15 giugno 2018

L'antinomia di Bertrand Russel, la logica, la matematica, la fisica.

L'argomento è immenso ma produrrà poche righe, ciò perché non intendo analizzare minutamente i quattro argomenti indicati nel titolo.
Esprimerò il mio punto di vista sull'antinomia dei casi di Russell, che è direttamente collegata a logica, matematica e fisica.
Seguo il discorso filosofico di Emanuele Severino, sicché il mio discorso sugli argomenti di oggi è fondato sulla "Struttura originaria", cioè l'apparire dell'esser sé dell'essente, con tutte le sue implicazioni, tra le quali l'eternità di ogni essente e l'autonegazione della negazione della Struttura originaria.
Il mondo così com'è comunemente percepito è una interpretazione erronea dell'apparire degli eterni, la logica, la matematica e la fisica sono strumenti potenti e meravigliosi con cui l'uomo legge la realtà che lo circonda ma che non sono la realtà tout court. In altre parole, logica, matematica e fisica incasellano la realtà, la quale dunque non obbedisce a logica, matematica e fisica. Questo è il motivo per cui può sussistere l'antinomia di Russell.

22 novembre 2015

Daesh

Dall'11 settembre 2001 all'attentato di Parigi il terrorismo ha colpito sempre in casa mia, ha colpito sempre in casa di tutti gli uomini.
Perché i terroristi agiscano lo dice il loro nome, vogliono spargere il terrore. Il fine è evidente, intendono trarre vantaggio dalla diffusione del terrore.
Questi terroristi spendono il nome dell'Islam senza che nulla faccia pensare che siano legittimati a farlo, dunque impropriamente, illegittimamente, illecitamente spendono il nome dell'Islam.
Per il terrorismo non possono esistere giustificazioni, quindi quelle che elencano come un mantra i terroristi stessi e i loro consapevoli o inconsapevoli fiancheggiatori, con l'intento di spiegare e giustificare le loro azioni esecrabili, sono solo un elenco di "fatti" raccontati come al solito senza garanzie di veridicità e posti come se fossero verità incontrovertibili. Ciò implica necessariamente che che le conclusioni, cioè l'atto terroristico che si vorrebbe spiegare e giustificare resta privo di ogni etica e di ogni giustificazione.
I motivi del terrorismo non sono quelli di ristorare una ingiustizia commessa dall'occidente nella storia passata e recente, i motivi del terrorismo sono semplicemente riassunti in sette parole: lotta senza quartiere per il potere mondiale.
Penso che coloro che agiscono concretamente, soprattutto i kamikaze, abbiano fede nella loro religione, ma questo ovviamente non significa che ciò che pensa un terrorista sia la verità. Una religione che commissionasse ai suoi adepti l'omicidio e la strage sarebbe una contraddizione in termini, infatti se un dio, dall'alto della sua visione divina della totalità, visione che ovviamente trasfigurerebbe la visione parziale e limitata dell'uomo, se dall'alto della sua divinità dicevo volesse punire qualcuno non credo che avrebbe bisogno di usare armi di guerra. Qui mi fermo perché mi rendo conto che l'argomento diventa spinoso e lo lascio ai teologi.
Penso anche che chi finanzia, chi stabilisce le strategie e gli obiettivi, chi governa il terrorismo mondiale sia consapevole pienamente che la posta in gioco non è ultraterrena, bensì terrena, molto terrena. I capi del terrorismo non si pongono minimamente il problema che questa "lotta per il potere" preveda l'uccisione di innocenti. I capi del terrorismo non si fanno scrupoli nel motivare i loro seguaci usando arbitrariamente la loro religione e una lettura storica del tutto arbitraria, per quanto essa ovviamente riveli senza dubbio luci e ombre, ombre grandi e terribili. Ho già detto che giustificare questo con presunte colpe dell'occidente non funziona. Le accuse non sono verità. Certo l'occidente suppongo che abbia le sue colpe ma ciò non autorizza nessuno a colpire cittadini inermi.

10 maggio 2015

Italicum

La capacità del governo Renzi di fare approvare la nuova legge elettorale indica che questo governo non spende tutte le sue energie per stare in sella, riesce a spenderne anche per governare questo paese, il che per noi italiani è una buona notizia.
L'attività umana è per definizione imperfetta, sicché sarà imperfetta anche l'Italicum, tuttavia questo dato di fatto, l'imperfezione dell'attività umana, non può certo essere un alibi per restare fermi e non fare nulla. Le riforme vano assolutamente fatte e poi, se sono state fatte bene, potranno essere affinate dal legislatore. L'Italicum è una riforma fatta bene perché prevede la formazione di un governo stabile e l'eliminazione del bicameralismo perfetto; i contrappesi democratici per garantire la democraticità dei processi decisionali potranno essere verificati ed eventualmente migliorati con la prossima già programmata riforma costituzionale del Senato. Che ovviamente non deve essere l'occasione per neutralizzare l'Italicum, bensì per indirettamente migliorarlo nell'interesse della democrazia e del governo efficiente ed efficace dell'Italia.
Il motivo, per cui Renzi non ha voluto più discutere sull'Italicum e ha posto la questione di fiducia, non è come si è sentito dire dappertutto che Renzi è uno arrogante e vuole fare di testa sua, chi dice questo o è stupido oppure mente. Se il governo Renzi avesse accettato anche un emendamento "virgola", ciò avrebbe comportato la non approvazione della legge, che avrebbe dovuto essere riapprovata dal Senato, e di fatto avrebbe rimandato sine die la sua approvazione, lasciando l'Italia in una situazione terribile: cioè in balia del proporzionale puro, il che come tutti sanno se da una parte rispecchia puntualmente i voti dall'altro produce una situazione di sicura ingovernabilità.
La tanto gridata deriva autoritaria è una sciocchezza, del resto con la legge utilizzata per l'elezione di questo Parlamento abbiamo assistito a ben tre governi nati nelle aule parlamentari e non dalle elezioni: Monti, Letta e Renzi. Questa secondo i critici tout court dell'Italicum era una legge democratica e garantiva il rispetto delle minoranze. A mio avviso invece la legge elettorale bocciata dalla Consulta in realtà ha dato prova di essere una legge che garantiva solo il mantenimento di un assetto istituzionale a garanzia di corruzione, burocrazia e sprechi. Non va del resto dimenticato che dei tre governi citati: Monti, Letta e Renzi, l'unico che ha avuto una legittimazione popolare, benché indiretta, è il governo Renzi (elezioni europee).
Democrazia non significa governo della minoranza ma governo della maggioranza del popolo, sicché la minoranza vigila, denuncia, contesta ma poi chi decide è la maggioranza, altrimenti significherebbe che le parole, la parola democrazia inclusa, sono vuote, non significano nulla. In un regime democratico, quali che siano le regole che il Parlamento decide, quello che conta è che chi vince le elezioni debba governare per un arco di tempo limitato e prestabilito. Chi ha perso potrà rifarsi al turno successivo. In questi giorni abbiamo assistito al rinnovo del Parlamento Inglese, in poche ore, dopo le elezioni, si è saputo chi ha vinto, chi governerà e già addirittura anche quali ministri sono stati confermati: senza attese che ovviamente uno Stato del terzo millennio, nessuno Stato, può più permettersi; e non può più permettersele nell'interesse dei cittadini, non dei politici.
Le analisi critiche a prescindere sappiano benissimo che sono sempre possibili, in tutte le direzioni, quella vera e quella falsa, quella razionale e quella irrazionale. Questo perché un conto è lo sviluppo di un'analisi critica di fronte a un pubblico qualificato e dotato di tutti gli strumenti procedurali e sostanziali per valutare gli asserti dell'oratore o dell'autore di una critica; altro conto è un coacervo di informazioni buttate lì, non coerenti benché convincenti, con critici scelti per propugnare un punto di vista e un contraddittorio scelto per soccombere di fronte alle tesi contrapposte. Il vizio di un ragionamento spesso è molto sottile e in un contesto massmediatico non è facile e agevole rilevarlo o perlomeno evidenziarlo adeguatamente.
Ho anche sentito spesso critiche del tipo "il governo sta pensando alla legge elettorale mentre l'Italia ha bisogno di riforme economiche, del mondo del lavoro, eccetera". Anche questo è un ragionamento straordinariamente falso. Come si possono fare riforme di qualunque tipo se non si garantisce al Parlamento (eliminazione del bicameralismo perfetto) e al governo (certezza della maggioranza e del governo di chi ha vinto le elezioni) la capacita di agire in modo efficiente ed efficace?

5 aprile 2015

Lucio Battisti, Mogol e Panella

Tre poeti.
Lucio Battisti era un musicista e cantante ma anche e soprattutto un poeta.
Tutte le canzoni di Lucio Battisti e Mogol, ognuna di esse, proiettano un racconto, una storia nell'immaginazione dell'ascoltatore, ognuna di esse sta in piedi da sola, narra un tratto di vita che, pur essendo espressione della cultura, dell'intelligenza, dell'esperienza, dell'arte di Mogol, è tale che consente a chi ascolta di immedesimarsi di divenire in qualche modo, almeno per qualche sfumatura, la storia dell'ascoltatore.
Con l'ultimo Battisti, quello che mette in suono la poesia ermetica di Panella, versi tanto eleganti quanto ritrosi a una immediata comprensione, che vanno assunti un po' per volta, pensati, rimuginati, riascoltati per scoprire nuove sfumature, nuovi significati, il poeta Lucio Battisti fornisce la prova definitiva della sua poesia.
Certo il successo di Battisti-Mogol non è paragonabile a quello dell'ultimo Battisti, ma la qualità non si misura con la quantità, la bellezza è bellezza e non ha bisogno di conferme economicomassmediologiche.
Perché ho parlato di poesia con riferimento a Lucio Battisti, e non di musica, egli ha scritto le musiche dei brani che interpretava, e non di grande cantante, cantautore? la parola scritta è un segno che richiama l'immagine vocale del suono, dunque un poeta, un musicista scrivono quello che hanno "sentito" con la loro sensibilità, con la loro cultura, il loro talento la loro esperienza, ma quello che scrivono è una registrazione dell'immagine musicale che essi hanno concepito, dunque di un suono che essi hanno fissato nei segni. L'interprete partendo dalla parola scritta, interpretandola, dice la parola ma, nel caso del cantante, la ripensa, la riconcepisce, restando fedele al segno per quanto riguarda la coesione e la coerenza di esso, ma dando al suono un significato, mediante la sua interpretazione sonora, del tutto nuovo e personale.
Lucio Battisti interpretando i testi dei poeti Mogol e Panella li ha (con il massimo rispetto per i due poeti) riscritti e fatti propri. La grandezza di questo grande artista è tutta qui: nei colori, nei profumi, nei suoni, nelle atmosfere, nei sentimenti nelle Emozioni, nei mondi che egli ha saputo suscitare in tanti milioni di ammiratori con le sue interpretazioni tanto profonde, non canoniche, inusuali, quanto poetiche.
Lucio Battisti era anche un grande poeta.

26 gennaio 2015

Il nucleo della filosofia di Emanuele Severino

Il pensiero di questo grande pensatore, Emanuele Severino, indaga da numerosi punti di vista lo sviluppo logico del nucleo fondamentale del suo pensiero.
Il nucleo fondamentale del pensiero di Emanuele Severino è il seguente: l'esperienza è innegabile e l'essere si oppone incontrovertibilmente al nulla. Può sembrare riduttivo ma non lo è affatto, le implicazioni del significato di queste due proposizioni sono tali da cancellare in un colpo solo tutte le convinzioni del mondo Occidentale, peraltro oramai convinzioni del mondo tout court.
Alcune delle implicazioni della Struttura originaria (nucleo fondamentale del pensiero del filosofo) sono l'eternità del tutto, l'illusorietà della libertà, la coesistenza incontrovertibile di passato, presente e futuro e mi fermo qui.
La parola di Severino (il linguaggio che testimonia il destino della verità) non è ipotetica ma incontrovertibile, dunque si esprime fuori dei canoni dei saperi che dominano l'Occidente, fondati soprattutto sulla ipoteticità/controvertibilità della conoscenza.

Immutabilità del possibile del passato

Quando il possibile nichilisticamente inteso non si verifica e entra nel passato, quando cioè il nulla (possibile), che avrebbe potuto essere non è stato, e dunque l'essere possibile ha perduto la sua occasione di essere in atto (Aristotele), date le caratteristiche comunemente accettate della immodificabilità del passato, il possibile che poteva essere e non è stato, finendo nel passato, nel passato resta per sempre, immutabilmente, nel passato dove resterà un possibile storico che non potrà più irrimediabilmente emergere nell'essere. Dunque anche questo è un immutabile che nel nichilismo coerente della tecnica resta confermato in contraddizione aperta con la contingenza, assoluta e immutabile, del divenire. L'immutabilità del possibile del passato si affianca così alla immutabilità del divenire inteso come contingenza assoluta dell'ente.

16 settembre 2014

Contratto di lavoro part-time

Ho già scritto che, se il lavoro umano viene sostituito in tutto o in parte dall'uso sempre più massiccio della tecnologia, se  dunque una unità prodotta contiene sempre meno lavoro, la domanda complessiva di lavoro necessariamente tende a ridursi.
La tecnologia di cui parlo ovviamente non è solo quella elettronica ma anche quella meccanica, quella cioè che ha consentito all'uomo di evolversi durante i millenni. Dalla rivoluzione industriale a oggi, da un lato l'orario e i giorni di lavoro si sono ridotti, dall'altro il controvalore del lavoro è aumentato considerevolmente. Due secoli fa, un operaio, con il suo salario, riusciva a malapena a nutrirsi, oggi (nonostante la crisi) con il salario si fanno molte altre cose. Lo stato attuale dell'economia del lavoro in occidente non è il regalo di qualcuno, capitalista o sindacato che sia, esso è il portato dell'evoluzione tecnologica.
Negli ultimi anni, la tecnologia aumenta i suoi confini sempre più rapidamente e si fa carico di quote di lavoro umano sempre maggiori. Certo questo ragionamento dev'essere temperato con il fatto della globalizzazione, che pone a confronto diritti e principi occidentali con quelli dei paesi di nuova industrializzazione, dove vigono diritti e principi molto più deboli di quelli occidentali; tuttavia l'avanzata tecnologica è inarrestabile e la domanda di lavoro per unità prodotta tende a scendere.
Il mio è un ragionamento non matematico ma certamente coerente, quindi non penso che sia possibile mettere in dubbio le mie conclusioni, nonostante non abbia determinato con esattezza il numero, non essendo questo lo scopo di questo mio scritto, che indichi matematicamente il rateo di riduzione di lavoro per unità prodotta.
Per tener conto delle mie conclusioni, e consentire al mercato del lavoro di trovare un equilibrio che tenga conto del processo di riduzione di lavoro per unità prodotto dovuto all'evoluzione tecnologica, un metodo "automatico" e del tutto soft potrebbe essere quello di rendere più economico per via fiscale e normativa (senza intaccare in nessun modo i redditi dei lavoratori e anzi aumentandoli), per i datori di lavoro, l'assunzione di lavoratori part-time.

13 settembre 2014

Il governo Renzi e le agognate riforme

In un mondo nel quale il costo del lavoro di una regione è trenta volte maggiore di quello di un'altra regione, le quali però possono vendere i loro prodotti in qualunque regione del mondo, in questo mondo è evidente che l'economia che ha funzionato per più di due secoli, così com'è stata concepita fino alla fine del secondo millennio,  non è più adeguata alla situazione attuale, caratterizzata da una efficacissima informazione planetaria e da economici e facili spostamenti di massa, sia di persone che di merci.
"Improvvisamente", la concorrenza tra l'uomo occidentale e quello dei paesi di nuova industrializzazione incide sulla carne viva dell'economia, micro e macro che sia. Da un lato, la casa, l'auto, i diritti, l'ecologia, l'istruzione, il welfare, dall'altro due pasti caldi quando va bene: il confronto è disarmante.
In attesa che emerga un quadro economico globale chiaro e che sia imboccata una nuova via dello sviluppo, i paesi forti e indipendenti (Usa, Giappone, Russia) adottano tutte le politiche possibili per combattere la crisi economica, anche in contrasto con la teoria dei conti in ordine; i paesi meno forti e meno indipendenti, l'UE, seguono regole anacronistiche ma soprattutto non hanno una struttura politica che consenta una politica di sviluppo, quale che sia, coerente con la situazione economica globale, attuale, e con il benessere di tutti i popoli dell'Unione.
Veniamo all'Italia, Renzi sta incontrando ostacoli enormi nel suo tentativo di modificare l'assetto politico-economico attuale, la ricetta, a parole, è semplice, a fatti è terribilmente difficile da realizzare. Eliminazione della criminalità organizzata, eliminazione della corruzione (con conseguente enorme risparmio per le casse dello stato e promozione dei soggetti economici sani a discapito di quelli corrotti), eliminazione degli sprechi, eliminazione dell'evasione fiscale, riduzione delle imposte, eliminazione della burocrazia: sono i principali obiettivi del governo Renzi.
Se il governo riuscisse a realizzare questo programma, sarebbe superata la crisi? a mio avviso no, tuttavia questi obiettivi è comunque necessario realizzarli. Nel contempo bisogna lavorare per adeguare il paese alla nuova economia globalizzata.
Il contratto a garanzie crescenti, la semplificazione del diritto del lavoro, la riduzione del costo del lavoro per via fiscale, l'incentivazione dei contratti a part-time (che dovrebbero essere resi più convenienti per il datore di lavoro rispetto ai normali contratti a full-time), il miglioramento del sistema creditizio a favore dei piccoli e medi imprenditori, la riforma del sistema giudiziario (l'aumento della sua efficienza) sono tutti obiettivi che se realizzati potrebbero dare sicuramente un contributo significativo all'Italia che deve guardare al mondo globalizzato.

15 marzo 2014

Contratti a termine "acausali" fino a trentasei mesi

Attualmente, in estrema sintesi, la durata massima dei contratti a termine è già di trentasei mesi, ma la possibilità di stipularli senza indicare le motivazioni (c.d. acausali) sussiste solo per i contratti fino a un anno.
Perché la acausalità è importante? perché la necessità di indicare i motivi dell'assunzione a termine espone i datori di lavoro alla impugnazione del termine del contratto, con conseguenti costi giudiziari del rapporto di lavoro. I contratti acausali invece sono meno esposti alle vertenze di lavoro.
Un contratto a termine acausale per trentasei mesi consente ai datori di lavoro di stipulare contratti il cui orizzonte temporale non è infinito e ridurre i rischi delle contese giudiziarie, e ai lavoratori una maggiore probabilità di conservare il lavoro per almeno trentasei mesi.
Sarebbe a mio avviso molto utile una norma che incoraggi la prosecuzione del contratto a termine in scadenza, per esempio con incentivi fiscali e contributivi se il contratto a termine viene trasformato a tempo indeterminato e con una sorta di azzeramento di tutto il contenzioso riferito al contratto a termine che viene convertito, dal datore di lavoro, in contratto a tempo indeterminato.
Certo tutta la selva complessa e intricata dei cosiddetti contratti atipici (contratto a termine, contratto a progetto, contratto a partita iva, contratto a chiamata, eccetera) sarebbe sfoltita da un contratto di lavoro unico a garanzie crescenti che, da un lato, non imprigionerebbe il datore di lavoro in una relazione contrattuale troppo rigida e, dall'altro, offrirebbe l'opportunità al lavoratore di non avere un orizzonte temporale deciso dalla irragionevolezza di leggi che, di fatto, paradossalmente, impongono il licenziamento a una certa data.
Mi spiego meglio, attualmente i contratti a termine acausali possono essere stipulati con una durata massima di un anno. I datori di lavoro, per ragioni economiche e a mio avviso anche psicologiche ma del tutto legittime, anche quando il lavoratore è ben inserito nel ciclo produttivo, preferiscono non entrare nella fase che pure la legge prevede anche ora, durata cioè fino a tre anni. La proroga del contratto a termine dopo il primo anno, esporrebbe maggiormente i datori di lavoro a una vertenza di lavoro, perché superati i dodici mesi i contratti a termine, per essere legittimi, con la legge vigente attualmente, devono indicare i motivi per cui si stipula un contratto a termine, indicazione che comporta oneri probatori che, ripeto, espongono il datore di lavoro a rivendicazioni giudiziarie.

8 marzo 2014

Riforme

La parola riforme, così sola solina sembra una parola vuota, ma non è così.
Forse questa parola, data la situazione italiana, che mi pare piuttosto incacrenita, è in effetti un po' blanda, e ci vorrebbe un neologismo che al momento non c'è, si vedrà.
Nonostante la mancanza del neologismo e non volendo, ovviamente, usare la parola "rivoluzione" che evoca scenari, pure epocali ma certo anche terribili, nonostante ciò questa società deve riuscire a cambiare pelle, carne e ossa.
Il compromesso di riformare la legge elettorale solo per la Camera e non per il Senato è, mi pare, figlio un ricatto dei partitini che sostengono il governo. Dunque, se accadrà lo vedremo presto, la riforma si farà ma non avrà nessun effetto, al voto con una legge per la Camera e una per il Senato proprio non ci si può andare. L'esito sarebbe un disastro: cioè non si avrebbe nessun vincitore.
La legge elettorale che serve all'Italia dovrebbe garantire la rappresentanza politica delle minoranze, la vittoria di una o più forze politiche, e il governo ai vincitori. Solo così il voto degli italiani non sarebbe tradito. I rimaneggiamenti successivi alle elezioni servono solo alle lobby di ogni genere per eludere il voto popolare. Sia chiaro che con questo non intendo dire che il governo Renzi è figlio delle lobby, questo non l'ho detto né lo penso. Voglio dire che per evitare che i governi siano espressioni di forze antitetiche, come l'attuale governo, o il governo Letta, o il governo Monti, che sono tutti nati, almeno a parole, per tentare di costruire delle basi condivise per poi entrare in una fase vera di democrazia, ma finora l'intento è fallito, per far sì dicevo che ci sia un vincitore delle elezioni e che questo vincitore la stessa sera delle elezioni entri in carica, per far questo è necessaria una legge elettorale ben fatta e una riforma costituzionale coerente con gli obiettivi di democraticità e buona gestione della cosa pubblica.
In genere il denaro privato viene gestito dai suoi possessori in modo più o meno oculato, ma quando la gestione di esso non è buona le conseguenze dirette di tale mala gestione ricadono su chi ha mal gestito il suo; il denaro pubblico viene (è sotto gli occhi di tutti) "gestito" malissimo (burocrazia, corruzione, sprechi, evasione fiscale) e le conseguenze di questa mala gestio non ricade su chi l'ha compiuta bensì su tutti gli incolpevoli cittadini italiani, sicché le conseguenze della cattiva amministrazione delle risorse dello Stato si abbattono su tutti noi. Eppure in Italia continuiamo ad assistere inermi e impotenti alla distruzione di risorse da parte dello Stato che non esita, per continuare ad alimentarsi, a prelevare e a prelevare sempre di più, senza fare nulla per eliminare tutte le sue inefficienze.
Ho visto in tivvù una intervista al sindaco di Roma il quale, alla domanda se era al corrente del fatto che dei dipendenti del comune timbravano il cartellino e se ne andavano per i fatti loro, ha risposto che avrebbe fatto montare i tornelli. La risposta data è sconvolgente. Un fenomeno di spreco aperto e colpevole di danaro pubblico viene accolto non come qualcosa da perseguire ed eliminare ma quasi come una marachella cui far finta di porre rimedio (montare ridicoli tornelli spendendo  altro denaro pubblico). Non sarebbe stata forse meglio una risposta del tipo: accerteremo e prenderemo seri provvedimenti affinché ciò non possa più accadere?

25 gennaio 2014

Qui Italia, Mondo

La tecnologia e la finanza sono i due valori orientativi del terzo millennio.
A prima vista, sembra che questo orientamento corrisponda alla via migliore per l'uomo: senza la tecnologia, il mondo attuale morirebbe di fame; senza il denaro, l'economia mondiale rallenterebbe enormemente il suo dinamismo, con conseguenze complicate; ma questo non significa affatto che tecnologia e finanza siano il bene.
Le risorse attuali, se le Nazioni avessero come obiettivo l'eliminazione della fame dal mondo, consentirebbero tale eliminazione. Se ciò non avviene è perché questa comunione d'intenti non c'è. Del resto, la leva principale del capitalismo, sulla quale ideologia si fondano le economie planetarie, anche quelle post-comuniste, la leva principale del capitalismo, dicevo, è il bisogno. Senza il bisogno, finisce il capitalismo. Con una iperbole espressiva che non tradisce però il senso del concetto espresso si potrebbe dire che la medaglia del capitalismo ha due facce: la ricchezza e la fame.
Restringendo il campo, una classe dirigente ha il dovere di cercare una via per ottenere l'eliminazione del bisogno e la riduzione delle differenze sociali (dico riduzione, e non eliminazione, perché è nello stato delle cose una diversa percezione della realtà, con conseguenti, inevitabili, "diversissimi esiti dei destini individuali").
Ho parlato di classe dirigente, quindi parlavo di classe politica, chi se non la classe politica ha il potere/dovere di guidare la società? solo la classe politica ha il potere di guidare efficacemente il cammino di una società. (Mi riservo di sviluppare in un post futuro l'argomento dei rapporti di forza tra la politica dei singoli Stati e la "politica" dei capitali planetari, governati questi ultimi da organismi direttivi che decidono in sede mondiale). Quanto affermo, ovviamente, postula che la classe politica sia selezionata tra i cittadini più preparati e onesti, perché se invece la selezione è errata gli esiti saranno catastrofici: l'interesse pubblico, se la classe dirigente è inadeguata, viene snaturato e le conseguenze ricadono proprio su quei cittadini che non hanno saputo o potuto selezionare la loro classe dirigente.
Si dice comunemente (ma già Aristotele) che un popolo ha i governanti che si merita e sembra davvero che sia così, ma mi sia consentito di non essere d'accordo. I pericoli di una democrazia solo formale furono già paventati ai tempi dell'Atene di Pericle, ed esattamente quando fu introdotto, per la prima volta nella storia della democrazia, il compenso, prima inesistente, per coloro che ricoprivano incarichi pubblici.
Nei paesi democratici, i cittadini scelgono i loro rappresentanti con il voto. I voti determinano coloro che devono dirigere lo Stato e governare la cosa pubblica. Tuttavia, se le regole che presiedono il corretto raccordo tra voto ed eletti non sono ben concepite si verificano delle distorsioni, e cioè i cittadini esprimono un voto perché connettono una certa idea di governo a quel voto, ma l'idea di governo espressa dai cittadini viene tradita dal concreto effetto del voto, che produce un governo che fa cose diversissime da quello che desideravano gli elettori. In altre parole, se fallisce un governo concretamente espresso dai cittadini, cioè corrispondente alla loro volontà, allora è corretto applicare la massima di Aristotele, il popolo ha il governo che si merita; ma se al contrario la classe dirigente è frutto dell'applicazione di regole deformanti della volontà popolare, allora il fallimento di quel governo non può essere imputato alla insipienza dei cittadini, ma alla pessima qualità delle leggi che presiedono alla connessione tra voto e classe dirigente.
Le leggi le fa il legislatore, sicché se il legislatore ha interesse a che le regole, pur distorcenti la volontà popolare, restino in vigore, si verifica un circolo vizioso: voto-istituzioni difformi dalla volontà popolare-interesse a non modificare lo statu quo-conservazione dell'esistente-voto ...

5 gennaio 2014

Lavoro, debito pubblico, innovazione, sviluppo.

Per un maggiore sviluppo economico bisogna investire in tecnologia, ma la tecnologia riduce la necessità di lavoro umano.
Il debito pubblico implica che lo Stato indebitato paghi degli interessi che gravano sul suo bilancio.
"L'occupazione si riduce se il PIL non si sviluppa".
La facilità di spostamento di persone e merci e di diffusione di informazioni comportano che tutti gli operatori, economici e culturali, siano facilmente confrontabili tra loro. Questo stato di cose espone tutti a una "concorrenza" su idee, conoscenze e prodotti. La tecnologia riduce i tempi di informazione e di produzione e ne aumenta la qualità. Una tecnologia più avanzata è un fattore che aumenta i rapporti qualità/costo, qualità/prezzo. L'aumento della qualità contribuisce significativamente ai risultati di una persona, un intellettuale, una società industriale o commerciale, uno Stato, un professionista, un atleta, e così via.
Si capisce che il fattore determinante è dunque la tecnologia ma, si ripete, più è avanzata la tecnologia più si riduce il lavoro che deve svolgere necessariamente l'uomo. Negli anni settanta, le proteste contro l'automazione dei processi produttivi erano motivate dalla preoccupazione per la perdita dei posti di lavoro. Anche nel nostro tempo, molti operatori economici e politici, non quelli di successo, guardano alla tecnologia come a una sorta di mostro che sottrae il lavoro alle persone.
Ci chiediamo, ma è proprio così? la tecnologia "divora il lavoro umano"? la soluzione sarebbe interrompere lo sviluppo tecnologico? no, la soluzione non è il rifiuto della tecnologia. La tecnologia non è certamente la risposta assoluta (pensare questo è un grave errore), ma è il fattore sul quale si è evoluto l'uomo negli ultimi ventisette secoli, e che ha fatto la sua apparizione già nel neolitico, cioè diecimila anni fa.
La tecnologia "divora" il lavoro umano, sì è vero, ma questo fatto non deve preoccupare, al contrario, se correttamente interpretato, migliorerà la condizione umana. Mi spiego. Se la tecnologia si fa carico del lavoro umano, la risposta non puo' mai essere che aumenta la disoccupazione, questa semmai è la risposta sbagliata, agevolata dagli squilibri economici tra le varie aree geografiche della terra e dalla cattiva politica. Se il lavoro umano diminuisce l'unica possibile soluzione è quella di distribuirlo tra gli uomini, facendoli lavorare tutti. Qui la classe dirigente deve svolgere il suo difficile compito.
Ci sono studi, contrastati da una parte della comunità scientifica, secondo i quali un indebitamento uguale o superiore al novanta percento del PIL produce un rallentamento dello sviluppo economico dell'uno percento. Certo un indebitamento troppo alto, per i suoi costi, incide negativamente sulla gestione economica di uno Stato, ma certo questo parametro non è sufficiente a valutare lo stato di una economia e le sue potenzialità di sviluppo economico. Con certezza, se il debito pubblico è troppo alto, quale che sia la sua entità, decidere di ridurlo repentinamente, per di più nel tempo delle più grave crisi economica degli ultimi cento anni, decidere di ridurlo senza gradualità e intelligenza è certamente un errore grave e foriero di gravi conseguenze sul piano sociale ed economico.
Quanto poi alla correlazione tra sviluppo economico e occupazione, tenuto conto anche del discorso che ho abbozzato sopra sulla distribuzione del lavoro sopravvissuto alla evoluzione tecnologica, questa correlazione va interamente rivista. Come ci insegnano gli studiosi di statistica, anche quando questa scienza è usata nel migliore dei modi, non bisogna mai dimenticare che le sintesi danno pochissime informazioni che potrebbero essere fuorvianti, lo sviluppo del PIL è una sintesi estrema che va presa come tale. "... risulta che te tocca un pollo all'anno: e, se nun entra nelle spese tue, t'entra ne la statistica lo stesso perché c'è un antro che ne magna due." (Trilussa, La statistica).

14 dicembre 2013

Prospettive italiane

La tecnologia si espande progressivamente e ha già mutato tutti, o quasi tutti, i rapporti politici ed economici dell'intero pianeta.
Si sa che gli USA sono ormai tornati a crescere e che per ottenere questo risultato hanno agito in modo deciso sul piano finanziario-economico-politico.
Anche i dogmi economici vanno risistemati, a opera degli economisti, senza dogmi ma con la ricerca e il confronto. Non si può più parlare di economia senza tener conto dell'intero Pianeta e dell'attuale stato tecnologico che in mezzo secolo ha già cambiato tutto.
L'Europa, Italia in testa, ha ancora dei gravissimi problemi e nessuna seria prospettiva di miglioramento della situazione finanziario-economico-politica.
Renzi e Grillo sembrano gli unici politici che non parlano il solito politichese e che indicano con esattezza cosa vogliono fare, tutti gli altri, senza voler generalizzare ma per l'economia del  mio discorso non è necessario essere più analitici, tutti gli altri fanno discorsi più generici che attendono che qualcuno li specifichi (chi se non loro stessi?), perdendosi nella stessa chiacchiera politicante degli ultimi vent'anni.
L'Italia è costretta a gareggiare con tutti gli altri Stati e ad armi pari: ricerca, istruzione, tecnologia, servizi, industria, finanza, economia, politica sono i più importanti temi che uno Stato non anacronistico deve affrontare.
Nei confronti innanzitutto dell'Europa, l'Italia deve svolgere il suo ruolo e tutelare con la massima serietà i suoi interessi, a trecentosessanta gradi; non è ammissibile che lo Stato italiano non abbia una posizione precisa su ogni singolo tema europeo e che non faccia sentire il suo peso su ogni singola questione; finora non è stato così, l'Italia non ha fatto sentire la sua voce. Spessissimo gli uomini politici che rappresentano lo Stato italiano parlano di "compiti a casa", usando una locuzione appropriata per un giovane studente ma non per uno Stato. L'Italia in Europa deve trattare su ogni singolo tema, nessuno escluso, perché ogni singolo argomento ha degli effetti sulla vita dei cittadini italiani, per fare questo naturalmente è necessario un governo democratico, e democraticamente forte, nonché degli eletti al Parlamento europeo selezionati con grandissima attenzione. La nostra classe dirigente deve anche saperci dire, non fideisticamente ma motivatamente, se per l'Italia l'Europa è un bene o un male e perché; e se del caso l'Italia deve rimettere in discussione tutto ciò che non va, senza escludere nulla. In caso contrario, ripeto, l'Italia non è parte importante d'Europa ma parte subalterna d'Europa e in quest'ultimo caso le cose starebbero proprio male.
Nella politica interna, avremmo bisogno di un governo presente e non anacronistico, che sia in grado di comprendere e interpretare tempestivamente non gli umori degli elettori ma la realtà nazionale, europea e mondiale che lo circonda; di un governo e un parlamento che agiscano, e che ovviamente tengano conto che siamo del 2013 e non nel 1913. Finora non mi pare che sia mai accaduto nulla di tutto ciò.
Il nuovo segretario del PD è giovane e dinamico e promette un approccio adeguato, ma con tutta onestà non so fare previsioni, non so affatto se avrà la capacità e la perseveranza per vincere contro burocrazia, clientelismo, nepotismo, corruzione, eccetera, eccetera, eccetera.

22 novembre 2013

Gianni Cuperlo e Matteo Renzi

A un certo punto della puntata di ieri sera di Servizio Pubblico, Michele Santoro ha rivolto a Gianni Cuperlo una bellissima domanda, formulata peraltro in modo impeccabile: in sostanza gli ha chiesto se secondo il candidato alla segreteria del PD è opportuno sostenere un Governo che sembra non essere in grado di dare risposte tempestive ai problemi italiani, il Governo sembra non avere cioè la capacità di mantenere il ritmo rapidissimo che l'attualità richiede per lo svolgimento di qualunque attività, a maggior ragione quella di governo.
La risposta di Gianni Cuperlo è stata che se questo esecutivo dovesse cadere, data la precarietà della situazione italiana, i problemi dovuti alla mancanza di un Governo pienamente operativo sarebbero maggiori dei vantaggi che in astratto ci si potrebbe aspettare da un nuovo, ipoteticamente più efficiente, Governo.
Poi alla richiesta opinione su Matteo Renzi premier, Gianni Cuperlo ha risposto che non condivide i programmi di governo che Matteo Renzi potrebbe adottare perché la sinistra deve conservare la sua identità. Cuperlo pensa dunque che i programmi di Matteo Renzi non sono di sinistra.
La mia impressione, per dirla in modo plastico, è che Gianni Cuperlo descriva l'esistente pensando che lo stato attuale delle cose debba essere "convinto" a muoversi in una direzione conforme alla ideologia del PD. Matteo Renzi invece mi pare che, ovviamente, sia critico verso lo stato attuale delle istituzioni italiane e voglia intervenire sulle stesse per migliorarle, renderle attuali e migliorare così la condizione degli italiani, soprattutto di coloro in più grave difficoltà.
I contendenti i cui nomi ho sfruttato per il titolo di questo post sembrano davvero lontanissimi tra loro, Cuperlo esprime propositi di miglioramento della politica senza però indicare i modi concreti con cui questo proposito possa essere realizzato. Renzi dichiara di voler cambiare le cose, tutte le cose (come dargli torto), e dà una serie di indicazioni più specifiche. Certo va considerato che Renzi parla anche da aspirante premier mentre Cuperlo solo da candidato alla segreteria del PD, tuttavia la diversa visione delle cose, pur considerando i diversi scopi di questi due protagonisti della politica italiana, da parte dei due contendenti, è evidentissima.
Certo resta da vedere se, ammesso e non dato che Mattero Renzi riesca davvero a giungere a Palazzo Chigi, una volta che sia diventato premier, sia in grado di incidere sul  coacervo di interessi che rende il settore pubblico italiano praticamente tanto adamantino quanto a dir poco inefficiente. C'è da dire che perlomeno Matteo Renzi dichiara di voler migliorare la "macchina" italiana.
Il nostro tempo ormai grida che tutte le ideologie sono superate e che bisogna pensare al presente e al futuro senza dimenticare il principio di realtà. Voglio dire che non dobbiamo fantasticare e dobbiamo fare i conti con la realtà più cruda, cercando di trovare soluzioni che non si fondino in una teoria astratta ma sull'evidenza della loro bontà. Le categorie di destra e sinistra, entrambe depositarie in parte sia del bene che del male, non possono più essere contenitori cui fare riferimento per le azioni politiche. Dobbiamo pensare a nuove vie, costruendo anche ponti arditi, e che come retaggio del passato conservino soprattutto tutti gli orrori, a qualunque ideologia essi appartengano, affinché non abbiano mai a ripetersi.

20 ottobre 2013

Politica economica

Lo sanno tutti che la pressione fiscale in Italia è troppo alta, e che soprattutto lo Stato non restituisce in servizi quanto preleva, questo è il vero punto. Le risorse che lo Stato preleva dai redditi degli italiani non vengono restituite in servizi.
Dove finiscono quindi le risorse che non vengono restituite ai cittadini in servizi? in corruzione, burocrazia, arretratezza tecnologica grave, sprechi, evasione fiscale.
La tecnologia ha cambiato il mondo, i fini e i mezzi di produzione non sono più chiari come prima. Il confronto tra le capacità tecniche e politiche è aperto su scala planetaria. Certo non dimentico che le superpotenze militari sono sempre le solite due, Usa e Russia. Tuttavia anch'esse devono fare i conti e costringono a fare i conti con il nuovo assetto tecnologico mondiale. La retromarcia del presidente degli Usa sulla paventata guerra in Siria, per i modi i tempi e i soggetti che hanno agito per scongiurarla - Putin, il Papa, l'informazione globale - questa retromarcia dicevo è forse un indizio della fondatezza di quanto sostengo, quando dico che anche le superpotenze, nonostante il loro strapotere nucleare, devono fare attenzione alla globalizzazione.
Il nostro governo dichiara che ha ridotto le tasse ma toglie ai cittadini ogni strumento di controllo, perché? perché se è vero che ha ridotto le tasse ha cambiato le modalità di riscossione, i nomi delle tasse, i parametri di calcolo e così via? se vado al cinema oggi e pago 10 euro, e domani allo sportello mi vendono un biglietto facendomi pagare 9,90 euro, posso constatare e affermare che il biglietto è diminuito di 10 centesimi. Ma se invece di ridurre il biglietto di 10 centesimi mi dicono che d'ora in poi pagherò il film in base alla sua durata e che dunque se dura meno di novanta minuti pagherò 9,90 euro e se dura più di novanta minuti pagherò 10,10 euro, chi mi garantisce che i film, da quel momento non dureranno tutti più di novanta minuti e che la dichiarata riduzione del prezzo in realtà è una finta e che il prezzo in realtà è aumentato? non me lo garantisce nessuno e data l'esperienza di ognuno di noi è certo che i film, dopo la "riduzione" del prezzo, dureranno tutti come minimo 91 minuti.
Anche quest'anno il Pil decresce e pare che in sostanza non ci siano cenni di ripresa. Meno Pil meno introito fiscale da parte dello Stato (si suppone), ma in Italia non è così, meno Pil e maggiore gettito fiscale, è contraddittorio ma è così: questo significa forte aumento della pressione fiscale. Se produco meno e pago più tasse di prima, sfido chiunque a dirmi che non si tratta di un aumento della pressione fiscale (che l'aumento sia dovuto alla lotta all'evasione mi pare del tutto inconsistente come argomento).
L'Italia ha un debito enorme che le banche hanno acquistato anche con le risorse a basso costo che hanno ricevuto negli ultimi anni dalla BCE. Nel contempo le banche, che pure acquistano con larghezza debito pubblico, hanno chiuso i rubinetti ai piccoli e medi imprenditori italiani.
Ora facciamo un po' due conti. Il sistema economico-politico-istituzionale italiano ha dei gravi problemi che si sintetizzano in una riduzione del PIL. Lo Stato ha un grande debito che lo induce ad aumentare spaventosamente la pressione fiscale. Le banche destinano le loro risorse al finanziamento del debito pubblico e stringono invece i cordoni della borsa nei confronti dei piccoli e dei medi imprenditori. Detto questo, se la base dell'economia è l'impresa, sul prodotto della quale poi si regge tutto il sistema (privati, Stato, democrazia, eccetera), se l'economia per le ragioni più disparate esterne e interne al sistema Italia langue, se lo Stato preleva allegramente dalle tasche dei cittadini anche quando queste sono sempre disperatamente più vuote, se tutto questo è vero, l'unica via d'uscita è un aumento del credito all'economia e una riduzione dei consumi di Stato. Invece lo Stato non dà alcun segno concreto di ravvedimento, e le stesse banche che hanno serrato i cordoni della borsa ai piccoli e medi imprenditori continuano a finanziare lo Stato come se nulla fosse.

3 ottobre 2013

Europa, migranti, ipocrisia

L'ennesima tragedia si è consumata.
Papa Francesco come al solito si è distinto per spontaneità e immediatezza.
La spinta formidabile verso i luoghi dove, nonostante la crisi, si mangia è irresistibile. Questo fenomeno, la migrazione di massa, non può essere trattato come un qualunque affare, la realtà è quella che è, i migranti sopraggiungono non per sport ma per fame, sopraggiungono perché sanno che in occidente si mangia anche quando c'è la crisi, nonostante tutto; in un modo o nell'altro ce la si fa, si va avanti: non è così nei luoghi da dove provengono: non si mangia, si muore di malattia, si muore di guerra, si muore di corruzione, si muore non di vecchiaia.
Lampedusa è territorio italiano ma anche e soprattutto europeo. Ma il vecchio continente si commuove con distacco, esso è lontano: conti in ordine, biciclette, classe dirigente impeccabile, silenzio, stato sociale, futuro, aumento della longevità, ecologia; sì ecologia per salvare la terra, ma la terra non è una pietra la terra sono gli essere umani, gli emigranti sono esseri umani identici agli occidentali,sono la terra, ma essi non mangiano, essi muoiono non di vecchiaia, essi cercano un lavoro, essi, prima di cercare la salvezza trascendentale, cercano la salvezza terrena, cercano un posto dove sopravvivere in modo meno duro della loro vita là da dove provengono.
Se l'emigrazione di massa è un fenomeno "storico" inarrestabile, ed è così; se Lampedusa è territorio europeo; se l'europa è occidente a pieno titolo; ebbene, se è così, l'Europa tutta insieme deve mobilitarsi contro i criminali che sfruttano questo fenomeno e a favore di coloro che hanno bisogno di ogni tipo di aiuto, per evitare il ripetersi di queste tragedie. Certamente non respingendoli ma assistendoli convintamente sia in Europa sia nei loro paesi.
Se l'Europa dovesse restare silente allora ciò significa che l'Europa è solo un nome vuoto, e non è vero che Lampedusa è Europa: allora Lampedusa è Italia e se è così, se quando l'Europa deve dimostrare di esistere non lo fa, per quale ragione l'Italia dovrebbe sottostare ai regolamenti e alle direttive europee? 

13 settembre 2013

Libertà, casualità, causalità

Un triangolo "magico".
Il debito, di questa mia riflessione, soprattutto verso uno dei massimi pensatori contemporanei, è evidente, sicché non lo citerò per non attribuirmi una vicinanza intellettuale che certamente non merito.
Entriamo ora nel tema  indicato per cercare di vedere più chiaramente come possono stare insieme i concetti rappresentati da queste tre parole, che sono presentissime nella vita di tutti i giorni , anche negli ambiti più elevati della riflessione contemporanea. Cultura, scienza e religione argomentano senza mai (o quasi) dubitare della loro fondatezza e verità.
Libertà e casualità sono concetti coerenti tra loro. Se gli enti sono casuali, e dunque possono essere oppure non essere, allora non è immediatamente contraddittorio che siano condizionabili liberamente.
Libertà e casualità sono coerenti anche con il concetto di causalità. Una concatenazione causale degli enti a prima vista non contraddice il concetto di libertà, resta da vedere come la libertà, all'interno di una concatenazione causale, possa uscire liberamente dalla concatenazione causale per interferire con la medesima concatenazione causale.
Sulla terra la libertà è fondamentale, partire o non partire, studiare o non studiare, discutere o lasciar correre, dare un bacio o farselo dare, fare l'ingegnere o l'artista, insomma tutto si può decidere liberamente, certo è ammesso anche comunemente che la nostra libertà incontra i limiti oggettivi (il possesso di un veicolo per viaggiare, la possibilità economica di proseguire gli studi, un'indole più o meno forte, la libertà dei nostri simili, eccetera). Superati gli ostacoli oggettivi è ammessa comunemente dunque la facoltà di decidere, la libertà. Il mondo contemporaneo, o almeno una sua schiacciate maggioranza, ormai da secoli, prende in considerazione come reale solo ciò che è sperimentabile: la pioggia, un aereo, un caffè, un manager, uno smartphone; dunque la maggior parte della cultura laica contemporanea considera nulla la metafisica ovvero, in questa accezione, ciò che non è sperimentabile.
Ed eccoci arrivati al punto. Proviamo a verificare la sperimentabilità della libertà. Decido di partire per le vacanze e mi reco al mare. Giunto alla mia destinazione, mi trovo a pensare che forse sarei potuto andare in vacanza in montagna. Son convinto che avrei potuto liberamente decidere di venire qui al mare, come in effetti ho deciso, oppure decidere di andare da un'altra parte, ma sono venuto al mare. Bene, come possiamo andare oltre questa nostra convinzione e avere in mano la certezza che avrei potuto decidere di andare in montagna, come posso sperimentare la libertà che sono certo di aver avuto di scegliere il mare o la montagna? Ho deciso di andare al mare e ora sono qui al mare, il momento della decisione è oramai nel passato, ma io so che nel passato la mia decisione, che è stata libera, poteva essere diversa, avrei potuto andare in montagna. Ora, come posso sperimentare che la mia è stata una decisione libera? la risposta è fin troppo semplice, la libertà non si può sperimentare. Dunque il mondo laico contemporaneo che crede solo nel fisico, che è definito l'unica realtà, si fonda su un concetto, la libertà, che non fa parte del mondo "reale" e che dunque è metafisico.
Fuori delle religioni, che in ogni caso hanno visioni parzialmente diverse del tutto, è dato per certo che il passato lascia ricordi, opere, documenti, ma non è più; il presente, l'attuale, l'adesso è la realtà e il futuro non è ancora. Questa è ciò che "sperimentiamo" e che perciò è alla base del pensiero, della scienza, della cultura, dell'arte. Con riferimento al concetto di causalità però sorge un problema, e cioè: come può un passato che istante per istante diventa un mero ricordo causare un presente, che è il reale? se il presente diventando passato si annulla, e ciò avviene istante per istante, come può il passato (ormai nullificato dal passare del tempo) essere connesso causalmente con il presente? quando parliamo di nesso causale sosteniamo una tesi che equivale a dire che poggiamo un bicchiere colmo d'acqua su una scrivania che è stata spostata un istante prima. Il bicchiere cadrà per terra e si frantumerà. Eppure tutti i nostri pensieri, le notizie, i processi, la scienza, tutto il nostro mondo poggia sulla causalità. Su un concetto che poggia a sua volta sul nulla, il passato.
Il pensiero contemporaneo ha superato da un pezzo l'idea deterministica della realtà, quindi non tutto è retto dal nesso causale. Ora se non tutto si fonda sul nesso causale il resto o è conseguenza delle scelte libere o è casuale.
Abbiamo visto che la libertà è una fede, non è sperimentabile, e che la causalità entra in collisione con il medesimo pensiero che la fonda. Quanto alla casualità, l'essere o non essere possibile di qualunque cosa, cosa comporta, è quello della casualità un concetto immediatamente contraddittorio o no?
Se l'apparire del futuro è casuale questo vuol dire che tutto può essere, e che tutto può nascere ovvero restare eternamente nel nulla. Ripeto, se le cose stanno così, la libertà, che tuttavia resta non sperimentabile, trova un notevole appoggio. Purtroppo però, anche la convinzione che il presente è casuale non è sperimentabile, è solo una congettura. Noi viviamo nel presente, dunque di quel che è dopo (il passato) e di quel che è prima nulla possiamo sperimentare.
Da quando è apparso il pensiero, il tema centrale è stato ed è come conciliare il principio di non contraddizione (l'essere è e non può non essere) con il divenire. La risposta che è stata data e su cui poggia tutto l'occidente, e che implica la legittimità di libertà, causalità e casualità, è che, seguendo l'insegnamento di Aristotele, il principium firmissimum è sottoposto al tempo.
Le "nostre" sintetiche riflessioni su libertà, causalità e casualità, però, non lasciano scampo. Gli assiomi fondamentali del nostro pensiero attendono di essere chiariti.

4 settembre 2013

Nuova legge elettorale

A più di quattro mesi dall'insediamento del governo Letta, non c'è ancora ombra della nuova legge elettorale. Questo significa che in caso di crisi di governo si andrà a votare con la legge attuale, che ha portato al governo di coalizione di destra e sinistra.
La priorità dell'attuale governo dovrebbe essere la nuova legge elettorale ma, beninteso, non una qualunque legge elettorale purché sia nuova, la nuova legge elettorale, in sostanza, dovrebbe avere i seguenti requisiti.
La formazione politica che vince le elezioni, anche di un solo voto, deve poter governare questo Paese, dal giorno successivo a quello delle elezioni, senza burocrazia e tentennamenti di sorta.
Altre soluzioni che non consentano a chi vince di governare vanno rifiutate.
La legge che ho in mente, la cui scrittura è ovvio dovrà essere affidata agli esperti della materia, deve possedere tutti i requisiti necessari per garantire l'opposizione e la assoluta democraticità dell'attività di governo.
In caso contrario, il miglioramento del funzionamento dello Stato italiano temo sia destinato a rimanere una mera speranza.

23 luglio 2013

Imu e catasto

I nostri politici ci raccontano della loro intenzione di eliminare l'Imu sulla prima casa, e ci dicono anche che contestualmente è necessario riformare il catasto. Detta così la questione sembra innocua, ma scendendo, appena un po', in profondità il progetto governativo mostra risvolti inquietanti.
Riformare il catasto significa modificare i parametri con cui si calcolano le imposte sugli immobili, il che lascia supporre che il governo (ammesso che ci riesca), con una mano, elimini l'Imu sulla prima casa, con l'altra, con un gioco di prestigio, con la modifica dei parametri catastali, aumenti la tassazione sugli immobili a piacere, cioè potrebbe limitarsi a modificare il catasto per recuperare quanto perde con l'Imu, ma potrebbe anche andare oltre e, per esempio, ridurre l'Imu di quattro e aumentare i parametri catastali di venti, risultato: aumento delle imposte di sedici. Staremo a vedere.
Invece di compensare l'attuazione degli slogan con aumenti di imposte: ridurre burocrazia, sprechi, corruzione, evasione fiscale, risparmi no, eh?

13 giugno 2013

Sprechi pubblici e burocrazia

Il Governo in carica, come si sa, è sostenuto da forze politiche che dichiarano progetti diversi per l'Italia, ma ci sono cose, come gli sprechi pubblici e la burocrazia, la cui eliminazione rientra di sicuro nelle intenzioni di tutte le classi dirigenti.
Detto questo, è lecito domandarsi perché il Governo non prende in considerazione l'eliminazione degli sprechi pubblici e della burocrazia autoreferenziale come fonte privilegiata di finanziamento dei suoi progetti? siano essi l'eliminazione dell'IMU sulla prima casa o dell'aumento dell'IVA.
Certo, lo comprendo, riformare tutto è una impresa non da poco, ma se si cominciasse da un piccolo settore qualunque, e lo si rendesse efficiente, economico, efficace, utile alla Nazione, per dimostrare di essere capaci di realizzare quello che si dice di voler fare.
Un Governo come quello in carica è un Governo di compromesso che quindi a un certo punto potrebbe fermarsi, dunque non sarebbe stato saggio, forse, in primo luogo, scrivere una legge elettorale che in caso di elezioni anticipate consenta a chi le vince di governare?