19 ottobre 2008

I costi della pubblica amministrazione.

Il governo in carica ha dichiarato di volere e dovere ridurre i costi della pubblica amministrazione. Il ministro Brunetta, applicando le leggi esistenti, ha ottenuto una formidabile riduzione delle assenze per malattia. La ministra Gelmini, con la sua riforma, intende ridurre i costi della scuola e migliorarne l'efficienza.
Il danaro che spende la pubblica amminsitrazione è danaro pubblico, cioè versato nelle casse dello stato dai contribuenti. In altri termini, i contribuenti sottraggono una quota del proprio reddito per finanziare lo stato, che con questo denaro provvede al proprio funzionamento.
Tutti i cittadini italiani sanno bene che ogni volta che si entra in contatto con la pubblica amministrazione, quale che sia il problema e quale che sia il diritto (se cioè si ha torto o ragione), per ottenere udienza e soprattutto per chiarire un qualunque disguido, c'è da sudare freddo. Perché? perché non è facile parlare con i responsabili; gli orari di ricevimento degli uffici non tengono conto degli orari di lavoro dei cittadini; quando finalmente si è trovata la strada giusta, nove volte su dieci, bisogna fare una lunga coda, e dunque sottrarre ingiustamente tempo al proprio lavoro e al proprio tempo libero.
Fatta questa breve premessa, vengo al punto. L'intento del governo di aumentare l'efficienza e ridurre i costi della pubblica amministrazione, fermo restando che è assolutamente necessario tutelare le fasce deboli della popolazione e non ledere alcun diritto, questo intento dicevo è giusto o sbagliato? naturalmente è giusto. Un governo che non si ponesse questo obiettivo, quale che fosse la sua appartenenza politica, non sarebbe un buon governo: perché sprecare danaro pubblico significa distruggere quanto ogni cittadino, anche con sacrifici, soprattutto nelle fasce più basse di reddito, ha sottratto al proprio reddito, al proprio tenore di vita. Le imposte versate allo stato dai cittadini, soprattutto dai possessori dei redditi minimi, riducono il potere di acquisto del contribuente, lo obbligano a comprare cose più economiche e di minor qualità, a mangiare meno, a non fare o fare meno vacanze, ad andare meno al cinema, al teatro, o a non andarci affatto e così via.
In altri termini, le code, l'insofferenza degli impiegati pubblici, i servizi inesistenti o di scarsa qualità, sono l'espressione esplicita della distruzione di danaro versato anche da quei cittadini che faticano a mettere assieme il pranzo con la cena, sicché sono espressione di una cattiva gestione del denaro dei cittadini che bene fa un governo a combattere con decisione.
Le imposte sono necessarie per finanziare lo stato, ma lo stato ha il dovere cogente di non sprecare risorse pubbliche (leggi: sottratte al reddito dei cittadini, soprattutto dei meno abbienti), lo stato deve spedere con oculatezza assoluta le risorse che gli derivano dal gettito tributario. I governi possono perseguire la propria politica ma devono eliminare tutti gli sprechi, e ottenere la massima efficienza della spesa, non farlo significa tradire il mandato elettorale.