18 luglio 2009

Il PIL e il potere d'acquisto.

Gli economisti, generalmente, si interrogano sulla efficacia dei provvedimenti adottati dalle autorità per incidere sull'economia. Nei quali sono comprese le decisioni contro l'inflazione e i provvedimenti anti crisi.
Quando i dati macroeconomici si manifestano, gli eventi microeconomici sono già avvenuti e le loro cause, per ovvie ragioni, li hanno preceduti. Se immaginiamo che un evento sia causa di una crisi, questo evento è collocato in un dato momento; l'effetto di questa causa è collocato in un momento successivo; la misura anti crisi è successiva al momento dell'effetto. Le decisioni anti crisi, dunque, tentano di agire su qualcosa che è avvenuto prima e prendono vita quando il corso degli eventi è già andato avanti e si trova in uno stato non conosciuto dall'autorità che decide.
Cioè, un'auto tampona (causa) un'auto che la precede, questa subisce dei danni (effetto), il carro attrezzi porta l'auto tamponata in carrozzeria dove viene riparata (misura anti crisi). La riparazione dell'auto incidentata però potrebbe essere troppo onerosa, tenuto conto dell'entità dei danni e del valore dell'auto, potrebbe essere inopportuna perché il proprietario ha già provveduto a comprare un nuovo veicolo e così via.
Ora, nel caso del veicolo, chi deve decidere è in possesso delle informazioni in tempo reale e quindi non accadrà che decida di riparare un veicolo troppo vecchio o troppo malridotto, nel caso dei governi i dati sono astratti, generali e molto più distanti dalla realtà microeconomica dell'individuo; sicché potrà accadere che il proprietario abbia già comprato una nuova auto e il governo, per misura anticrisi, decida di riparare il veicolo incidentato, il che evidentemente sarebbe un gravissimo spreco di denaro pubblico con conseguente ulteriore aggravamento dello stato di crisi.
I governi, come sicuramente fanno, per evitare misure anacronistiche, devono tener conto del necessario sfasamento spazio-temporale tra crisi e misure anticrisi.
Un altro profilo di analisi interessante è quello della valutazione dello stato di salute economico dei cittadini partendo dai dati del PIL. Se quando il PIL italiano cresceva, il petrolio era arrivato a circa 160 dollari al barile, le bollette erano molto più pesanti di quelle attuali, l'inflazione era molto più alta di quella attuale, si deve concludere che, allora, vale a dire quando il PIL cresceva, i cittadini stavano meglio? oppure la cosa va valutata in modo diverso?
Attualmente il prezzo del petrolio è sceso di quasi due terzi, le bollette si sono alleggerite, l'inflazione si è ridotta in modo significativo, tuttavia il PIL decresce; questo, siamo sicuri che si debba leggere come un peggioramento effettivo delle condizioni economiche del singolo (lasciando fuori del discorso l'ovvietà che chi perde il lavoro o va in cassa integrazione subisce un gravissimo peggioramento delle sue condizioni economiche)?

5 giugno 2009

Europa, Usa, Russia.

Se i nostri parlamentari europei esprimessero una politica europea dell'Italia e avessero i numeri per contare, questo avvantaggerebbe il nostro paese? sì, è innegabile che la vittoria di un forza che rispondesse a queste caratteristiche è auspicabile.
Una frammentazione del voto, che porti in Europa numerosi partiti, danneggerebbe il nostro paese, perché questo significherebbe non dare all'Italia i numeri per poter esprimere una politica europea coerente e soprattutto nell'interesse dell'Italia.
L'Europa non è una classe dove gli scolaretti italiani devono mostrarsi ubbidienti e assecondare le politiche propugnate da Germania, Inghilterra e Francia. I nostri parlamentari, se sono coesi, e ciò può accadere solo se non sono espressi da troppi partiti, se sono coesi, dicevo, possono agire per condizionare la politica europea in direzione degli interessi italiani. Per fare questo, non bisogna ubbidire ai forti, si deve invece trattare con tutte le forze rappresentate in parlamento su ogni singolo punto. Solo in questo modo, la legislazione europea potrà tenere conto delle peculiari esigenze del nostro paese.
Se poi, cambiando livello di ragionamento, esistesse un'Europa politica, che oggi non c'è, cosa comporterebbe questo su scala globale? Comporterebbe che su scala planetaria si mischierebbero le carte: ai due giganti, USA e RUSSIA, se ne aggiungerebbe un terzo, l'EUROPA. Quello che poi pare inverosimile e che invece è vero è che l'Europa non sarebbe il terzo, neanche il secondo, sarebbe il primo Stato fra i tre. Questo scenario non è certamente gradito né agli USA né alla RUSSIA, che quindi faranno di tutto per evitare che possa nascere un'Europa politica.

3 giugno 2009

Scienza, tecnica e futuro.

Quando, e se, la scienza e la tecnica avranno prevalso sulle ideologie, e l'umano stato di bisogno dell'uomo sarà superato, e non sarà più necessario consumare la terra per esistere; allora le cose potrebbero cambiare radicalmente rispetto all'oggi.
Certo, in una Terra dove una piccola percentuale di persone possiede quasi tutta la ricchezza e la forza disponibili sul pianeta, l'ipotesi di un futuro fuori del bisogno è un'utopia.
Per iniziare, dopo il fallimento del socialismo reale, e dopo la constatazione che il capitalismo è l'ideologia che ha dato la miglior prova di produzione della ricchezza, è dunque chiaro che le risorse economiche per la scienza e la tecnica provengono dal capitalismo, così com'è chiaro che l'ipotesi utopica del primo paragrafo implica il superamento del capitalismo. Sicché come conciliare una ideologia (il capitalismo) che produce i mezzi per raggiungere un fine (il superameno del bisogno umano), che in quanto superamento del bisogno ucciderebbe l'idologia che l'ha generato? evidentemente la conciliazione non è possibile, eppure non ci sono altre vie d'uscita, come ha dimostrato il grande pensatore contemporaneo che ha sviluppato compiutamente questa tematica, e al quale ovviamente rimando (Emanuele Severino).
Una cosa sola è certa, scienza e tecnica prevarranno su tutto il resto, ma cosa accadrà, quale via seguiranno la scienza e la tecnica per giungere sulla vetta del potere mondiale, questo non è dato sapere: è certo il traguardo ma sconosciuti vie e tempi.
Quando, e se, l'uomo fosse liberato dai suoi bisogni, in un futuro imprecisabile ma potenzialmente non lontanissimo, penso a meno di un secolo: il tempo da dedicare al lavoro sarebbe estremamente ridotto, le differenze di stato tra gli uomini si ridurrebbero a differenze qualitative (pregi di natura: intelligenza, bellezza, attitudine all'arte, eccetera) e non quantitative (capacità di produrre e accumulare denaro, potere). Le differenze tra gli uomini sarebbero attenuate e non odiose: gli esseri umani sarebbero diversi perché più o meno dotati dalla natura; e queste differenze potrebbero sempre essere attenuate da una maggiore o minore disponibilità all'apprendimento e al pensiero.
In un tempo come quello descritto in questi miei pensieri svolazzanti l'uomo, forse, avrebbe più probabilità di porre al centro dei suoi fini la specie umana in quanto tale?

24 maggio 2009

Leggi italiane.

Anche la maggioranza di cui fa parte il ministro Brunetta continua a sfornare leggi con una tecnica di scrittura pessima. Ministro Brunetta, per favore, faccia qualcosa per introdurre italiano, coesione e coerenza nei testi legislativi. Come Lei ben sa non è affatto difficile, richiede solo un po' di considerazione per i lettori, cioè per i cittadini.
Testi legislativi chiari e comprensibili riducono le violazioni e sono dunque più efficaci.
Grazie.

19 maggio 2009

Crisi economica.

Tutti o quasi tutti i PIL del mondo sono in picchiata. Cioè, la ricchezza prodotta in un anno dalle nazioni non cresce o tende a diminuire.
Non sono un economista, per questo mi sono sempre chiesto se la crescita del PIL mondiale ha un fondamento teorico e se, in caso affermativo, questa crescita può essere considerata costante, entro una certa forbice. Questo per me è un problema.
La crisi attuale propone notizie che suggeriscono cambiamenti che, se confermati, cambierebbero il panorama industriale mondiale. Mi riferisco al dato secondo il quale la domanda di automobili, nel mondo, si sarebbe ridotta del trenta/quaranta percento. Questo dato, se confermato, scatenerà un guerra commerciale che, nel pianeta, avrà come effetto, in ogni caso, quale che sia il vincitore, una riduzione almeno del trenta/quaranta percento degli addetti in questo settore, il settore automobilistico.
Senza allargare l'analisi, e supponendo che la riduzione della domanda di automobili non sia temporanea, la conclusione è che questo settore darà al PIL un contributo molto minore rispetto al passato.
Ora, se questo fenomeno dovesse interessare anche altri settori, e dovesse per assurdo determinare una riduzione della ricchezza prodotta nel mondo, cosa dobbiamo aspettarci sul piano sociale? una perdita colossale di posti di lavoro? un enorme disagio economico di tutti coloro che direttamente e indirettamente saranno colpiti dalla riduzione della ricchezza prodotta?
La risposta alle due domande è decisamente sì, se si ridurrà la ricchezza prodotta nel mondo, grandi fasce di popolazione soffriranno della situazione economica.
Riepilogando, se la ricchezza prodotta nel mondo dovesse ridursi stabilmente, una grossa fetta di esseri umani vedrebbe peggiorare sensibilmente la propria condizione di vita, e ciò potrebbe anche innescare delle reazioni a catena che potrebbero alterare gli equilibri politici attuali.
Un'idea (di un non economista) per affrontare la situazione potrebbe, forse, essere quella di creare, e quindi misurare, la ricchezza del mondo anche qualitativamente, non più solo in termini economici. Produrre e misurare non il PIL ma il PQIL (Prodotto Qualitativo Interno Lordo).
Vale a dire, alzare gli standard di qualità richiesti per produrre un servizio, un oggetto, un'automobile; ridurre il numero di ore lavorate; ridurre i bisogni indotti inutili o dannosi; investire sull'ambiente, e così via.
In altri termini, spendere e produrre meglio, con maggiore qualità e minori sprechi (zero sprechi, soprattutto quelli pubblici), rivalutare le priorità di ognuno di noi, trovare il coraggio da parte dei cittadini tutti e dei governanti di pensare in termini anche e soprattutto qualitativi.