18 febbraio 2010

Quello che vorrei e che non vorrei.

No alla violenza. No alla corruzione. No agli sprechi di danaro pubblico. No alla medicina politica. No alla burocratizzazione del medico di base. No alla burocratizzazione della scienza. No alla pubblicazione di atti giudiziari, prima che sia pronunciata una condanna definitiva. No al nepotismo. No alle raccomandazioni. No alla burocrazia. No ai processi mediatici.
Sì alla ricerca scientifica. Sì all'innovazione. Sì al rispetto. Sì all'educazione. Sì all'istruzione per tutti i cittadini. Sì al merito. Sì al sostegno dei deboli. Sì alla sana amministrazione della cosa pubblica. Sì alle carriere pubbliche fondate sul merito e non sulla politica. Sì al medico di base: medico. Sì a una giustizia rapida e giusta.
I fatti di via Padova parlano, parlano di un'Italia che c'è, parlano di una Italia che si è già formata. Quando l'Italia ha "accolto" milioni di immigrati senza preoccuparsi di inserirli in un contesto abitativo decoroso, di dare loro un lavoro non nero, di dare loro giustizia e senza chiedere agli stessi immigrati il rispetto delle leggi italiane, quando ha fatto questo l'Italia ha posto le basi per eventi come quello di via Padova e di Rosarno.
Il lavoro per riparare ai danni che si può fare oggi mi pare molto arduo. Milioni di stranieri (gli italiani già erano al corrente) hanno conosciuto le ingiustizie diffuse e la diffusa possibilità di defilarsi rispetto all'ordinamento giuridico. Milioni di stranieri, residenti in Italia, hanno imparato pregi, vezzi e vizi italiani, e li hanno in qualche misura assorbiti. L'immigrato francese ha acquisito un po' della cultura francese, quello inglese un po' della cultura inglese, quello italiano si è adeguato alla cultura italiana.
La globalizzazione, con i movimenti che comporta, di denaro, di persone, di fabbriche, di "cervelli", la globalizzazione produce delle forti frizioni a ogni livello: enormi masse di denaro possono essere spostate con un click e questo se da un lato è vantaggioso per gli investitori dall'altro produce instabilità per gli Stati, perché dall'oggi al domani un Stato può perdere grandi risorse e un altro invece può acquisirle. Del resto queste grandi masse di denaro e di investimenti sono mossi dalle multinazionali che per definizione sono di fatto sovranazionali, cioè hanno una unità economico-giuridica che le rende enormemente più forti degli Stati dove operano, i quali per forza di cosa hanno giurisdizione entro i propri ormai angusti limiti territoriali.
Un grande numero di persone si muove da una regione all'altra della terra. I "cervelli", quando giungono in uno Stato occidentale, portando con sé la loro cultura, lo arricchiscono potenziando in esso la ricerca scientifica e tutte quelle attività che richiedono un alto livello intellettivo e culturale, cioè tutte quelle attività che in teoria dovrebbero ridare all'occidente i posti di lavoro che perde con la globalizzazione. Ma questo vale in teoria, in pratica, i fatti ci mostrano che, non è proprio così.
Delle due l'una, o l'Occidente accetta una ridistribuzione senza controllo di produzioni, di ricchezze, di tecnologia, di scienza a livello planetario, ma questo suppongo che significhi l'impoverimento indiscriminato dell'intera popolazione mondiale con incapacità planetaria di qualunque ulteriore sviluppo economico; o l'Occidente ridistribuisce quanto sia possibile per migliorare le condizioni delle parti del pianeta che sono in difficoltà, ma conservando i livelli di benessere raggiunti in Occidente. Certo quest'ultima soluzione è egoistica, ma comporta anche la capacità dell'Occidente di continuare a occuparsi di ricerca e conseguentemente di migliorare le basi scientifiche e tecnologiche che sono le uniche che possono tentare di ridurre gli innumerevoli mali del mondo.

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