tutte le spese cattive, il resto sarà stato fatto invano.
Per esempio, i parlamentari dovrebbero essere ridotti di numero. Circa mille parlamentari, anche grazie al confronto con le democrazie più avanzate dell'occidente, è intuitivo che sono troppi. Eliminando il bicameralismo perfetto, cioè la necessità che le leggi siano approvate dalla Camera dei deputati e dal Senato, si dimezzerebbe il lavoro e si velocizzerebbe l'iter di approvazione delle leggi. Una riduzione del dieci, quindici per cento mi sembra però un contentino per l'opinione pubblica non una misura efficace. Lo so che quello che si risparmierebbe riducendo il numero dei parlamentari non cambierebbe di molto la situazione economico-finanziaria italiana, ma da qualche parte si deve pur cominciare.
Anche un risparmio sulla spesa pubblica di quattro, cinque miliardi, se rapportato al totale della spesa pubblica italiana in un anno, cioè 800/900 miliardi di euro mi pare più un contentino che una misura economica efficace.
Se la maggioranza che sostiene il governo frena, allora mi pare opportuno che la maggioranza sia messa di fronte alla propria responsabilità. Le intelligenze al governo non devono accettare la museruola dai partiti che sostengono il governo.
Sono stati chiesti forti sacrifici agli italiani, che li hanno responsabilmente accettati senza battere ciglio, ora è il turno della moralizzazione della spesa pubblica, di tutta la spesa pubblica. Il danaro pubblico, proprio perché è di tutti non dev'essere speso come se non fosse di nessuno, come invece avviene.
Gli sprechi vanno tagliati ovunque siano ma, salvo gli sprechi appunto, gli investimenti per la ricerca e l'istruzione, per gli studenti e non per gli apparati, devono essere salvaguardati; su tutto il resto bisogna revisionare e tagliare tutto ciò che non è necessario. Da un lato si deve avere il coraggio di adottare provvedimenti dall'altro bisogna usare le risorse così recuperate per investimenti, non spesa ma investimenti, per stimolare la crescita dell'economia.
Il governo Monti ha salvato l'Italia dal baratro finanziario, bene. Ma ora urge un intervento selettivo sulla spesa pubblica, sugli sprechi, sulla corruzione.
Se il governo italiano non riuscirà a mettere il guinzaglio a tutte le spese cattive, il resto sarà stato fatto invano.
Per esempio, i parlamentari dovrebbero essere ridotti di numero. Circa mille parlamentari, anche grazie al confronto con le democrazie più avanzate dell'occidente, è intuitivo che sono troppi. Eliminando il bicameralismo perfetto, cioè la necessità che le leggi siano approvate dalla Camera dei deputati e dal Senato, si dimezzerebbe il lavoro e si velocizzerebbe l'iter di approvazione delle leggi. Una riduzione del dieci, quindici per cento mi sembra però un contentino per l'opinione pubblica non una misura efficace. Lo so che quello che si risparmierebbe riducendo il numero dei parlamentari non cambierebbe di molto la situazione economico-finanziaria italiana, ma da qualche parte si deve pur cominciare.
Anche un risparmio sulla spesa pubblica di quattro, cinque miliardi, se rapportato al totale della spesa pubblica italiana in un anno, cioè 800/900 miliardi di euro mi pare più un contentino che una misura economica efficace.
Se la maggioranza che sostiene il governo frena, allora mi pare opportuno che la maggioranza sia messa di fronte alla propria responsabilità. Le intelligenze al governo non devono accettare la museruola dai partiti che sostengono il governo.
Sono stati chiesti forti sacrifici agli italiani, che li hanno responsabilmente accettati senza battere ciglio, ora è il turno della moralizzazione della spesa pubblica, di tutta la spesa pubblica. Il danaro pubblico, proprio perché è di tutti non dev'essere speso come se non fosse di nessuno, come invece avviene.
Gli sprechi vanno tagliati ovunque siano ma, salvo gli sprechi appunto, gli investimenti per la ricerca e l'istruzione, per gli studenti e non per gli apparati, devono essere salvaguardati; su tutto il resto bisogna revisionare e tagliare tutto ciò che non è necessario. Da un lato si deve avere il coraggio di adottare provvedimenti dall'altro bisogna usare le risorse così recuperate per investimenti, non spesa ma investimenti, per stimolare la crescita dell'economia.
4 luglio 2011
Caramelle al miele.
Il principio di non contraddizione è il fondamento della logica, quindi è fondamentale per ragionare in qualunque ambito umanistico e scientifico. Le religioni si fondano sulla fede, sicché non si fondano sul principio di non contraddizione. Ma, sia detto incidentalmente, se una fede religiosa affermasse di essere fondata dalla logica, dalla conoscenza razionale, allora anche quella fede dovrebbe sottostare al principio di n. c. Se invece una fede religiosa asserisse di prevalere sul principio di n. c. essa si porrebbe apertamente fuori della razionalità, perché sarebbe fondata su sé stessa, dunque non su ciò che è razionalmente vero ma su ciò che è tenuto per vero, fuori cioè della razionalità.
Una caramella non è nulla, è una caramella. Una buonissima caramella "al miele" non viene dal nulla, dal nulla non viene nulla. La proposizione "una caramella è una caramella" (o un treno è un treno, o un capello è un capello) esprime una identità incontrovertibile, e la sua negazione (una caramella non è una caramella) è autocontraddittoria e si elimina da sé. Ora, tra il nulla e una caramella vi è una distanza assoluta: il nulla non è, la caramella è; la caramella, ho scritto sopra, non può venire dal nulla; essa non può venire dal nulla ma nemmeno può andarci, nel nulla. Se una caramella al miele divenisse nulla violerebbe il principio di non contraddizione, dunque una caramella al miele resta una caramella al miele.
Una caramella non è nulla, è una caramella. Una buonissima caramella "al miele" non viene dal nulla, dal nulla non viene nulla. La proposizione "una caramella è una caramella" (o un treno è un treno, o un capello è un capello) esprime una identità incontrovertibile, e la sua negazione (una caramella non è una caramella) è autocontraddittoria e si elimina da sé. Ora, tra il nulla e una caramella vi è una distanza assoluta: il nulla non è, la caramella è; la caramella, ho scritto sopra, non può venire dal nulla; essa non può venire dal nulla ma nemmeno può andarci, nel nulla. Se una caramella al miele divenisse nulla violerebbe il principio di non contraddizione, dunque una caramella al miele resta una caramella al miele.
26 giugno 2011
Causalità e superstizione.
Nel suo Tractatus logico-philosophicus, Ludwig Wittgenstein scrive, cito a memoria, "La causalità è solo superstizione". Da questa affermazione del filosofo, prescindendo dal senso della sua filosofia, che non è oggetto di questo scritto, prendo spunto per fare alcune considerazioni sulla causalità.
Nel nostro tempo, nella nostra cultura occidentale, tutti i fatti sono prodotti da un antefatto che ne è la causa. Il rapporto di causa a effetto è fondamentale per tutto il nostro pensiero. Sono alla guida di un'auto, mi giro attratto da una bella ragazza per guardarla, non vedo che la macchina che mi precede si è fermata e la tampono. La bella ragazza è causa della mia distrazione, questa è causa della mancata frenata, la mancata frenata è causa del tamponamento. Dunque il danno all'incolpevole veicolo tamponato è causato dall'azione causale del veicolo che non ha frenato. In diritto, per ottenere il risarcimento di un danno, o per giungere a una condanna in ambito penale, è sempre necessario provare il nesso causale tra l'evento illecito (causa) e il danno (o violazione delle norme penali) prodotto (effetto).
L'ho vista usata anche come insegna di una gelateria: carpe diem, vivi il presente; da Orazio al gelato, che pure è adorabile, il salto è funambolesco. Questo concetto, al pari di quello della libertà, costituisce un assioma cogente, che non dev'essere provato: esiste solo il presente, il passato sopravvive solo nei ricordi il futuro non c'è ancora, dunque cogli l'attimo fuggente.
Però se confrontiamo la prima parte di queste mie considerazioni all'ultima, c'è qualcosa che non quadra: dalla potenza all'atto, dalla causa all'effetto, sono concetti che presuppongono un continuum spazio temporale nel quale la possibilità può portare all'atto, segue un percorso, la causa produce l'effetto, la causa cioè, per così dire, regge l'effetto. Ora, se esiste solo il presente, e ciò è il presupposto di tutta la nostra cultura, laica, scientifica e religiosa; e se l'effetto è retto dalla causa, posto che l'effetto, poniamo, è nel presente che esiste esclusivamente, la causa che regge l'effetto dove si trova? risposta: nel nulla. Ma se la causa è nel nulla (nel passato) come può qualcosa che è nel nulla reggere quello che è nell'essere (il presente, carpe diem).
25 giugno 2011
Siamo davvero liberi?
Nel nostro tempo, il concetto di libertà è fondamentale. Libertà di voto, di scegliere la persona amata, di scegliere il luogo dove andare in vacanza, di scegliere il lavoro, sono solo alcune delle attività per le quali si è liberi di scegliere, per le quali si è convinti di essere liberi di scegliere.
Il primo ostacolo alla libertà è l'esistenza di enormi quantità di libertà altrui; si ipotizza che tutti i nostri simili esercitino la propria libertà, con alcune riduzioni per quei popoli che vivono in stati non democratici. Se io sono libero e libero è il mio prossimo, se entrambi siamo in coda al cinema e il mio prossimo è davanti a me e al mio prossimo viene venduto l'ultimo biglietto disponibile per quella proiezione, la mia libertà, di guardare quel film in quel cinema a quell'ora, è compressa, trova un ostacolo insormontabile, un limite empirico sì ma decisamente efficace. Dovrò accontentarmi di guardare uno spettacolo successivo. Poi ci sono gli ostacoli classici: economici, sociali, politici, di istruzione.
La libertà dunque è un ideale, una aspirazione e questo è evidente anche senza spingere a fondo la nostra riflessione sul fondamento di questo concetto; i limiti comuni e empirici che fanno parte dell'esperienza di tutti i giorni già fanno vacillare la certezza di essere liberi.
Spingiamo ora la nostra analisi a un livello più radicale. Dobbiamo decidere se trascorrere un fine settimana al mare o in montagna e scegliamo "liberamente" la montagna, quindi ci rechiamo in montagna dove faremo delle bellissime passeggiate, leggeremo, giocheremo a tennis, mangeremo divinamente e riposeremo benissimo. Ecco che abbiamo esercitato la nostra libertà di scelta, il fine settimana tra il giorno x e il giorno y, visto che nessuno ha ostacolato la nostra scelta, lo avremo trascorso dove abbiamo "liberamente" scelto di recarci. Ora dirò perché ho messo tra virgolette l'avverbio liberamente.
Proviamo a ragionare un po' come ragiona la scienza ma su un esempio terra terra: se riempio una pentola d'acqua e la metto sul fornello a una certa temperatura l'acqua comincerà a evaporare, e questo si ripeterà ogniqualvolta ripeterò questa azione, il che secondo i canoni attuali conferma la fondatezza dell'assunto: a una certa temperatura l'acqua inizierà a evaporare. Nel caso della scelta della montagna per il fine settimana, come alternativa al mare, per avere la certezza di aver scelto la montagna liberamente, dovremmo verificarlo. Dovremmo cioè fornirci la prova che il fine settimana in montagna è frutto della nostra libera scelta e che il medesimo fine settimana avremmo potuto trascorrerlo al mare.
Ebbene, questa prova non è possibile, quel fine settimana lo abbiamo trascorso in montagna dopo aver "scelto" questo luogo; questo fine settimana è collocato nel tempo, per esempio dal 18 giugno 2011 al 19 giugno 2011, e nello spazio, Marilleva in Val di Sole, e, poiché non si può tornare indietro nel tempo, l'alternativa del fine settimana al mare, in quel punto nel tempo, resterà impossibile e impossibile resterà la prova che tale alternativa al mare avrebbe potuto essere.
La libertà quindi non è provata e non è possibile provarla, la libertà è una fede.
12 aprile 2011
Europa e immigrazione.
Viviamo momenti davvero difficili. A ridosso delle nostre coste meridionali c'è un gruppo di Nazioni che sognano l'Occidente e l'Europa. Queste Nazioni sono molto giovani e vogliono vivere nelle economie occidentali, ma dell'Occidente non accettano tutto, dell'Occidente vogliono il reddito, delle sue regole della sua cultura non si interessano più di tanto, anzi alle regole e alla cultura dell'Occidente preferiscono regole, cultura e religioni patrie.
I mass media e internet raccontano l'Occidente, ma il racconto non è sincero. Le televisioni e internet sono comunque descrizioni dell'Occidente, ma la realtà, naturalmente, è un'altra cosa. Uno schiaffo sul nostro viso e uno schiaffo sul viso di un personaggio visto al cinema sono enormemente diversi, il primo è reale il secondo è solo una rappresentazione. I mass media descrivono, rappresentano, la realtà, inevitabilmente la deformano. Il problema è tutto qui. La realtà è lo schiaffo sul nostro viso, con il dolore, il rimbombo e il sibilo nell'orecchio, il sangue che accorre sottopelle e arrossa il viso, la frustrazione, la rabbia che seguono, insomma la realtà ci morde la carne, i mass media fanno finta, ciò vale anche quando sono sinceri.
Certo, vivere in un regime democratico è molto diverso dal vivere in un regime dittatoriale, e certamente è molto più diverso di quanto io riesca a immaginare, posto che non ho mai vissuto in un regime dittatoriale. Ma vivere in una democrazia non vuole certo dire vivere in paradiso, né si può ridurre tutto al PIL pro capite. I numeri, letti così, non significano nulla. Dire che i libici hanno un reddito pro capite che è la metà di quello degli italiani non dice quasi nulla, perché non parla della distribuzione reale di quel reddito, il confronto tra i redditi medi è ingannevole. Nonostante i numeri dicano che i libici hanno meno reddito medio a disposizione, nella realtà quel minor reddito potrebbe essere distribuito meglio che in Italia, e dunque un numero più piccolo potrebbe esprimere male una situazione economica che appunto sfugge al numero ed è molto migliore di come viene raccontata. Inoltre, posto che i valori economici non sono assoluti, più che di confronti tra numeri estrapolati da realtà diversissime tra loro, sarebbe già un passo avanti confrontare i poteri d'acquisto reali del reddito medio pro capite. Se una cinquecento in Italia costa, per esempio, 20.000 euro e in Libia, per esempio, costasse 9.000 euro, ecco che un reddito pari al cinquanta per cento di quello italiano avrebbe un potere d'acquisto maggiore di quello italiano.
Ora vengo al punto. L'Italia è uno dei paesi fondatori dell'Europa economica, che nel suo cammino storico, almeno finora, non è mai andata oltre l'economia. Dal punto di vista economico, gli Stati Uniti d'Europa, che ovviamente non esistono, se esistessero sarebbero la prima potenza economica mondiale, e conseguentemente diventerebbero la prima potenza mondiale tout court. Questo altererebbe gli equilibri mondiali attuali e dunque creerebbe a dir poco scompiglio, perché cambierebbero i padroni del Mondo, gli attuali padroni del Mondo dovrebbero consegnare a questo luogo dell'utopia le chiavi del sistema. Insomma, gli attuali padroni non permetteranno mai che qualcun altro (l'Europa politica) li spodesti. Quindi l'Europa si rassegni e si accontenti dell'Euro che, pur tra tante critiche, infine è riuscito faticosamente a venire alla luce. Ma anche qui, uno dei paesi più significativi d'Europa, e quindi anche dell'utopia Stati Uniti d'Europa, a tutt'oggi non l'ha adottato ..., ma questa, come dicono i narratori, è un'altra storia.
La sollevazione delle masse del Maghreb è un evento gigantesco, legato ai mass media e a internet, ma porta con sé gravi e non risolti problemi. Il primo è chi reggerà quei governi dopo la cacciata dei dittatori? il secondo è chi si farà carico delle conseguenze immediate dei disordini? come quella, per esempio, della migrazione di massa.
L'Italia è un paese europeo ed è esposta in modo immediato al fenomeno della migrazione di massa. Della migrazione innanzitutto andrebbe colpita duramente la criminalità che lucra sul fenomeno; in secondo luogo bisogna affrontare il problema senza dimenticare che i migranti sono bambini, donne e uomini e non animali; in terzo luogo il problema dovrebbe affrontarlo chi ce l'ha e non chi per un fattore casuale come l'ubicazione geografica semplicemente lo subisce. Quindi, in primis i migranti sono bambini, donne e uomini, e questo non dobbiamo dimenticarlo mai. Il paese che intendono raggiungere i migranti, che ovviamente attraverso i mass media e internet non hanno informazioni corrette sulla realtà europea ma informazioni deformate dai medium, il paese che desiderano i migranti, dicevo, è l'Europa, anzi gli Stati Uniti d'Europa, che in realtà non esistono. Lo Stato più a portata di mano è l'Italia, che come sappiamo è membro dell'Unione Europea ma che i migranti credono che sia uno degli Stati Uniti d'Europa che come abbiamo visto non esistono, dunque essi giungendo a Lampedusa o in un altra porzione del territorio italiano credono di esser giunti in Europa ma nei fatti non è così.
La questione però non è di poco conto, mi chiedo con quale coerenza l'Europa dei ventisette non si occupa di un evento europeo, solo perché l'evento per ragioni casuali prende corpo in una parte del territorio europeo e non in un'altra parte? l'Europa dovrebbe, non dimenticando che parliamo di bambini, donne e uomini, affrontare il problema della migrazione e dargli una soluzione o perlomeno tentare di dargli una soluzione. In caso contrario, l'Europa emetterebbe un rumore e non un suono armonioso quale vorremmo ascoltare.
I mass media e internet raccontano l'Occidente, ma il racconto non è sincero. Le televisioni e internet sono comunque descrizioni dell'Occidente, ma la realtà, naturalmente, è un'altra cosa. Uno schiaffo sul nostro viso e uno schiaffo sul viso di un personaggio visto al cinema sono enormemente diversi, il primo è reale il secondo è solo una rappresentazione. I mass media descrivono, rappresentano, la realtà, inevitabilmente la deformano. Il problema è tutto qui. La realtà è lo schiaffo sul nostro viso, con il dolore, il rimbombo e il sibilo nell'orecchio, il sangue che accorre sottopelle e arrossa il viso, la frustrazione, la rabbia che seguono, insomma la realtà ci morde la carne, i mass media fanno finta, ciò vale anche quando sono sinceri.
Certo, vivere in un regime democratico è molto diverso dal vivere in un regime dittatoriale, e certamente è molto più diverso di quanto io riesca a immaginare, posto che non ho mai vissuto in un regime dittatoriale. Ma vivere in una democrazia non vuole certo dire vivere in paradiso, né si può ridurre tutto al PIL pro capite. I numeri, letti così, non significano nulla. Dire che i libici hanno un reddito pro capite che è la metà di quello degli italiani non dice quasi nulla, perché non parla della distribuzione reale di quel reddito, il confronto tra i redditi medi è ingannevole. Nonostante i numeri dicano che i libici hanno meno reddito medio a disposizione, nella realtà quel minor reddito potrebbe essere distribuito meglio che in Italia, e dunque un numero più piccolo potrebbe esprimere male una situazione economica che appunto sfugge al numero ed è molto migliore di come viene raccontata. Inoltre, posto che i valori economici non sono assoluti, più che di confronti tra numeri estrapolati da realtà diversissime tra loro, sarebbe già un passo avanti confrontare i poteri d'acquisto reali del reddito medio pro capite. Se una cinquecento in Italia costa, per esempio, 20.000 euro e in Libia, per esempio, costasse 9.000 euro, ecco che un reddito pari al cinquanta per cento di quello italiano avrebbe un potere d'acquisto maggiore di quello italiano.
Ora vengo al punto. L'Italia è uno dei paesi fondatori dell'Europa economica, che nel suo cammino storico, almeno finora, non è mai andata oltre l'economia. Dal punto di vista economico, gli Stati Uniti d'Europa, che ovviamente non esistono, se esistessero sarebbero la prima potenza economica mondiale, e conseguentemente diventerebbero la prima potenza mondiale tout court. Questo altererebbe gli equilibri mondiali attuali e dunque creerebbe a dir poco scompiglio, perché cambierebbero i padroni del Mondo, gli attuali padroni del Mondo dovrebbero consegnare a questo luogo dell'utopia le chiavi del sistema. Insomma, gli attuali padroni non permetteranno mai che qualcun altro (l'Europa politica) li spodesti. Quindi l'Europa si rassegni e si accontenti dell'Euro che, pur tra tante critiche, infine è riuscito faticosamente a venire alla luce. Ma anche qui, uno dei paesi più significativi d'Europa, e quindi anche dell'utopia Stati Uniti d'Europa, a tutt'oggi non l'ha adottato ..., ma questa, come dicono i narratori, è un'altra storia.
La sollevazione delle masse del Maghreb è un evento gigantesco, legato ai mass media e a internet, ma porta con sé gravi e non risolti problemi. Il primo è chi reggerà quei governi dopo la cacciata dei dittatori? il secondo è chi si farà carico delle conseguenze immediate dei disordini? come quella, per esempio, della migrazione di massa.
L'Italia è un paese europeo ed è esposta in modo immediato al fenomeno della migrazione di massa. Della migrazione innanzitutto andrebbe colpita duramente la criminalità che lucra sul fenomeno; in secondo luogo bisogna affrontare il problema senza dimenticare che i migranti sono bambini, donne e uomini e non animali; in terzo luogo il problema dovrebbe affrontarlo chi ce l'ha e non chi per un fattore casuale come l'ubicazione geografica semplicemente lo subisce. Quindi, in primis i migranti sono bambini, donne e uomini, e questo non dobbiamo dimenticarlo mai. Il paese che intendono raggiungere i migranti, che ovviamente attraverso i mass media e internet non hanno informazioni corrette sulla realtà europea ma informazioni deformate dai medium, il paese che desiderano i migranti, dicevo, è l'Europa, anzi gli Stati Uniti d'Europa, che in realtà non esistono. Lo Stato più a portata di mano è l'Italia, che come sappiamo è membro dell'Unione Europea ma che i migranti credono che sia uno degli Stati Uniti d'Europa che come abbiamo visto non esistono, dunque essi giungendo a Lampedusa o in un altra porzione del territorio italiano credono di esser giunti in Europa ma nei fatti non è così.
La questione però non è di poco conto, mi chiedo con quale coerenza l'Europa dei ventisette non si occupa di un evento europeo, solo perché l'evento per ragioni casuali prende corpo in una parte del territorio europeo e non in un'altra parte? l'Europa dovrebbe, non dimenticando che parliamo di bambini, donne e uomini, affrontare il problema della migrazione e dargli una soluzione o perlomeno tentare di dargli una soluzione. In caso contrario, l'Europa emetterebbe un rumore e non un suono armonioso quale vorremmo ascoltare.
30 gennaio 2011
Mass Media
Il lavoro delle Procure è di altissimo livello e merita un assoluto rispetto, ma resta un punto di vista di parte, la parte dell'accusa.
Il risultato delle indagini, dopo il vaglio dei Giudici, nel contraddittorio con la difesa, nei tre gradi di giudizio, confluirà in una sentenza di condanna o di assoluzione dell'imputato.
Dopo che la sentenza, di condanna o di assoluzione, sarà passata in cosa giudicata, la verità processuale sarà stata accertata.
Gli atti d'indagine sono sottoposti al segreto istruttorio perché appunto non costituiscono verità processuali ma ipotesi, indizi, teoremi, valutazioni, che nel processo possono tutti rivelarsi infondati. Per questa ragione, la loro diffusione illecita attraverso i mass media determina, nelle persone, convinzioni infondate ed estremamente dannose per chi le subisce.
Le convinzioni indotte nell'opinione pubblica, dalla circolazione di atti di indagine non consolidati in una sentenza passata in cosa giudicata, sono irreversibili e dunque producono danni non risarcibili in nessun modo: Enzo Tortora fu assolto con formula piena, tuttavia ci sono ancora oggi persone che sono convinte che Enzo Tortora avesse commesso qualcosa di illecito, dunque il danno subito da Enzo Tortora è un danno irreparabile.
Per queste ragioni, è inammissibile e incivile che siano diffuse notizie sulle indagini relative a un illecito penale, prima che tale illecito sia stato accertato in una sentenza passata in cosa giudicata.
Il risultato delle indagini, dopo il vaglio dei Giudici, nel contraddittorio con la difesa, nei tre gradi di giudizio, confluirà in una sentenza di condanna o di assoluzione dell'imputato.
Dopo che la sentenza, di condanna o di assoluzione, sarà passata in cosa giudicata, la verità processuale sarà stata accertata.
Gli atti d'indagine sono sottoposti al segreto istruttorio perché appunto non costituiscono verità processuali ma ipotesi, indizi, teoremi, valutazioni, che nel processo possono tutti rivelarsi infondati. Per questa ragione, la loro diffusione illecita attraverso i mass media determina, nelle persone, convinzioni infondate ed estremamente dannose per chi le subisce.
Le convinzioni indotte nell'opinione pubblica, dalla circolazione di atti di indagine non consolidati in una sentenza passata in cosa giudicata, sono irreversibili e dunque producono danni non risarcibili in nessun modo: Enzo Tortora fu assolto con formula piena, tuttavia ci sono ancora oggi persone che sono convinte che Enzo Tortora avesse commesso qualcosa di illecito, dunque il danno subito da Enzo Tortora è un danno irreparabile.
Per queste ragioni, è inammissibile e incivile che siano diffuse notizie sulle indagini relative a un illecito penale, prima che tale illecito sia stato accertato in una sentenza passata in cosa giudicata.
26 novembre 2010
Razzismo.
Alcuni mesi fa, guardando la tivvù, mi trovai davanti un signore meridionale, residente in Piemonte, che rispondeva a una intervista sul razzismo che colpisce gli immigrati extracomunitari in Italia.
Quello che disse quel signore mi colpì molto, egli dichiarò che il razzismo contro gli extracomunitari lo aveva, finalmente, fatto diventare un italiano. Voleva dire che il razzismo contro gli extracomunitari ha spostato l'attenzione su questi ultimi, facendo così sbiadire il razzismo contro i meridionali. Poiché l'intervistato è un immigrato meridionale in Piemonte, egli percepisce l'attuale attenzione, dell'opinione pubblica e dei mass media, sugli extracomunitari, come una sorta di sbiadimento del pregiudizio antimeridionale e dunque, questa attenuazione del pregiudizio, come una maggiore accettazione dei meridionali da parte degli italiani del nord.
Racconto una mia esperienza. Alcuni anni fa, durante un colloquio, presso il mio studio di Milano, con un mio cliente, questi mi disse che il suo lavoro (lavorava in una sala di bowling), negli ultimi anni era andato sempre più perdendo clienti. Egli dava al fenomeno una spiegazione che, prescindendo dalla sua fondatezza, esprime comunque un pregiudizio. Mi disse che trent'anni fa, intorno a questo posto (bowling) che è ubicato in Brianza, stazionavano i terroni ora stazionano gli extracomunitari, cioè il degrado, che un tempo aveva una genesi meridionale, oggi aveva perlopiù una genesi extracomunitaria. L'opinione di questo signore della Brianza combacia perfettamente con quella del piemontese-meridionale-immigrato.
Fino a pochissimo tempo fa, io non avevo mai preso sul serio il pregiudizio antimeridionale, perché credevo che fosse più che altro folklore, ma guardandomi un po' attorno e ascoltando in modo disincantato i discorsi, che si articolano nella città meravigliosa dove vivo da tanti anni, Milano, devo convenire in qualche modo con le due persone che ho trascinato a loro insaputa con me in queste poche righe, il meridionale-immigrato-in Piemonte e il brianzolo. Devo ammettere che a dispetto della logica, della storia e delle celebrazioni il pregiudizio antimeridionale c'è ed è tangibile.
Le persone vengono valutate un po' alla stregua del vino: il Greco di Tufo, che è campano e dunque ha le caratteristiche che gli derivano dal territorio di produzione e non sarebbe la stessa cosa se fosse prodotto in Veneto; o il Chianti o il Bardolino o i vini del Piave, che ovviamente sono tali solo perché sono fatti con uve che appartengono a un certo territorio e a una certa tradizione, al di fuori della quale in effetti perderebbero la loro personalità; ma gli esseri umani credo che siano una cosa ben diversa.
Quello che disse quel signore mi colpì molto, egli dichiarò che il razzismo contro gli extracomunitari lo aveva, finalmente, fatto diventare un italiano. Voleva dire che il razzismo contro gli extracomunitari ha spostato l'attenzione su questi ultimi, facendo così sbiadire il razzismo contro i meridionali. Poiché l'intervistato è un immigrato meridionale in Piemonte, egli percepisce l'attuale attenzione, dell'opinione pubblica e dei mass media, sugli extracomunitari, come una sorta di sbiadimento del pregiudizio antimeridionale e dunque, questa attenuazione del pregiudizio, come una maggiore accettazione dei meridionali da parte degli italiani del nord.
Racconto una mia esperienza. Alcuni anni fa, durante un colloquio, presso il mio studio di Milano, con un mio cliente, questi mi disse che il suo lavoro (lavorava in una sala di bowling), negli ultimi anni era andato sempre più perdendo clienti. Egli dava al fenomeno una spiegazione che, prescindendo dalla sua fondatezza, esprime comunque un pregiudizio. Mi disse che trent'anni fa, intorno a questo posto (bowling) che è ubicato in Brianza, stazionavano i terroni ora stazionano gli extracomunitari, cioè il degrado, che un tempo aveva una genesi meridionale, oggi aveva perlopiù una genesi extracomunitaria. L'opinione di questo signore della Brianza combacia perfettamente con quella del piemontese-meridionale-immigrato.
Fino a pochissimo tempo fa, io non avevo mai preso sul serio il pregiudizio antimeridionale, perché credevo che fosse più che altro folklore, ma guardandomi un po' attorno e ascoltando in modo disincantato i discorsi, che si articolano nella città meravigliosa dove vivo da tanti anni, Milano, devo convenire in qualche modo con le due persone che ho trascinato a loro insaputa con me in queste poche righe, il meridionale-immigrato-in Piemonte e il brianzolo. Devo ammettere che a dispetto della logica, della storia e delle celebrazioni il pregiudizio antimeridionale c'è ed è tangibile.
Le persone vengono valutate un po' alla stregua del vino: il Greco di Tufo, che è campano e dunque ha le caratteristiche che gli derivano dal territorio di produzione e non sarebbe la stessa cosa se fosse prodotto in Veneto; o il Chianti o il Bardolino o i vini del Piave, che ovviamente sono tali solo perché sono fatti con uve che appartengono a un certo territorio e a una certa tradizione, al di fuori della quale in effetti perderebbero la loro personalità; ma gli esseri umani credo che siano una cosa ben diversa.
26 maggio 2010
Globalizzazione selvaggia.
I mercati mondiali aperti al libero transito di beni e persone sono un bene o un male? questa, ovviamente, non è una domanda da poco.
A ben leggere, questa domanda lascia in ombra aspetti molto rilevanti della realtà mondiale, cioè, per esempio: è vero che attualmente viga il libero transito di beni nel mondo, o invece è vero che è stato consentito ad alcuni Stati, e non a tutti, di avere accesso ai mercati occidentali. La seconda proposizione è quella vera.
I prodotti ortofrutticoli africani non hanno libero accesso ai mercati occidentali e i prodotti occidentali non hanno libero accesso ai mercati africani. I prodotti brasiliani, indiani e cinesi hanno libero accesso ai mercati occidentali, ma i prodotti di questi ultimi non hanno la possibilità di entrare in Brasile, India e Cina in modo altrettanto facile. L'esportazione in questi paesi, da parte dei paesi occidentali, deve sottostare a regole rigide.
Da questi brevi cenni, si può cominciare a dedurre che non esiste una vera regia che imponga regole che valgano per tutti gli Stati, quindi chi cresce a ritmi spettacolari, come Brasile, India e Cina, non è tenuto a osservare regole di reciprocità commerciale, e questo produce degli squilibri che alterano, soprattutto, le parti più deboli delle società occidentali.
Proviamo a cambiare prospettiva, e a porci una domanda insidiosa: le risorse attualmente esistenti sulla terra sono sufficienti per la popolazione mondiale? al momento no, forse in un futuro prossimo, grazie alla tecnica, le risorse terrestri potranno essere adeguate alla popolazione mondiale. Questo significa che se facciamo, per esperimento, una divisione delle risorse per tutti i terrestri il quoziente è inferiore all'unità, vale a dire che tutti gli abitanti sarebbero in difetto di risorse per effetto della "divisione".
Detto questo, coloro che hanno preso le decisioni che hanno portato alla globalizzazione, che ovviamente è stata possibile anche grazie allo straordinario sviluppo dell'informatica e di internet, i decisori della globalizzazione, dicevo, quale finalità avevano? il miglioramento delle condizioni dei popoli del terzo mondo e la conservazione delle buone condizioni mediamente raggiunte dall'occidente; ovvero il miglioramento del terzo mondo e il peggioramento delle condizioni dell'occidente? difficile rispondere.
Tenterò di trarre qualche conclusione. Se le risorse sono insufficienti per tutti: o si distribuiscono e tutti diventano indigenti e nessuno può più aiutare nessuno; o, in attesa che la tecnica sia in grado di mettere a disposizione risorse sufficienti per tutti, si fa tutto il possibile per chi ha bisogno evitando di indebolire chi, se mantiene intatte le sue capacità tecniche, può lavorare per aumentare le risorse disponibili.
Ma il mio discorso si è svolto volutamente in un ambito apolitico, se facciamo entrare in gioco la variabile politica le cose prendono una piega che porta alle stesse conclusioni ma per motivi diversi. L'occidente, in persona degli Stati che decidono, e sono solo due, USA e RUSSIA, sta già controllando i flussi commerciali e finanziari in modo da salvaguardare la propria posizione politico-economico-finanziaria sullo scacchiere globale.
18 aprile 2010
Lo Stato e le sue risorse economiche.
Lo Stato italiano, purtroppo, come tutti sappiamo, ha un debito enorme, che riduce enormemente le possibili scelte di politica economica.
Alcuni politici sostengono che il governo italiano dovrebbe attuare una politica economica più attiva, per sostenere i più deboli. Altri che il governo ha già fatto tutto il possibile e che il debito pubblico italiano non consente di fare di più.
Una parte politica ritiene che il peso dello Stato, nell'economia, debba ridursi, un'altra parte politica non si preoccupa di questo e anzi sostiene che lo Stato non debba preoccuparsi di aumentare il proprio peso nell'economia della Nazione, e che debba invece intervenire per sostenere i deboli prelevando le risorse dai più fortunati.
In concreto, l'ultimo governo Prodi ha avuto luogo in un momento di ripresa dell'economia, tanto che il gettito fiscale era costantemente sopra le attese e si parlava di continuo di tesoretti (surplus del gettito), e ciò nonostante, per migliorare i conti pubblici, non ha esitato nel fare una manovra fiscale da cento miliardi di euro. Al contrario, l'attuale governo Berlusconi non introduce nuove imposte e, tenuto conto della crisi e del minore gettito fiscale da questa prodotto, attua una politica che nell'immediato non può che aumentare il debito pubblico.
Fatta questa breve premessa, mi chiedo per quale ragione le forze politiche di destra e di sinistra non concordino, prima di entrare nella disputa confrontando le varie scuole di pensiero economico, sulla necessità di controllare la bontà e la serietà della spesa pubblica.
Le autostrade, gli impianti ferroviari e le infrastrutture italiani costano molto più di quelli realizzati nell'Europa del nord. Avviene che una impresa vinca una gara indicando un prezzo e che poi le leggi vigenti consentano ritardi e anche quadruplicazioni del prezzo iniziale. A questo riguardo la prima cosa da fare non sarebbe quella di emendare il sistema normativo per far sì che ciò non si ripeta? O, per esempio, il governo non potrebbe muoversi per far sì che la normativa sul divieto di subappalto non venga violata platealmente, con appaltatori che hanno vinto la gara che, a cascata, cedono i lavoro a imprese che poi in ultima battuta non hanno risorse sufficienti nemmeno per pagare la manodopera?
Tutti i cittadini italiani sanno e toccano con mano tutti i giorni le inefficienze della pubblica amministrazione; è anche noto che nella pubblica amministrazione vi sono sprechi enormi di denaro.
Detto questo, mi sembra logico che le forze politiche si alleino, nell'interesse generale, per combattere sprechi e inefficienze. Il denaro pubblico sprecato costituisce un danno incalcolabile per la Nazione italiana. Ridurre o eliminare questo danno è quindi interesse di tutti i cittadini e dunque di tutte le forze politiche.
18 febbraio 2010
Quello che vorrei e che non vorrei.
No alla violenza. No alla corruzione. No agli sprechi di danaro pubblico. No alla medicina politica. No alla burocratizzazione del medico di base. No alla burocratizzazione della scienza. No alla pubblicazione di atti giudiziari, prima che sia pronunciata una condanna definitiva. No al nepotismo. No alle raccomandazioni. No alla burocrazia. No ai processi mediatici.
Sì alla ricerca scientifica. Sì all'innovazione. Sì al rispetto. Sì all'educazione. Sì all'istruzione per tutti i cittadini. Sì al merito. Sì al sostegno dei deboli. Sì alla sana amministrazione della cosa pubblica. Sì alle carriere pubbliche fondate sul merito e non sulla politica. Sì al medico di base: medico. Sì a una giustizia rapida e giusta.
I fatti di via Padova parlano, parlano di un'Italia che c'è, parlano di una Italia che si è già formata. Quando l'Italia ha "accolto" milioni di immigrati senza preoccuparsi di inserirli in un contesto abitativo decoroso, di dare loro un lavoro non nero, di dare loro giustizia e senza chiedere agli stessi immigrati il rispetto delle leggi italiane, quando ha fatto questo l'Italia ha posto le basi per eventi come quello di via Padova e di Rosarno.
Il lavoro per riparare ai danni che si può fare oggi mi pare molto arduo. Milioni di stranieri (gli italiani già erano al corrente) hanno conosciuto le ingiustizie diffuse e la diffusa possibilità di defilarsi rispetto all'ordinamento giuridico. Milioni di stranieri, residenti in Italia, hanno imparato pregi, vezzi e vizi italiani, e li hanno in qualche misura assorbiti. L'immigrato francese ha acquisito un po' della cultura francese, quello inglese un po' della cultura inglese, quello italiano si è adeguato alla cultura italiana.
La globalizzazione, con i movimenti che comporta, di denaro, di persone, di fabbriche, di "cervelli", la globalizzazione produce delle forti frizioni a ogni livello: enormi masse di denaro possono essere spostate con un click e questo se da un lato è vantaggioso per gli investitori dall'altro produce instabilità per gli Stati, perché dall'oggi al domani un Stato può perdere grandi risorse e un altro invece può acquisirle. Del resto queste grandi masse di denaro e di investimenti sono mossi dalle multinazionali che per definizione sono di fatto sovranazionali, cioè hanno una unità economico-giuridica che le rende enormemente più forti degli Stati dove operano, i quali per forza di cosa hanno giurisdizione entro i propri ormai angusti limiti territoriali.
Un grande numero di persone si muove da una regione all'altra della terra. I "cervelli", quando giungono in uno Stato occidentale, portando con sé la loro cultura, lo arricchiscono potenziando in esso la ricerca scientifica e tutte quelle attività che richiedono un alto livello intellettivo e culturale, cioè tutte quelle attività che in teoria dovrebbero ridare all'occidente i posti di lavoro che perde con la globalizzazione. Ma questo vale in teoria, in pratica, i fatti ci mostrano che, non è proprio così.
Delle due l'una, o l'Occidente accetta una ridistribuzione senza controllo di produzioni, di ricchezze, di tecnologia, di scienza a livello planetario, ma questo suppongo che significhi l'impoverimento indiscriminato dell'intera popolazione mondiale con incapacità planetaria di qualunque ulteriore sviluppo economico; o l'Occidente ridistribuisce quanto sia possibile per migliorare le condizioni delle parti del pianeta che sono in difficoltà, ma conservando i livelli di benessere raggiunti in Occidente. Certo quest'ultima soluzione è egoistica, ma comporta anche la capacità dell'Occidente di continuare a occuparsi di ricerca e conseguentemente di migliorare le basi scientifiche e tecnologiche che sono le uniche che possono tentare di ridurre gli innumerevoli mali del mondo.
12 febbraio 2010
Informazione e processi.
L'informazione è il cuore di uno Stato democratico. Se non ci fossero i giornali, i telegiornali, i giornalisti, i potenti potrebbero fare praticamente tutto il bene e tutto il male possibili.
La facoltà di criticare l'operato di grandi imprenditori, politici, sindacalisti, intellettuali, magistrati, professionisti, è l'alimento di uno Stato moderno e trasparente.
Tuttavia, quando l'informazione non chiarisce bene l'oggetto del suo lavoro e diffonde notizie che non sono verificate o sono suscettibili di radicale mutamento, in questo caso l'informazione, invece che un elemento essenziale della democrazie, diviene uno strumento che contribuisce a diffondere dati e convincimenti fallaci.
Il preziosissimo lavoro delle Procure della Repubblica costituisce una serie di atti e azioni di parte, delle Procure della Repubblica appunto, atti che potranno essere confermati o smentiti dopo un iter processuale in cui dovranno superare le difese degli imputati e il vaglio del Giudice terzo. Se il Giudice al termine del processo pronuncerà una sentenza di condanna e questa non sarà riformata o annullata nei successivi gradi di giudizio, allora e solo allora gli atti e le azioni delle Procure della Repubblica coincideranno con la verità processuale.
Dunque la diffusione di notizie sull'azione penale, esercitata dalle Procure, potrebbe radicare nell'opinione pubblica convincimenti errati sugli indagati.
Il problema qual è? è il seguente: se a processo finito l'indagato sbattuto sui giornali risulta innocente ma nel frattempo ha perso onore, famiglia, lavoro, serenità, salute, chi paga? e soprattutto come fare recuperare l'onore, la carriera, la famiglia? un risarcimento economico non può rendere l'onore, la famiglia, la serenità, dunque gli eventuali danni alla persona rimangono per sempre.
18 luglio 2009
Il PIL e il potere d'acquisto.
Gli economisti, generalmente, si interrogano sulla efficacia dei provvedimenti adottati dalle autorità per incidere sull'economia. Nei quali sono comprese le decisioni contro l'inflazione e i provvedimenti anti crisi.
Quando i dati macroeconomici si manifestano, gli eventi microeconomici sono già avvenuti e le loro cause, per ovvie ragioni, li hanno preceduti. Se immaginiamo che un evento sia causa di una crisi, questo evento è collocato in un dato momento; l'effetto di questa causa è collocato in un momento successivo; la misura anti crisi è successiva al momento dell'effetto. Le decisioni anti crisi, dunque, tentano di agire su qualcosa che è avvenuto prima e prendono vita quando il corso degli eventi è già andato avanti e si trova in uno stato non conosciuto dall'autorità che decide.
Cioè, un'auto tampona (causa) un'auto che la precede, questa subisce dei danni (effetto), il carro attrezzi porta l'auto tamponata in carrozzeria dove viene riparata (misura anti crisi). La riparazione dell'auto incidentata però potrebbe essere troppo onerosa, tenuto conto dell'entità dei danni e del valore dell'auto, potrebbe essere inopportuna perché il proprietario ha già provveduto a comprare un nuovo veicolo e così via.
Ora, nel caso del veicolo, chi deve decidere è in possesso delle informazioni in tempo reale e quindi non accadrà che decida di riparare un veicolo troppo vecchio o troppo malridotto, nel caso dei governi i dati sono astratti, generali e molto più distanti dalla realtà microeconomica dell'individuo; sicché potrà accadere che il proprietario abbia già comprato una nuova auto e il governo, per misura anticrisi, decida di riparare il veicolo incidentato, il che evidentemente sarebbe un gravissimo spreco di denaro pubblico con conseguente ulteriore aggravamento dello stato di crisi.
I governi, come sicuramente fanno, per evitare misure anacronistiche, devono tener conto del necessario sfasamento spazio-temporale tra crisi e misure anticrisi.
Un altro profilo di analisi interessante è quello della valutazione dello stato di salute economico dei cittadini partendo dai dati del PIL. Se quando il PIL italiano cresceva, il petrolio era arrivato a circa 160 dollari al barile, le bollette erano molto più pesanti di quelle attuali, l'inflazione era molto più alta di quella attuale, si deve concludere che, allora, vale a dire quando il PIL cresceva, i cittadini stavano meglio? oppure la cosa va valutata in modo diverso?
Attualmente il prezzo del petrolio è sceso di quasi due terzi, le bollette si sono alleggerite, l'inflazione si è ridotta in modo significativo, tuttavia il PIL decresce; questo, siamo sicuri che si debba leggere come un peggioramento effettivo delle condizioni economiche del singolo (lasciando fuori del discorso l'ovvietà che chi perde il lavoro o va in cassa integrazione subisce un gravissimo peggioramento delle sue condizioni economiche)?
Quando i dati macroeconomici si manifestano, gli eventi microeconomici sono già avvenuti e le loro cause, per ovvie ragioni, li hanno preceduti. Se immaginiamo che un evento sia causa di una crisi, questo evento è collocato in un dato momento; l'effetto di questa causa è collocato in un momento successivo; la misura anti crisi è successiva al momento dell'effetto. Le decisioni anti crisi, dunque, tentano di agire su qualcosa che è avvenuto prima e prendono vita quando il corso degli eventi è già andato avanti e si trova in uno stato non conosciuto dall'autorità che decide.
Cioè, un'auto tampona (causa) un'auto che la precede, questa subisce dei danni (effetto), il carro attrezzi porta l'auto tamponata in carrozzeria dove viene riparata (misura anti crisi). La riparazione dell'auto incidentata però potrebbe essere troppo onerosa, tenuto conto dell'entità dei danni e del valore dell'auto, potrebbe essere inopportuna perché il proprietario ha già provveduto a comprare un nuovo veicolo e così via.
Ora, nel caso del veicolo, chi deve decidere è in possesso delle informazioni in tempo reale e quindi non accadrà che decida di riparare un veicolo troppo vecchio o troppo malridotto, nel caso dei governi i dati sono astratti, generali e molto più distanti dalla realtà microeconomica dell'individuo; sicché potrà accadere che il proprietario abbia già comprato una nuova auto e il governo, per misura anticrisi, decida di riparare il veicolo incidentato, il che evidentemente sarebbe un gravissimo spreco di denaro pubblico con conseguente ulteriore aggravamento dello stato di crisi.
I governi, come sicuramente fanno, per evitare misure anacronistiche, devono tener conto del necessario sfasamento spazio-temporale tra crisi e misure anticrisi.
Un altro profilo di analisi interessante è quello della valutazione dello stato di salute economico dei cittadini partendo dai dati del PIL. Se quando il PIL italiano cresceva, il petrolio era arrivato a circa 160 dollari al barile, le bollette erano molto più pesanti di quelle attuali, l'inflazione era molto più alta di quella attuale, si deve concludere che, allora, vale a dire quando il PIL cresceva, i cittadini stavano meglio? oppure la cosa va valutata in modo diverso?
Attualmente il prezzo del petrolio è sceso di quasi due terzi, le bollette si sono alleggerite, l'inflazione si è ridotta in modo significativo, tuttavia il PIL decresce; questo, siamo sicuri che si debba leggere come un peggioramento effettivo delle condizioni economiche del singolo (lasciando fuori del discorso l'ovvietà che chi perde il lavoro o va in cassa integrazione subisce un gravissimo peggioramento delle sue condizioni economiche)?
5 giugno 2009
Europa, Usa, Russia.
Se i nostri parlamentari europei esprimessero una politica europea dell'Italia e avessero i numeri per contare, questo avvantaggerebbe il nostro paese? sì, è innegabile che la vittoria di un forza che rispondesse a queste caratteristiche è auspicabile.
Una frammentazione del voto, che porti in Europa numerosi partiti, danneggerebbe il nostro paese, perché questo significherebbe non dare all'Italia i numeri per poter esprimere una politica europea coerente e soprattutto nell'interesse dell'Italia.
L'Europa non è una classe dove gli scolaretti italiani devono mostrarsi ubbidienti e assecondare le politiche propugnate da Germania, Inghilterra e Francia. I nostri parlamentari, se sono coesi, e ciò può accadere solo se non sono espressi da troppi partiti, se sono coesi, dicevo, possono agire per condizionare la politica europea in direzione degli interessi italiani. Per fare questo, non bisogna ubbidire ai forti, si deve invece trattare con tutte le forze rappresentate in parlamento su ogni singolo punto. Solo in questo modo, la legislazione europea potrà tenere conto delle peculiari esigenze del nostro paese.
Se poi, cambiando livello di ragionamento, esistesse un'Europa politica, che oggi non c'è, cosa comporterebbe questo su scala globale? Comporterebbe che su scala planetaria si mischierebbero le carte: ai due giganti, USA e RUSSIA, se ne aggiungerebbe un terzo, l'EUROPA. Quello che poi pare inverosimile e che invece è vero è che l'Europa non sarebbe il terzo, neanche il secondo, sarebbe il primo Stato fra i tre. Questo scenario non è certamente gradito né agli USA né alla RUSSIA, che quindi faranno di tutto per evitare che possa nascere un'Europa politica.
Una frammentazione del voto, che porti in Europa numerosi partiti, danneggerebbe il nostro paese, perché questo significherebbe non dare all'Italia i numeri per poter esprimere una politica europea coerente e soprattutto nell'interesse dell'Italia.
L'Europa non è una classe dove gli scolaretti italiani devono mostrarsi ubbidienti e assecondare le politiche propugnate da Germania, Inghilterra e Francia. I nostri parlamentari, se sono coesi, e ciò può accadere solo se non sono espressi da troppi partiti, se sono coesi, dicevo, possono agire per condizionare la politica europea in direzione degli interessi italiani. Per fare questo, non bisogna ubbidire ai forti, si deve invece trattare con tutte le forze rappresentate in parlamento su ogni singolo punto. Solo in questo modo, la legislazione europea potrà tenere conto delle peculiari esigenze del nostro paese.
Se poi, cambiando livello di ragionamento, esistesse un'Europa politica, che oggi non c'è, cosa comporterebbe questo su scala globale? Comporterebbe che su scala planetaria si mischierebbero le carte: ai due giganti, USA e RUSSIA, se ne aggiungerebbe un terzo, l'EUROPA. Quello che poi pare inverosimile e che invece è vero è che l'Europa non sarebbe il terzo, neanche il secondo, sarebbe il primo Stato fra i tre. Questo scenario non è certamente gradito né agli USA né alla RUSSIA, che quindi faranno di tutto per evitare che possa nascere un'Europa politica.
3 giugno 2009
Scienza, tecnica e futuro.
Quando, e se, la scienza e la tecnica avranno prevalso sulle ideologie, e l'umano stato di bisogno dell'uomo sarà superato, e non sarà più necessario consumare la terra per esistere; allora le cose potrebbero cambiare radicalmente rispetto all'oggi.
Certo, in una Terra dove una piccola percentuale di persone possiede quasi tutta la ricchezza e la forza disponibili sul pianeta, l'ipotesi di un futuro fuori del bisogno è un'utopia.
Per iniziare, dopo il fallimento del socialismo reale, e dopo la constatazione che il capitalismo è l'ideologia che ha dato la miglior prova di produzione della ricchezza, è dunque chiaro che le risorse economiche per la scienza e la tecnica provengono dal capitalismo, così com'è chiaro che l'ipotesi utopica del primo paragrafo implica il superamento del capitalismo. Sicché come conciliare una ideologia (il capitalismo) che produce i mezzi per raggiungere un fine (il superameno del bisogno umano), che in quanto superamento del bisogno ucciderebbe l'idologia che l'ha generato? evidentemente la conciliazione non è possibile, eppure non ci sono altre vie d'uscita, come ha dimostrato il grande pensatore contemporaneo che ha sviluppato compiutamente questa tematica, e al quale ovviamente rimando (Emanuele Severino).
Una cosa sola è certa, scienza e tecnica prevarranno su tutto il resto, ma cosa accadrà, quale via seguiranno la scienza e la tecnica per giungere sulla vetta del potere mondiale, questo non è dato sapere: è certo il traguardo ma sconosciuti vie e tempi.
Quando, e se, l'uomo fosse liberato dai suoi bisogni, in un futuro imprecisabile ma potenzialmente non lontanissimo, penso a meno di un secolo: il tempo da dedicare al lavoro sarebbe estremamente ridotto, le differenze di stato tra gli uomini si ridurrebbero a differenze qualitative (pregi di natura: intelligenza, bellezza, attitudine all'arte, eccetera) e non quantitative (capacità di produrre e accumulare denaro, potere). Le differenze tra gli uomini sarebbero attenuate e non odiose: gli esseri umani sarebbero diversi perché più o meno dotati dalla natura; e queste differenze potrebbero sempre essere attenuate da una maggiore o minore disponibilità all'apprendimento e al pensiero.
In un tempo come quello descritto in questi miei pensieri svolazzanti l'uomo, forse, avrebbe più probabilità di porre al centro dei suoi fini la specie umana in quanto tale?
Certo, in una Terra dove una piccola percentuale di persone possiede quasi tutta la ricchezza e la forza disponibili sul pianeta, l'ipotesi di un futuro fuori del bisogno è un'utopia.
Per iniziare, dopo il fallimento del socialismo reale, e dopo la constatazione che il capitalismo è l'ideologia che ha dato la miglior prova di produzione della ricchezza, è dunque chiaro che le risorse economiche per la scienza e la tecnica provengono dal capitalismo, così com'è chiaro che l'ipotesi utopica del primo paragrafo implica il superamento del capitalismo. Sicché come conciliare una ideologia (il capitalismo) che produce i mezzi per raggiungere un fine (il superameno del bisogno umano), che in quanto superamento del bisogno ucciderebbe l'idologia che l'ha generato? evidentemente la conciliazione non è possibile, eppure non ci sono altre vie d'uscita, come ha dimostrato il grande pensatore contemporaneo che ha sviluppato compiutamente questa tematica, e al quale ovviamente rimando (Emanuele Severino).
Una cosa sola è certa, scienza e tecnica prevarranno su tutto il resto, ma cosa accadrà, quale via seguiranno la scienza e la tecnica per giungere sulla vetta del potere mondiale, questo non è dato sapere: è certo il traguardo ma sconosciuti vie e tempi.
Quando, e se, l'uomo fosse liberato dai suoi bisogni, in un futuro imprecisabile ma potenzialmente non lontanissimo, penso a meno di un secolo: il tempo da dedicare al lavoro sarebbe estremamente ridotto, le differenze di stato tra gli uomini si ridurrebbero a differenze qualitative (pregi di natura: intelligenza, bellezza, attitudine all'arte, eccetera) e non quantitative (capacità di produrre e accumulare denaro, potere). Le differenze tra gli uomini sarebbero attenuate e non odiose: gli esseri umani sarebbero diversi perché più o meno dotati dalla natura; e queste differenze potrebbero sempre essere attenuate da una maggiore o minore disponibilità all'apprendimento e al pensiero.
In un tempo come quello descritto in questi miei pensieri svolazzanti l'uomo, forse, avrebbe più probabilità di porre al centro dei suoi fini la specie umana in quanto tale?
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