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15 settembre 2012

Monti II


Un secondo governo Monti sarebbe cosa del tutto diversa dal primo governo Monti. In questo il Presidente del Consiglio ha potuto esprimere una "forza" politica fondata sul sostegno dei due principali partiti. L'azione del governo, pure molto imperfetta e poco equa, si è vista e sentita. L'azione di un eventuale Monti II sarebbe di natura diversa e priva della "forza" di cui sta godendo nella sua prima esperienza. L'ipotetico Monti II sarebbe sostenuto dalla coalizione vincente alle elezioni, e dunque sarebbe uno dei soliti governi italiani, pur contraddistinto dalla fama e dalla serietà dell'attuale Presidente del Consiglio; e come tale sottoposto alla farraginosa dialettica istituzionale italiana che tanti danni ha provocato con la prima e la seconda repubblica.
Le inquietudini, nazionali e internazionali, sull'annacquamento dell'azione di governo italiano, per effetto della normale dilettica istituzionale italiana, dopo le prossime elezioni politiche, non vengono eliminate dalla prospettiva, da qualcuno avanzata, di un Monti II.

20 giugno 2012

Sprechi italiani

Per ora mi pare che questo governo non abbia provato di essere capace di invertire la tendenza ad allargarsi della spesa pubblica italiana.
Il governo Monti ha salvato l'Italia dal baratro finanziario, bene. Ma ora urge un intervento selettivo sulla spesa pubblica, sugli sprechi, sulla corruzione.
Se il governo italiano non riuscirà a mettere il guinzaglio a tutte le spese cattive, il resto sarà stato fatto invano.
Per esempio, i parlamentari dovrebbero essere ridotti di numero. Circa mille parlamentari, anche grazie al confronto con le democrazie più avanzate dell'occidente, è intuitivo che sono troppi. Eliminando il bicameralismo perfetto, cioè la necessità che le leggi siano approvate dalla Camera dei deputati e dal Senato, si dimezzerebbe il lavoro e si velocizzerebbe l'iter di approvazione delle leggi. Una riduzione del dieci, quindici per cento mi sembra però un contentino per l'opinione pubblica non una misura efficace. Lo so che quello che si risparmierebbe riducendo il numero dei parlamentari non cambierebbe di molto la situazione economico-finanziaria italiana, ma da qualche parte si deve pur cominciare.
Anche un risparmio sulla spesa pubblica di quattro, cinque miliardi, se rapportato al totale della spesa pubblica italiana in un anno, cioè 800/900 miliardi di euro mi pare più un contentino che una misura economica efficace.
Se la maggioranza che sostiene il governo frena, allora mi pare opportuno che la maggioranza sia messa di fronte alla propria responsabilità. Le intelligenze al governo non devono accettare la museruola dai partiti che sostengono il governo.
Sono stati chiesti forti sacrifici agli italiani, che li hanno responsabilmente accettati senza battere ciglio, ora è il turno della moralizzazione della spesa pubblica, di tutta la spesa pubblica. Il danaro pubblico, proprio perché è di tutti non dev'essere speso come se non fosse di nessuno, come invece avviene.
Gli sprechi vanno tagliati ovunque siano ma, salvo gli sprechi appunto, gli investimenti per la ricerca e l'istruzione, per gli studenti e non per gli apparati, devono essere salvaguardati; su tutto il resto bisogna revisionare e tagliare tutto ciò che non è necessario. Da un lato si deve avere il coraggio di adottare provvedimenti dall'altro bisogna usare le risorse così recuperate per investimenti, non spesa ma investimenti, per stimolare la crescita dell'economia.

26 novembre 2010

Razzismo.

Alcuni mesi fa, guardando la tivvù, mi trovai davanti un signore meridionale, residente in Piemonte, che rispondeva a una intervista sul razzismo che colpisce gli immigrati extracomunitari in Italia.
Quello che disse quel signore mi colpì molto, egli dichiarò che il razzismo contro gli extracomunitari lo aveva, finalmente, fatto diventare un italiano. Voleva dire che il razzismo contro gli extracomunitari ha spostato l'attenzione su questi ultimi, facendo così sbiadire il razzismo contro i meridionali. Poiché l'intervistato è un immigrato meridionale in Piemonte, egli percepisce l'attuale attenzione, dell'opinione pubblica e dei mass media, sugli extracomunitari, come una sorta di sbiadimento del pregiudizio antimeridionale e dunque, questa attenuazione del pregiudizio, come una maggiore accettazione dei meridionali da parte degli italiani del nord.
Racconto una mia esperienza. Alcuni anni fa, durante un colloquio, presso il mio studio di Milano, con un mio cliente, questi mi disse che il suo lavoro (lavorava in una sala di bowling), negli ultimi anni era andato sempre più perdendo clienti. Egli dava al fenomeno una spiegazione che, prescindendo dalla sua fondatezza, esprime comunque un pregiudizio. Mi disse che trent'anni fa, intorno a questo posto (bowling) che è ubicato in Brianza, stazionavano i terroni ora stazionano gli extracomunitari, cioè il degrado, che un tempo aveva una genesi meridionale, oggi aveva perlopiù una genesi extracomunitaria. L'opinione di questo signore della Brianza combacia perfettamente con quella del piemontese-meridionale-immigrato.
Fino a pochissimo tempo fa, io non avevo mai preso sul serio il pregiudizio antimeridionale, perché credevo che fosse più che altro folklore, ma guardandomi un po' attorno e ascoltando in modo disincantato i discorsi, che si articolano nella città meravigliosa dove vivo da tanti anni, Milano, devo convenire in qualche modo con le due persone che ho trascinato a loro insaputa con me in queste poche righe, il meridionale-immigrato-in Piemonte e il brianzolo. Devo ammettere che a dispetto della logica, della storia e delle celebrazioni il pregiudizio antimeridionale c'è ed è tangibile.
Le persone vengono valutate un po' alla stregua del vino: il Greco di Tufo, che è campano e dunque ha le caratteristiche che gli derivano dal territorio di produzione e non sarebbe la stessa cosa se fosse prodotto in Veneto; o il Chianti o il Bardolino o i vini del Piave, che ovviamente sono tali solo perché sono fatti con uve che appartengono a un certo territorio e a una certa tradizione, al di fuori della quale in effetti perderebbero la loro personalità; ma gli esseri umani credo che siano una cosa ben diversa.

18 febbraio 2010

Quello che vorrei e che non vorrei.

No alla violenza. No alla corruzione. No agli sprechi di danaro pubblico. No alla medicina politica. No alla burocratizzazione del medico di base. No alla burocratizzazione della scienza. No alla pubblicazione di atti giudiziari, prima che sia pronunciata una condanna definitiva. No al nepotismo. No alle raccomandazioni. No alla burocrazia. No ai processi mediatici.
Sì alla ricerca scientifica. Sì all'innovazione. Sì al rispetto. Sì all'educazione. Sì all'istruzione per tutti i cittadini. Sì al merito. Sì al sostegno dei deboli. Sì alla sana amministrazione della cosa pubblica. Sì alle carriere pubbliche fondate sul merito e non sulla politica. Sì al medico di base: medico. Sì a una giustizia rapida e giusta.
I fatti di via Padova parlano, parlano di un'Italia che c'è, parlano di una Italia che si è già formata. Quando l'Italia ha "accolto" milioni di immigrati senza preoccuparsi di inserirli in un contesto abitativo decoroso, di dare loro un lavoro non nero, di dare loro giustizia e senza chiedere agli stessi immigrati il rispetto delle leggi italiane, quando ha fatto questo l'Italia ha posto le basi per eventi come quello di via Padova e di Rosarno.
Il lavoro per riparare ai danni che si può fare oggi mi pare molto arduo. Milioni di stranieri (gli italiani già erano al corrente) hanno conosciuto le ingiustizie diffuse e la diffusa possibilità di defilarsi rispetto all'ordinamento giuridico. Milioni di stranieri, residenti in Italia, hanno imparato pregi, vezzi e vizi italiani, e li hanno in qualche misura assorbiti. L'immigrato francese ha acquisito un po' della cultura francese, quello inglese un po' della cultura inglese, quello italiano si è adeguato alla cultura italiana.
La globalizzazione, con i movimenti che comporta, di denaro, di persone, di fabbriche, di "cervelli", la globalizzazione produce delle forti frizioni a ogni livello: enormi masse di denaro possono essere spostate con un click e questo se da un lato è vantaggioso per gli investitori dall'altro produce instabilità per gli Stati, perché dall'oggi al domani un Stato può perdere grandi risorse e un altro invece può acquisirle. Del resto queste grandi masse di denaro e di investimenti sono mossi dalle multinazionali che per definizione sono di fatto sovranazionali, cioè hanno una unità economico-giuridica che le rende enormemente più forti degli Stati dove operano, i quali per forza di cosa hanno giurisdizione entro i propri ormai angusti limiti territoriali.
Un grande numero di persone si muove da una regione all'altra della terra. I "cervelli", quando giungono in uno Stato occidentale, portando con sé la loro cultura, lo arricchiscono potenziando in esso la ricerca scientifica e tutte quelle attività che richiedono un alto livello intellettivo e culturale, cioè tutte quelle attività che in teoria dovrebbero ridare all'occidente i posti di lavoro che perde con la globalizzazione. Ma questo vale in teoria, in pratica, i fatti ci mostrano che, non è proprio così.
Delle due l'una, o l'Occidente accetta una ridistribuzione senza controllo di produzioni, di ricchezze, di tecnologia, di scienza a livello planetario, ma questo suppongo che significhi l'impoverimento indiscriminato dell'intera popolazione mondiale con incapacità planetaria di qualunque ulteriore sviluppo economico; o l'Occidente ridistribuisce quanto sia possibile per migliorare le condizioni delle parti del pianeta che sono in difficoltà, ma conservando i livelli di benessere raggiunti in Occidente. Certo quest'ultima soluzione è egoistica, ma comporta anche la capacità dell'Occidente di continuare a occuparsi di ricerca e conseguentemente di migliorare le basi scientifiche e tecnologiche che sono le uniche che possono tentare di ridurre gli innumerevoli mali del mondo.