16 maggio 2008

Il metodo argomentativo del giornalista Marco Travaglio.

Innanzitutto, la libertà d'espressione è sacra, e ciò vale chiunque sia il soggetto parlante: il Presidente della Repubblica o un cittadino comune; il direttore Vittorio Feltri o il giornalista Marco Travaglio.
Certo, quando si ascoltano certi monologhi si resta molto impressionati, e ci si chiede se l'oratore ci è o ci fa. In tutta onestà (rammento che io sono una persona ingenua) a me pare che chi parla sia in buona fede, tuttavia l'analisi dei fatti, delle deduzioni, dei rilievi, delle conclusioni che vengono formulati rivela che il fluente eloquio di cui sto parlando non è coerente.
Si sente parlare di reati, di amicizie disdicevoli, di condannati, di pregiudicati; e il tono del discorso è perentorio e non ammette repliche o smentite. Probabilmente i dati così forniti vengono imparati acriticamente dal pubblico e questo apprendimento difficilmente potrà essere modificato in futuro. In qualche modo un affascinante monologo, che tocca temi di attualità, che dal suo angolo visuale dà una spiegazione del mali del mondo (leggi: Italia), che si fonda sulla citazione di fonti autorevoli (magistratura e forze dell'ordine), e che dunque risulta anche fortemente verosimile, diventa, agli occhi dell'ascoltatore, racconto di fatti realmente accaduti.
Bene, bene, ma però questo straordinario effetto oratorio (del tutto invidiabile) forse non coincide con la realtà fattuale; anzi, per meglio dire, non è la piana descrizione di fatti realmente accaduti, questo è ciò che i monologhi di cui parlo ricercano e ottengono come effetto, tuttavia, a un'attenta analisi, forse l'oratore ha raccontato con toni enfatici opinioni, deduzioni, conclusioni, documenti, che non sono fonti oggettive, bensì fonti soggettive e partigiane, che per questa ragione non possono fondare la verità. Cercherò di spiegarmi meglio nelle righe che seguono.
Il processo penale, in estrema sintesi, funziona nel modo seguente: l'accusa è affidata a un magistrato (collega sì del Giudice, ma con funzioni assolutamente diverse) che persegue l'interesse della pubblica accusa: vale a dire, il pubblico ministero esercita l'azione penale e indaga su un cittadino, affinché, se il p.m. riesce a provare le sue accuse in un processo, il cittadino indagato sia condannato a una pena che sarà decisa da un Giudice imparziale. Dunque, da una parte l'accusa (p.m.), dall'altra l'avvocato, che difende il cittadino indagato e che dunque sosterrà tesi opposte a quelle dell'accusa. Insomma, da una parte il pubblico ministero dall'altra l'avvocato difensore, questi due protagonisti del processo si confrontano nell'ambito processuale, al termine del quale il Giudice, imparziale e terzo, che sostanzialmente assiste agli atti delle due parti processuali, pronuncia la sentenza. Questa sentenza diventerà verità processuale solo quando si consoliderà in cosa giudicata, cioè quando non potrà più essere messa in discussione da un Giudice di grado superiore.
Precisato questo, se in un monologo si inserisce il contenuto di atti di parte della pubblica accusa o della polizia giudiziaria, che sono senza dubbio atti rilevanti per la funzione dei soggetti che li hanno formati ma che pur sempre atti di parte sono; se nel monologo s'inserisce il contenuto di articoli giornalistici che spessissimo sono equilibrati, verosimili e autorevoli, ma che infine sono sempre articoli di giornale, che per definizione sfumano come gli eventi che appunto interessano il giorno umano transeunte; e se ciò che si ricava da queste fonti di parte, o in ogni caso non oggettive, viene recitato con una grande capacità oratoria e comunicativa che giocando sulla indubbia autorevolezza delle fonti fa un'operazione di oggettivazione di fonti soggettive o partigiane, il gioco è fatto: quello espresso non è più un punto di vista. La forma sofisticata di espressione e il contesto adeguato producono, forse inconsapevolmente, un effetto verità, che per lungo tempo resterà tale, e ciò anche se nessuno che sia intellettualmente onesto potrà affermare che si tratti davvero di Verità, anche, ma non solo, per le aporie filosofiche che una tale affermazione produrrebbe.
In ogni caso, io che sono un privato cittadino e la penso così come ho scritto sopra, sono convinto che anche chi usa la parola in questo modo abbia il diritto di farlo e debba avere la possibilità di continuare a farlo: se ne avessi il potere affiderei al dott. Marco Travaglio un programma televisivo tutto suo, su Rai uno in prima serata.